Nella stupenda notte della crisi

Che fare: Milano. Nell’Italia degli anni settanta e ottanta era prassi che le città medie e grandi avessero una politica culturale fatta di mostre, concerti, incontri, per arrivare fino ai corsi delle 150 ore. Un desiderio di acculturazione diffusa che valeva tanto più per Milano se si pensa alla tradizione del Piccolo Teatro e della grande stagione di mostre di Palazzo Reale. Quello che è successo dopo lo descrive, da par suo, Giovanni Agosti in Le rovine di Milano, appena uscito da Feltrinelli. Ora nella città lombarda, dopo l’inaspettata vittoria di Pisapia alle elezioni comunali di primavera e la nomina di Stefano Boeri , ben noto in molti ambienti culturali, ad assessore alla Cultura, non è però più tempo di cahiers des doléances o di aggirarsi per rovine fumanti, anche perché singoli e piccoli gruppi hanno continuato ad agire. Doppiozero ha chiesto a chi lavora nella Milano della cultura di indicare un singolo progetto nel proprio settore e la strada per arrivarci per migliorare la qualità dell’offerta culturale e, di conseguenza, la convivenza civile. Lo abbiamo chiesto ad under 40, qualcuno anche under 30, persuasi che in giro ci siano molte energie nuove e che il mantra “non ci sono soldi”, che viene ripetuto dalle più alte sfere ai consigli di zona, è prima di tutto un alibi per non agire.
 

Alberto Saibene

 


 

Quando all’inizio degli anni ottanta Angelo Stano ha visto per la prima volta i fumetti di Pazienza e Tamburini-Liberatore sulle pagine di Frigidaire – era un suo allievo alla Scuola del fumetto di via Savona a mostrarglieli – ha pensato che quei disegnatori fossero dei pazzi, dei marziani, era rapito: nessuno prima di loro si sarebbe mai sognato di pubblicare tavole disegnate… a pennarello.

Capitava di farne, sì, ma erano soprattutto schizzi per uso personale. Per mostrarle o pubblicarle bisognava ripassare le matite con la china: pennino o pennello. I ragazzi di Frigidaire si erano spinti di colpo ben oltre – sulle prime tavole di Ranxerox Liberatore ha adoperato persino le matite per il trucco. Cambiava un’epoca, questo episodio lo descrive bene ai miei occhi, e da allora ne è passata un’altra, per cui lo stesso Stano disegna oggi su tavoletta grafica e non più su carta le copertine di Dylan Dog. Rinuncia al vantaggio economico di vendere una tavola originale (che non esiste più) e alla sicurezza del “mestiere” per il gusto di sperimentare.

 

Il fumetto è una forma di scrittura estremamente fisica – non solo per la fisicità e persino l’erotismo dei suoi personaggi o dei suoi luoghi e per la parte non verbale del suo comunicare – ma anche per la materialità del suo farsi: molto più fisico della scrittura in senso stretto.

Ora, quel che sta succedendo a Milano – capitale, in passato come oggi, del fumetto e dell’illustrazione – è che è scomparso, ben prima che scomparissero anche gli originali, e più a causa dell’ottimizzazione del sistema industriale che della rivoluzione digitale – il disegno rimane comunque una pratica di vocazione artigianale – dicevamo è scomparso il milieu creativo come spazio condiviso, anche estemporaneo. Un tempo i fumettisti si trovavano, nelle redazioni o nelle scuole, si confrontavano e si influenzavano a vicenda. Ora a Milano si producono un gran numero di fumetti, che generano un certo volume di denaro – oltre alla Sergio Bonelli, si pensi alla Disney Italia, nella cui sede di Milano vengono prodotti, ossia pensati, scritti e disegnati i fumetti che poi, tradotti, sono pubblicati e venduti in tutta Europa (sì, l’Italia esporta) –, e anche le proposte per la libreria sono di buona qualità, ma non esiste un milieu, non esiste dunque in senso pubblico molta cultura. Non ci si incontra. Le tavole si spediscono per e-mail. Non ci sono mostre, non ci sono incontri con gli autori.

 

C’è a Milano un “Museo del fumetto”. Un bello spazio, con personale accogliente, che però del museo ha solo il nome (o meglio la nomea), non essendo nei programmi della proprietà farne la sede di un’esposizione permanente di tavole originali e materiali che documentino la storia e le implicazioni della nona arte. Potrà essere un ottimo archivio, quando verrà allestito, e ospitare mostre temporanee come fa ora: il Fondo Fossati che ne è proprietario comprende una mole sterminata di materiale, anche di valore. Ma chiamarlo Museo significa privare Milano di molte possibilità – fingendo che possieda qualcosa che non ha.

 

Negli anni novanta a Milano le belle mostre non si contavano: a palazzo Bagatti Valsecchi, organizzate dalla casa editrice Hazard, le mostre di Bilal, Druillet, Giger, e poi Moebius; dal 94 al 2003 l’Happening Internazionale Underground, imponente convention che portava a Milano i maggiori nomi della cultura grafica indipendente e underground americana e mondiale. Ora c’è quasi solo la galleria Nuages – specializzata, come dicono loro, nelle arti della comunicazione, “l’unico posto dove ogni tanto ci si incontra un po’ tutti, quando si inaugura una mostra”.

 

Qui tra un’epoca e un’altra, penso a un luogo dove potersi incontrare. Dove poter disegnare. Prendere in prestito e usare materiali, pitture, carta, matite, libri, tavolette grafiche, connessioni wi-fi, plotter, plastiline, vernici, ponteggi e trabattelli – perché il fumetto si può fare anche in grande, e le sue ramificazioni nella graffiti art e nella street art sono evidenti – e che faccia fiorire un po’ di condivisione in città. Uno spazio dove incontrare i fumettisti – sentirli parlare o vederli lavorare. In cui eventualmente creare un Museo – ma vero – al quale editori, autori, collezionisti e archivi (sì, anche l’Archivio Fossati…) sono certa donerebbero le tavole necessarie a creare una traccia per il futuro percorso. Mi piacerebbe vedere le tavole di Little Nemo senza dovermelo comprare. Un posto che possa ospitare mostre temporanee legate alla ricerca e all’approfondimento e non al commercio, e dove i fumettisti possano organizzare mostre per vendere i loro lavori. Dove non si parli solo in italiano.

 

Forse non si produrrà qui la nuova cultura, ma sarebbe un modo di mettere in circolazione quella che già esiste. Restituire risorse al terreno. Non so come un progetto del genere potrebbe mantenersi, però nella settimana in cui il Pac inaugura la mostra sulla Pixar è inutile dire che il fumetto è arte e l’arte arricchisce chi la fruisce ma a volte anche chi la produce.

Una biblioteca del fumetto, però, ossia un posto in cui le persone possono andare a disegnare, dovrebbe essere aperto anche di notte, perché i disegnatori amano la notte. Per migliorare e diffondere la cultura (del fumetto) a Milano ci vorrebbero la metropolitana, e un posto come questo, aperti entrambi fino a tarda notte.

 


 

Doppiozero approfondisce il tema Che fare in un incontro pubblico il 7 dicembre 2011 alle ore 17 alla sala Diamante, all’interno di Più libri più liberi  (Roma, EUR Palazzo dei Congressi, 7-11 dicembre 2011). Ne parleranno, con il nostro Stefano Chiodi, Andrea Cortellessa, Michele Dantini e Christian Raimo.



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Mario Giusti Mar, 06/12/2011 - 13:41

Vorrei portare alla vostra attenzione il libro La Cultura come Terapia, di Carlo Tognoli e Giuseppe Di Leva, in particolare mi permetto di segnalarvi il mio pezzo all'interno del libro. E' un modo molto semplice, secondo me, per riprendere una strada perduta, senza guardare indietro ma nemmeno dimenticandosi come si fa!

Milano dal 1980 al 1986: i concerti e gli eventi più significativi.
Di Mario Giusti

Il 13 sett 1977, al Vigorelli di Milano, il concerto di Carlos Santana fu interrotto dalla contestazione degli autoriduttori (che poi prenderanno il nome di “autonomi”), questa arrivò al punto di infiammare letteralmente la platea del concerto, portando lo scontro fisico all’interno della struttura, furono lanciate addirittura due molotov sul palcoscenico!
L’Italia ed in particolare Milano, da quel giorno, furono disertate dai grandi tour musicali internazionali. Eravamo off-limits.
Ora, forse per comprendere meglio il perché di questi avvenimenti gioverebbe inquadrare brevemente il periodo.

In quegli anni il dibattito culturale/musicale, nato dal ’68 libertario, rappresentato dai grandi raduni/Festival come l’Isola di Whigt e Woodstock, si era evoluto in Italia in una specie di pensiero vitalista sociologico dove il contenuto “politico” della musica si contrapponeva al concetto di evasione e divertimento a favore dell’impegno.
E comunque, per alcune frange decisamente estremiste del movimento, la musica doveva essere gratis; il contrario, cioè il prezzo del biglietto sempre e comunque alto, era motivo di scontro, di contestazione, di autoriduzione…

Questa ed altre motivazioni, anche personali, come la passione per la musica ed il desiderio di trovare una soluzione a questa che equivaleva ad una chiusura ideologica ma soprattutto vitale della città, mi indussero a pensare ad un progetto di “riapertura”. Era il 1980.

Va detto però che I primi segnali ottimistici che l’humus culturale musicale si stava modificando, aprendosi in qualche modo alla cittadinanza e non più solo a nuclei politicizzati fu il grandioso concerto, chiamato appunto “Il Concerto”, che un gruppo di operatori milanesi, tra cui Mamone e Gianni Sassi, organizzarono all’Arena con me il 14 giugno 1979, per raccogliere i fondi necessari alle cure di Demetrio Stratos, ammalatosi di leucemia e ricoverato a NY, dove tragicamente e con agghiacciante ironia, morirà il giorno prima, il 13.
Questi era amatissimo e riconosciuto come gigantesco faro della cultura musicale italiana ed europea, fondatore degli Area ed ancora oggi un punto di riferimento per qualsiasi studente di canto al conservatorio o autodidatta.
Il concerto si tenne ugualmente e vi parteciparono tutti gli artisti italiani: da Dalla a Venditti, da Teresa De Sio a Finardi, dalla PFM a Vecchioni fino a quelle esperienze più estreme della musica contemporanea di Cardini e Simonetti tanto care a Demetrio. L’evento divenne un mito: fu documentato dalla Rai, ripreso in prima pagina da decine di quotidiani e addirittura ne è stata recentemente ripubblicata la registrazione audio dall’Espresso. Vi parteciparono 30.000 paganti in uno spazio che oggi ha l’agibilità per 5000 persone!!

Cominciai dunque a scrivere documenti, come si faceva allora ed a parlare con artisti ed amministratori pubblici, primi fra tutti il Sindaco di Milano, Carlo Tognoli, che mi diede per molti anni un’udienza straordinaria cogliendo lo spirito innovativo ed indispensabile sul piano culturale e sociale, dunque politico, dei miei progetti.
La sua fu una mossa strategicamente vincente perché, come si evince chiaramente da queste pagine, ciò che avvenne in quegli anni fu talmente importante e denso di contenuti ed operatività che non potè più ripetersi o fu pedissequamente imitato senza quella originalità. La verità è che tutto quello che oggi si fa, spesso spacciato per nuovo, tra l’80 e l’86 era già stato fatto: dai reading di musica e poesia alle performance art (riciclate oggi nei flash-mob o nella street-art), dai grandi concerti in piazza Duomo all’uso dei parchi che oggi, anzi, sono off-limits, fino alle prime sfilate di moda fra la gente, gloriose e ricchissime di emozioni. Una fra tutte Trussardi in Pza Duomo.

Cercavamo una nuova etica culturale già consci delle trasformazioni che nella società avvenivano influenzando quindi musica, poesia, letteratura e cinema. Volevamo uscire dagli anni di piombo.
Tatticamente poi, Tognoli, fece un grande gesto: coinvolgere i suoi assessori, alcuni straordinariamente pronti, aperti e complici come fu Paride Accetti, perché si mettessero a disposizione del nuovo modello di intrattenimento culturale e sociale che stava nascendo: l’amministrazione considerava bisogni primari anche la cultura, lo svago e l’informazione dei suoi cittadini.

Da parte mia cominciai a coinvolgere grandi manager come Franco Mamone, David Zard, Francesco Sanavio su un progetto di “città aperta” alle loro proposte che metteva a disposizione strutture, piccoli finanziamenti per la pubblicità e, in qualche caso, anche per partecipare alle spese organizzative. Tentavo di dare sicurezza ad un’attività che era molto provata dalla condizione “buia” che le città vivevano grazie a terrorismo, politiche dissennate della paura e lotte sindacali sempre più aspre per la condizione generale di scontro, aiutato ovviamente da grandissime realtà quali il Piccolo Teatro ed altre molto attive in città. Tutto l’opposto dello slogan sulla “Milano da bere”: mai pay-off pubblicitario fu più ingannevole e falso! O meglio sarebbe stato perfetto nell’accezione positiva che avrebbe dovuto avere….
Infatti io pensavo alla musica ed alla cultura come vere medicine.

Prendeva dunque corpo “L’Ente Autonomo Milano Suono, inventario dei percorsi musicali nella metropoli degli anni’80” di cui io scrissi tutto il progetto e il grandissimo art-director Gianni Sassi ne curò tutta la comunicazione, a cominciare da quella bellissima bandiera marinara bianca e rossa che nel gergo marino significa intelligenza e che ne diventò il logo onnipresente.
Milano suono, non diventerà mai un’istituzione riconosciuta legalmente e con le caratteristiche di tanti famosi enti inutili, non fu mai aiutata a sopravvivere centralmente ma solo localmente con sovvenzioni legate ai progetti che producevamo e forse fu uno sbaglio. Di una cosa son certo ancora oggi: era la più potente macchina da spettacolo e contatto con artisti e pubblico che mai operò a Milano, invidiata da tutti, a cominciare dal famoso assessore Nicolini di Roma che con 2 raduni sulle spiagge di Ostia riuscì a far accampare diritti di primogenitura sulla svolta culturale italiana al Pci per anni.

Ancora due osservazioni fondamentali per capire il portato vero di queste vicende:
1. non esisteva nemmeno il fax… altro che telefonini e Internet! Tutti i rapporti i progetti i contratti e quanto serviva per diventare scena, spettacolo comunicazione e arte passava per canali faticosamente personali e vivi.
2. Fu l’epoca delle cosiddette “Radio Libere” che giocarono un ruolo di spinta e sostegno fondamentali alla progettualità. In seguito all’esperienza milanese anche altre città iniziarono poi questo percorso e l’italia, dall’82/83 in poi fu un rifiorire di attività, spesso in concorrenza con l’allora “padrone delle piazze”: il Festival dell’Unità. A Milano in particolare operavano 2 emittenti: Radio Milano Libera e Canale 96, entrambe politicizzate a diversi livelli che rappresentavano molto il cosiddetto “movimento” milanese e che finirono, intelligentemente, per unirsi in Radio Città, la radio dei grandi eventi appunto. C’era, ad onor del vero anche Radio Popolare, tutt’ora attiva in città, ma allora era più un megafono del dibattito politico sindacale che un punto di produzione culturale, musicale.

Da qui partiamo per raccontare l’importanza del periodo ma, consci che ci vorrebbero centinaia di pagine ed esempi ci rifaremo solo ad alcuni momenti veramente topici che caratterizzarono talmente Milano da essere ancora oggi ricordati come alcuni fra gli avvenimenti più importanti del dopoguerra, sicuramente di Milano.

Il primo fu, inequivocabilmente il concerto di Bob Marley a SanSiro, il 27 giugno 1980: per la prima volta la giunta comunale, con in testa Tognoli e Accetti, concessero l’uso dell’intero stadio. Ancora oggi se ne parla ed è citato in racconti, migliaia di blog, libri documentari e film, non solo musicali.
Considerarlo come una piccola festa di liberazione dalla paura del passato e il concerto che diede il via ad una nuova stagione internazionale di musica in tutta Italia è assolutamente corretto: lui stesso, in un camerino improvvisato dentro un tir dietro lo stadio, pieno di fumo e circondato dai suoi musicisti e da tutta la famiglia mi disse, con uno sguardo luccicante e stregato che, fino a quel momento, non aveva mai assistito a nulla del genere. 80/90.000 ragazzi erano accorsi da tutt’Italia per ascoltarlo, vederlo, ballare con la sua musica…. Moltissimi senza biglietto!
Ma il dato vero fu che i cosiddetti signori della musica, Mamone, Zard e Sanavio, (che oggi posso affermare senza tema di smentite, si comportarono spesso più da “compagni” dei compagni!) partirono per Londra, NewYork e Los Angeles con una rassegna stampa tale e spezzoni di Tg da cancellare il passato e convincere anche il manager più sciovinista e malfidente! Fu così che prima Milano ed inseguito anche Torino Roma e Napoli divennero luoghi presi in considerazione dai tours internazionali.
Ma ovviamente a me non bastava….

Trascorse così il 1981 nella preparazione di Milano Suono, nel frattempo arrivavano star della potenza di The Clash che il 23 maggio portammo in un Vigorelli strapieno, dove fecero uno dei concerti più citati e amati dal loro pubblico nel mondo.
Anche se in quell’anno organizzammo una ventina di grandi eventi ciò che avevo in mente era dare alla musica rock una piattaforma espressiva ed organizzativa dove suonare, farsi apprezzare ma, soprattutto, contaminarsi con altri generi, vivere esperienze creative mai avvenute prima.
Non più una programmazione improvvisata, ma un calendario fisico con cui tutti i management del mondo si dovevano misurare nel programmare i tour dei loro artisti ed un luogo, una città che non fosse solo un puntino sulla cartina ed un cachet pagato.

Ed ecco che nell’inverno tra l’81 e l’estate ’82 prende corpo il cartellone del più grande Festival che Milano abbia mai avuto: il I Milano Suono Festival.
Una ventina di piazze milanesi furono invase da musica di ogni stile e genere e nazionalità, performance e concerti, per un totale di più di 50 appuntamenti: dal 19 al 25 luglio 1982 accadde l’inverosimile.
40 saxophonisti, gli Urban Sax che Mitterand aveva appena usato per accogliere Reagan in una cerimonia ufficiale a Parigi, fecero un’incursione alla stazione centrale arrivando perfino a cambiare per tutto il giorno il messaggio d’arrivo e partenza dei treni: poi una performance di 2 ore fra ballerine sopra carrelli elevatori e musicisti mascherati di bianco che, all’improvviso, si dileguarono senza mai più ricomparire, nemmeno per la stampa, in una nuvola di fumogeni rossi sotto la metropolitana… credetemi, a quel tempo, veramente qualcosa di mai visto, in particolare a Milano: il Festival era iniziato.

Il Jazz di Schiano, Gaslini, Liguori, Rava nella Pza della Borsa, il blues di Treves e Albert King, Buddy Guy, Luther Allison e Albert Collins alle Colonne di San Lorenzo, solo x citarne alcuni, per arrivare al “palco centrale” nei giardini delle 2 Basiliche dove, con le riprese delle telecamere di Rai2, organizzate da Giovanni Minoli ed uno speciale dell’appena nata Retequattro, ancora proprietà di Mondadori, si esibirono 3/4 gruppi emergenti ogni pomeriggio con un leader italiano e ogni sera almeno 2 concerti con gradi artisti affermati.
Insomma non è difficile credere all’affermazione che una cosa del genere non si ripetè più E VI PARTECIPARONO MEZZO MILIONE DI SPETTATORI: Backstreet Boys, Alison Moyet, Jimmy Cliff, Siouxie & The Banshees, Camerini, Ivan Graziani, PFM, Banco del Mutuo Soccorso, Teresa De Sio, Alberto Fortis e tantissimi altri, fino ad arrivare al concerto di chiusura di domenica 25 in cui Jakson Browne con i musicisti del MUSE (Musicians United for Safe Energy) si esibirono sul palco x quasi tutta la notte. Memorabile l’incontro con Ron che eseguì un’indimenticabile Una Città Per Cantare insieme a Browne….

Ecco, questo era Milano Suono che anche dal punto di vista della comunicazione riuscì in un’impresa veramente impossibile: mamma Rai che collaborava con una piccola Tv locale!
Tutto ciò andò avanti, ovviamente con diverse fortune, per 10 anni ma, per dare un esploso ancora più completo sebbene solo indicativo racconteremo ora altre 2 esperienze che ben dipingono il nostro spirito di allora, la ricerca artistica, l’innovazione e la carica emotiva che abitava questa città.

Iniziamo con l’esperienza avuta nel 1986 nel produrre l’installazione di Brian Eno, PLACE # 16, alla Chiesa sconsacrata di San Carpoforo.
Eravamo già “reduci” da una serie di esperienze molto coinvolgenti nell’ambito di Milano Poesia, il Festival internazionale che producevo assieme a Gianni Sassi ed alla Cooperativa intrapresa, di cui accenneremo più avanti.
Avevamo imparato ad aspettarci cose veramente fuori dall’ordinario producendo le performance di Vostel, Nam June Paik, Ben Vautier, Juan Hidalgo, Gregory Corso, solo per citarne alcuni, ma mai più pensavamo di essere così rapiti, noi e gli spettatori, da questo lavoro di Eno.
Reduce da quell’avanguardia musicale che fu la sua Music for Airport, Brian ci regalò la trasformazione di uno spazio meraviglioso come San Carpoforo utilizzando il buio, 10 tracce musicali coordinate con altrettanti Revox e temporizzate (non esistevano i computer di oggi!!), la lentezza ed il silenzio e la luce cangiante delle sue statue geometriche che ricevevano il colore da altrettanti televisori impostati con nastri di colore registrato!
Decine di migliaia di visitatori, settimane di proroga della chiusura della mostra… un’avventura senza uguali e, per certi versi, che apri una frontiera, come fu per Bob Marley.
C’era una grande similitudine nella ricerca del nuovo-vitale che li univa, non la musica, non la cultura, non le radici… ma il sentimento del rapporto col pubblico: senza volerlo incarnavano perfettamente entrambi qualcosa che travalica molto il successo come musicisti. Erano 2 guru, avevano un pensiero, non solo uno svago da offrire.
Ed io vedevo e sentivo, commosso ed appagato, che la città rispondeva.

Finisco questo breve contributo “storico” con l’avventura di Milano Poesia che come ho già detto fu prodotta per 10 anni in collaborazione tra Milano Suono e la coop. Intrapresa ed ebbe come curatori delle prime 5 edizioni un vero parterre de roi dal punto di vista culturale: da Antonio Porta a Giovanni Raboni, da Nanni Balestrini a Jan Jaques Lebel di Poliphonix senza dimenticare il mio grande maestro, Gianni Sassi.
Fu un’impresa titanica, soprattutto dal punto di vista organizzativo ed economico: per 10 anni ospitammo per una settimana, mangiare, dormire e soprattutto bere, almeno 100 artisti che avevano il viaggio pagato e tutti un rimborso di 200 mila lire: dal più grande Peter Handke all’ex “galeotto” Brancher.
Negli anni portammo la poesia e le performance degli artisti di tutto il mondo nei luoghi più belli, meno usati e resi magici dai nostri allestimenti: dalla Rotonda della Besana ai Cortili del Senato, dallo Spazio Ansaldo, ancora un cumulo di rovine, all’Università Statale di Milano fino alla Chiesa di san Carpoforo che iniziò lì l’avventura nel 1981 con la manifestazione Guerra alla Guerra.
Trovo impossibile fare i nomi di chi vi partecipò ma, forse, come in una fiaba mi riesce meglio dire che dal Paese Della Poesia vennero tutti e tutti poterono esprimersi.
Era veramente una Gran Milan…..

lenni Mar, 06/12/2011 - 15:41

I ricordi del paradiso perduto, la nostalgia di ciò che non c'è più...
Pensiamo al presente.
La politica si trincera dietro al problema di non avere soldi, e vuole costruire progetti, vedi area ex Enel di fronte al Cimitero Monumentale, usando criteri dell'era Moratti, con un pargheggio enorme, qualche giardinetto e tanta volumetria, ridimensionata ma sempre troppa.

Un albergo in un quartire dove mancano luoghi per riunirsi (Sarpi) dove manca molto tranne i negozi all'ingrosso (ci dicono che è impossibile cambiare, le leggi o altro mancano).
16 mila abitanti a a cui nessuno ha chiesto nulla e sicuramente non hanno espresso il desiderio di avere un nuovo albergo. Ma chi lo vuole? L'immobiliare? I cinesi? Le Acli? Il Sindaco?
Anche questo atteggiamento è un problema culturale, di mentalità rassegnata, di mancanza di fantasia, ed enegia "giovane". Appesantiti, prevedibili, senza risposte sensate sui perchè.

Ripartiamo dai desideri, nostri, di cittadini intanto: biblioteche aperte, cinema nel quartiere, mensa di quartiere, rifornita dai produttori del parco sud, a prezzi decenti, biciclette, car sharing. Mangiamo in bar tristi panini tristi e costosi, con la bottiglieta d'acqua, quando a Parigi ti servono l'acqua in bottiglia di vetro. Che è esteticamente più soddisfacente e d economico.
La cultura di unluogo è fatto anche dalle piccole cose... di sensibilità.
Per fare un panino bene ci vuole lo stesso tempo che farlo male.

Adriana. Mer, 07/12/2011 - 10:57

Prendo lo spunto del testo per parlare delle biblioteche pubbliche a Milano.
E un panorama desolato, a volte penso che fanno lavorare lì le persone come penitenza.
Per non dire la poca "informatizzazione" con il cittadino -anche chiamato utente-.
Le due che frecuento di più sono sì pulite piene di annuncio di donne e ragazzi che cercano o offrono lavoro, frequentata per studenti che a modo suo studiano, e tanti tanti uomini cassa integrati o senza lavoro.
Cosa fare? come fare?
non guardare l'ORAtorio come modelo di gestione della cultura e pagare il biglietto del tram, della metropolitana, in modo che se si guarda la frequenza-statistica dei mezzi pubblici si accorgeranno che i mezzi servono non solo la domenica del fermo macchina.

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