Olivetti

Questo articolo fa parte di una serie di riflessioni  sulle esperienze di innovazione sociale del passato, nell’ambito del bando cheFare. Ci è sembrato interessante iniziare dall’esperienza di Olivetti ad Ivrea.


 

Oggi si tende a ricordare con nostalgia e rimpianto gli anni Cinquanta, radice del nostro boom economico, periodo virtuoso in cui si costruivano le autostrade, si estraeva il petrolio italiano e si passava dalla Lambretta alla 600. Tutto vero, ma si dimenticano le schedature alla FIAT, l’emigrazione che proseguiva verso il Belgio e l’Australia, la presenza ossessiva della Chiesa di Pio XII e i costi del lavoro che facevano dell’Italia quel che è oggi l’Estremo Oriente. Anni di ferro, in cui i più elementari diritti civili previsti dalla (nuova) Costituzione faticavano a trovare applicazione.

 

 

Un’aurea eccezione arrivava da Ivrea dove la Olivetti di Adriano viveva il suo periodo d’oro, esportando l’Italian style nel mondo attraverso i suoi negozi progettati da grandi architetti (BBPR, Scarpa, Albini, Gardella), in attesa di costruire fabbriche firmate da Kahn, Stirling, Tange e Zanuso. E si aggiunga la grafica di Nizzoli, Pintori e tanti altri, Fortini e Giudici che facevano da copywriter, mentre Volponi diventava direttore del personale di un’azienda che aveva 20.000 dipendenti solo in Italia. Un elenco che viene stilato ogni volta che si parla della Olivetti, ma che ogni volta sorprende per la ricchezza di nomi, idee, intersezioni, nel racconto di una favola novecentesca senza lieto fine.

 

Il cuore della storia è Ivrea e il verde Canavese. Il documentario Una fabbrica e il suo ambiente (1956), pur scontando quel po’ di retorica aziendale, è una buona illustrazione delle intenzioni e degli atti di Adriano Olivetti. La pellicola parte da un ‘largo’ che mostra le montagne della Val d’Aosta, scende poi verso valle e si sofferma sul borgo antico d’Ivrea. Attraversata la Dora Baltea, il fiume che divide la città vecchia da quella nuova, si entra nel mondo immaginato da Adriano: una fabbrica di vetro dove chi lavora può guardar fuori, un asilo modello per i figli dei dipendenti (negli anni di guerra hanno cominciato a lavorare anche le donne) e un campo di tennis e uno di bocce, una biblioteca fornitissima, corsi di aggiornamento culturali e professionali, a disposizione dei dipendenti nel lungo intervallo di pranzo (due ore). Poi si torna in fabbrica dove, in una atmosfera distesa, si assemblano le macchine da scrivere che andranno in giro per il mondo. Ma la fabbrica è anche il luogo dove gli abitanti del Canavese, prevalentemente di origine contadina, incontrano la modernità, formandosi un gusto che si riflette nell’edilizia privata con villette ‘americane’ che cominciano a popolare le colline circostanti.

 

 

Quanto di vero c’è nell’idillio descritto nel breve film aziendale? Ad ascoltare le testimonianze di chi ha vissuto quel periodo, parrebbe che non ci siano troppe esagerazioni, anche se la fabbrica era la stessa di Albino Saluggia, il protagonista di Memoriale di Volponi. In azienda operavano i Consigli di Gestione, altrove smobilitati dopo la fiammata postresistenziale, il livello d’istruzione cresceva molto più che altrove. L’Olivetti formò in quegli anni una classe dirigente in grado di assumersi le responsabilità del proprio ruolo, creò un ufficio studi condotto da Franco Momigliano che ha formato più generazioni di scienziati sociali.

 

E l’innovazione sociale? C’è una frase, probabilmente apocrifa, attribuita ad Adriano Olivetti: “In me non c’è che futuro”. Oggi pare che il termine “innovazione” abbia sostituito “futuro” o meglio che l’innovazione sia un’idea di futuro parcellizzata e tecnologica. Nessuno osa più immaginare una nuova idea di società, al di là del capitalismo e del socialismo, riunita intorno a una comunità “non troppo grande né troppo piccola” che vive in un territorio che si può attraversare a piedi in un giorno e dove si possono ascoltare i rintocchi della campana olivettiana.  Forse il secolo delle ideologie è finito con troppe batoste, ma un’idea di futuro ci deve fare da stella polare.

 

 

Trovo la conclusione in un’intervista a Italo Calvino che, parlando di Fourier, dichiara: “A me devo dire che le ‘le ricette per le cucine dell’avvenire’ sono quelle che mi interessano di più. Credo che per cominciare a farci una rappresentazione globale d’un mondo in cui ci piacerebbe vivere, a vederlo concretamente, costruircene dei modelli, sia indispensabile. Altrimenti ogni società nuova che crederemo di costruire nella realtà somiglierà sempre a quelle vecchie e ne porterà i vizi peggiori”.

 

L’Ivrea olivettiana è stato un modello in scala 1 a 1.

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