Se la folla è intelligente

La folla è stata la maledizione del Novecento. Nella sua versione di “massa cieca e irrazionale” è al centro di molte riflessioni negative, tra cui quella celeberrima di Elias Canetti. Ma già alla fine del secolo precedente, nel 1895, in Psicologia delle folle (Tea), Gustave Le Bon si mostrava preoccupato per l’ascesa delle masse all’interno delle democrazie occidentali e mostrava un palese terrore per la gente comune diventata protagonista della vita politica.

 

La folla, sosteneva, è molto di più della somma delle singole parti, è un superorganismo indipendente che ha identità e volontà proprie, così chi si trova al suo interno – l’individuo – si comporta in un modo imprevedibile. La folla è stupida, irrequieta, manipolabile, impulsiva, distruttiva; la follia collettiva la abita inesorabilmente. Quello che è accaduto nel Novecento ha dato, purtroppo, ragione a Le Bon.

 

È stato così per almeno cinquant’anni, poi di colpo qualcosa è cambiato. Se ne era accorto all’inizio degli anni Cinquanta Marshall McLuhan. Studiando un media da lui ritenuto “freddo”, la televisione, capì che la folla andava frantumandosi, polverizzandosi, e al tempo stesso riaggregandosi in altra forma. L’autore di La Galassia Gutenberg (Armando) non ha fatto in tempo a vedere l’emergere di un nuovo media che smentiva le sue previsioni e insieme le confermava, il computer, cui si è unita ora l’evoluzione stessa del telefono, media freddo: il cellulare.

 

A questo punto la parola Crowd, folla, moltitudine, ha cominciato a cambiar di segno, a diventare un termine positivo che si combinava con altre parole, fino a essere una sorta di passepartout del contemporaneo.

Quando poi sono apparsi i social network – resi possibili da computer, telefono e Smartphone, unione dei due – Crowd è diventata la parola vincente.

 

Nel 2004 è apparso il libro di James Surowiecki, rubrichista economico del “New Yorker”: La saggezza della folla (Fusi orari). L’idea di base è molto semplice: la massa, o folla, è molto più intelligente di qualsiasi esperto o professionista in qualunque campo. Ovviamente, la folla che si raduna per manifestare la propria intelligenza, non si trova in una piazza reale, bensì in un ambiente virtuale; è plurale e singolare nel medesimo tempo. Michael Nielsen l’ha spiegato in Le nuove vie della scoperta scientifica (Einaudi): gli strumenti online creano un luogo pubblico, in cui è possibile un nuovo scambio e le idee possono essere migliorate in fretta da più cervelli.

 

L’esempio è la partita a scacchi di Garri Kasparov contro “il Mondo”, nel 1999, organizzata da Microsoft, cui parteciparono 50.000 persone di settantacinque diversi paesi. Dopo sessantadue mosse il World Team si arrese e il russo vinse; studiando però l’andamento della partita, perfetto esempio della “intelligenza della folla”, Nielsen scopre che una scacchista di quindici anni, Irina Kursh, era diventata in breve tempo il leader del World Team, usando una mossa che metteva in seria difficoltà il grande campione. Da sola Kursh avrebbe perso; alla testa del World Team, al centro del coordinamento di intelligenze complessive, quasi piega Kasparov.

 

 

Un altro esempio è il Polymath Project, lanciato da Tim Gowers, medaglia Fields per la matematica, che propone nel suo blog problemi ardui, risolti con il contributo di scienziati e dilettanti, eminenti professori americani e ignoti studenti indiani. O ancora il Galaxy Zoo, il più grande censimento cosmologico mai tentato. Cosa hanno in comune tutte queste esperienze online? Amplificano l’intelligenza collettiva, la potenziano al massimo grado, oltre a praticare quella che l’autore chiama “l’architettura dell’attenzione”.

 

Richard Sennett di recente ha dedicato un libro, Insieme (Feltrinelli), al medesimo tema: collaborare. Il suo punto di vista è differente. Sennett è un sociologo e possiede una visione politica del problema, tanto è vero che il suo libro contiene una storia filosofica e politica del tema della collaborazione. Nel complesso l’autore di L’uomo artigiano (Feltrinelli) è più pessimista di Surowicki e Nielsen, e non punta come loro sulle pratiche introdotte dalle tecnologie informatiche e dal web. La sua idea è che la dequalificazione del lavoro tradizionale, indotta dal capitalismo finanziario negli ultimi decenni, priva gli individui delle abilità tecniche indispensabili per collaborare, e al tempo stesso per produrre il buon funzionamento di una società complessa come la nostra. Il suo punto di vista sul problema è, da un lato, tradizionale – Sennett pensa al lavoro ancora secondo schemi tipici del XX secolo – e, dall’altro, estremamente concreto: per collaborare occorre avere dei presupposti comuni.

 

Del resto, come mostra Nielsen nel suo saggio, per aver successo l’intelligenza collaborativa, di cui parla con così grande entusiasmo, deve fondarsi su metodi di ragionamento condivisi, e gli scacchi, l’astrofisica o la programmazione del computer, sono tre esempi perfetti di questo. Nell’arte, nella politica o nell’estetica, ambiti su cui invece Sennett si sofferma, non sempre funziona; a questo livello, come suggerisce il sociologo americano, anche la prassi condivisa appare fondamentale.

 

Sennett è per professione abituato ad analizzare i legami che tengono insieme in positivo, ma anche in negativo, una società, e nell’ultimo capitolo di Insieme si sofferma, riprendendola da Montaigne e dagli Essais, su una virtù fondamentale nella collaborazione: l’empatia, ovvero la capacità di mettersi al posto dell’altro, di guardare le cose come le vede l’altro, una virtù, per Sennett, ben distinta dalla simpatia.

 

Tutte le pratiche del Crowd, a partire dalla raccolta di risorse economiche, crowdfunding per “l’innovazione sociale”, si basano sull’empatia. Al posto del ragionamento che aggrega le comunità intorno a dati scientifici, potrebbe essere questo sentimento a generare una reazione positiva. La solidarietà, conclude l’autore, è stata senza dubbio la risposta tradizionale della sinistra ai mali portati dal capitalismo; la collaborazione, invece, non ha mai avuto un posto di rilievo in questo ambito. Oggi nel nuovo capitalismo le élite economiche finanziarie vivono in un empireo globale, svincolate dalla responsabilità nei confronti della gente comune, nella perfetta apatia sociale: né simpatia né empatia.

 

La collaborazione della folla, la sua intelligenza e saggezza, diventano uno degli strumenti più importanti a disposizione nel web; e l’empatia la sua strada maestra.

 

 

Questo articolo è il prodotto del lavoro attorno a cheFare, premio per la cultura da 100,000 euro prodotto da doppiozero.È apparso ieri su Domenica de Il Sole 24 Ore.



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