Sharing. Culture and Economy in the Internet Age

“Il 20% della popolazione sopra i 15 anni nei paesi sviluppati produce e condivide contenuti per Internet. Se riconosciamo il diritto al libero scambio di contenuti digitali tra individui non per fini di lucro, invece di perseguirli come pirati, come possiamo essere sicuri che gli autori di questi contenuti riceveranno un compenso equo per la loro produzione?” Con questa domanda si apre Sharing. Culture and Economy in the Internet Age (Amsterdam University Press, 2012), un libro fondamentale per capire cosa sta cambiando nelle forme di produzione di cultura ai tempi della rete e modellare di conseguenza politiche culturali adatte alla network society. Il valore del libro sta non tanto nell’analisi accurata dei cambiamenti in atto ma nella proposta di un modello alternativo di finanziamento delle pratiche di produzione culturale, che l’autore chiama Creative Contribution (contributo creativo).

 

Lo ha scritto Philippe Aigrain, un ricercatore francese che per anni ha diretto il settore software della Commissione Europea. Un informatico che scrive un saggio sulla produzione culturale nei prossimi anni potrebbe suonare strano se fossimo nel Novecento, ma non lo è ora che i prodotti dell’industria culturale sono prima di tutto artefatti digitali che circolano e si riproducono attraverso dei software. In un mondo dove non esistono più distinzioni nette tra creatori e pubblico stanno emergendo nuove pratiche di interazione con l’informazione, di ascolto e consumo di contenuti audiovisivi, di commento e filtro, di riutilizzo, remix e creazione di nuovi contenuti. L’accesso ai contenuti in rete e la diffusione di computer e software hanno dato forma ad un ecosistema fertile per la nascita di nuove pratiche culturali e forme di creazione, appropriazione e remix da parte del pubblico. Ad Aigrain interessa capire quali strategie e quali politiche adottare per creare i presupposti per lo sviluppo di una nuova economia della cultura, non alternativa a quelle esistenti, ma complementare. Aigrain si chiede quale sia il modello economico e politico migliore per la sostenibilità di queste pratiche.

 

Dopo aver passato in rassegna i modelli economici classici di produzione culturale (la vendita di musica, film, libri, la raccolta delle royalties, i finanziamenti pubblici, le sponsorizzazioni) il ricercatore francese analizza l’emergenza di modelli alternativi legati alla diffusione della rete, come il crowdfunding – una forma di finanziamento collettivo volontario che si è dimostrato molto utile nella produzione di quei prodotti culturali che sono sempre meno sostenibili in maniera classica, come il giornalismo di inchiesta e il documentario video.

 

L’elemento più importante e innovativo del libro è probabilmente la proposta del Creative Contribution, un modello da affiancare al crowdfunding e alle forme tradizionali: un contributo fisso che tutti gli utenti della rete devono versare per poter accedere al libero scambio di contenuti digitali. Un modello simile a quello delle radio comunitarie americane, listener supported, che per sopravvivere chiedono una sottoscrizione periodica ai propri ascoltatori. Aigrain arriva anche a calcolare in dettaglio quanto dovrebbe costare questo contributo per essere accettabile e sostenibile: la cifra varia da paese a paese a seconda dell’ampiezza della sua economia digitale ma si assesta in media intorno ai 5 dollari al mese per ogni detentore di abbonamento Internet a banda larga.

 

La proposta potrà sembrare ai più un oltraggio alla libertà individuale eppure, se si riesce a sopravvivere alla messe di dati e modelli matematici messi in campo da Aigrain per sostenere la sua tesi, si scopre che non solo è legittima ma potrebbe anche generare benefici per tutti, produttori e consumatori. Innanzitutto la proposta si fonda sull’affermazione di due diritti che per Aigrain dovrebbero essere naturali per tutti gli utenti di Internet: il diritto di accesso ai contenuti culturali per scambi no-profit e il diritto ad ottenere una ricompensa per aver contribuito con il proprio lavoro all’arricchimento dei beni culturali disponibili. Questo comporta un dovere per tutti coloro che hanno accesso ai contenuti digitali, ovvero contribuire adeguatamente alla sopravvivenza dell’ecosistema, ma ogni utente potrà scegliere dove indirizzare il suo contributo. Ferree regole di redistribuzione degli utili dovrebbero, secondo Aigrain, favorire la diversità della produzione culturale e generare un’entrata supplementare per un numero molto più ampio di produttori culturali.

 

Il saggio di Aigrain, condivisibile o meno, mette il dito su uno dei grandi temi della società dell’informazione: la revisione del copyright e dei diritti e dei doveri dei cittadini/consumatori digitali. Una revisione sempre più urgente, possibile solo su un piano politico globale. La domanda non è più se accadrà, ma se verrà dal basso o dall’alto.

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