Che ne è del diritto all'oblio?

Il problema della morte sui social, su cui sono da poco intervenuto proprio su Doppiozero, è al centro del nuovo Libro digitale dei morti di Giovanni Ziccardi, appena uscito per i tipi di Utet. Il volume si sofferma su una una questione che, per le ovvie ragioni che tutti possono immaginare, si può, a buon diritto, definire imprescindibile. Ma, a ben vedere, possiamo ascrivere la sua imprescindibilità anche a un altro motivo meno lampante: utenti di un qualche dispositivo digitale lo siamo tutti e tutti siamo chiamati a fare i conti con le trasformazioni che la virtualizzazione di questo aspetto così fondamentale dell’esistenza pone. La morte al giorno d’oggi ci chiama in causa, così, doppiamente: in quanto umani mortali e utenti tecnologici virtualmente immortali. Ed è proprio la pervasività del fenomeno della morte digitale a far sì che le sue implicazioni si rivelino pressoché inesauribili e straordinariamente complesse.


Il lavoro di Ziccardi arriva, così, come sua consuetudine – ricordiamo i meritevoli lavori sull’odio online, sulla dialettica fra controllo e libertà in rete e sulla cultura hacker –, a mettere ordine all’interno di una questione a dir poco intricata su cui vale la pena, quindi, soffermarsi adeguatamente. Iniziamo col rilevare una peculiarità del titolo. Esso può apparire come una tautologia (un libro che si intitola “libro”). A ben vedere, però, si capisce che il libro a cui il titolo si riferisce non corrisponde a quello che si sta sfogliando. Si tratta, piuttosto, di due libri differenti, per la precisione, di un libro cartaceo che parla di un libro digitale. C’è da chiedersi quindi, quale sia questo secondo libro digitale a cui il titolo sembra far riferimento. Secondo l’autore, lo scenario virtuale dei social network si presenta sotto forma di libro: tutti noi scriviamo, giorno per giorno, giganteschi dossier personali, in social network che, ancora al modello del libro, sono ispirati (facebook). Di questo librone virtuale e dei tanti libretti personali di cui è costituito si fornisce un’interpretazione forte. Ogni riferimento va al “libro tibetano dei morti” che pensa il dopovita come mondo intermedio popolato di anime cristallizzate. I profili sociali delle persone decedute somiglierebbero, così, alle anime della filosofia buddista, sospese fra dissoluzione (cancellazione dell’account) e reincarnazione (ritorno in attività dell’account ad opera, per esempio, di un congiunto). Ma, libro è – lo sappiamo – anche lo strumento, la guida, il vademecum (acquistabile al costo di 15 euro) attraverso cui districarsi in questo mondo sospeso e acquisire la giusta consapevolezza per decidere verso quale destino imbattersi. 


A questo scopo, Il libro digitale dei morti si rivela infatti, un ottimo prontuario, utile a orientarsi nello sterminato dibattito internazionale sul tema e, d’altra parte, per mettere ordine fra le tante accezioni che la questione della morte pone una volta assunta in ambito digitale. Una tale missione viene perseguita, con un tono divulgativo, preoccupato di proporre al lettore soluzioni, strategie di navigazione di fronte alla complessità del reale. La lettura si costituirà, così, lungo una processione di situazioni problematiche, di volta in volta, illustrate nella loro dimensione esemplare. Di fronte a ognuna di esse, il libro si propone di dare un orientamento, di offrire una direzione viabile, nonostante l’incertezza del quadro giuridico e le grandi sacche di discrezionalità con cui gli aspetti legati alle eredità vengono gestiti da provider e parti in causa. 

 

Giovanni Ziccardi, Il libro digitale dei morti


Basta scorrere la scansione dei paragrafi della premessa per farsi un’idea della varietà di questioni collegate alla morte online, ognuna delle quali affrontata in un capitolo specifico del libro: si va dal problema di che farne degli account social delle persone decedute, alla questione della proprietà e dell’eredità dei dati, passando per testamenti digitali, amministrazione del lutto, morte in diretta, problematiche relative all’oblio dei dati personali in rete. Il tutto viene organizzato secondo due assi: da una parte, ci sono i problemi posti dalla morte, ovvero posti dalla scomparsa del proprietario delle informazioni e dei dati digitali, e, dall’altra, quelli posti dal superamento della morte, in una tensione verso l’immortalità che le tecnologie digitali sempre più spesso mostrano di voler attuare, nei confronti del singolo come delle comunità.


Un primo argomento di discussione ha a che fare con un classico dilemma dei libri sulla rete, ovvero l’annosa questione di quanto il mondo possa essere riconfigurato dalle tecnologie. Esiste una differenza fra la morte online e quella disconnessa che l’umanità ha sperimentato fino ad oggi? La risposta dell’autore è discutibile: citando Covacich e Lindo Ferretti (ma dimenticando di prendere posizione sulla tradizione antropologica da Hertz in poi che non smette di sottolineare il carattere eminentemente politico del lutto e della sua amministrazione) sostiene che la morte prima di Internet fosse minimalista (pag. 36), sobria, qualcosa di eminentemente legato alla sfera del personale e della famiglia, soprassedendo su tragedie greche, sceneggiate napoletane, prefiche e quant’altro. Un riferimento alla imponente opera di Ariès avrebbe probabilmente aiutato a contestualizzare storicamente il passaggio dalla rappresentazione teatrale della morte (premoderna) a quello della sua marginalizzazione in epoca moderna, permettendo di riconoscere nelle dinamiche della morte online una dialettica fra modi di intendere il lutto, storicamente determinati. L’avvento dei social finisce per segnare, secondo l’autore, una discontinuità rispetto alla sobrietà supposta dall’autore, incidendo proprio sui caratteri di pubblicità della morte, finalmente liberata dalla segregazione in cui la società, forse per esorcizzarne il potere, l’avrebbe confinata. Nuovi problemi nascono da questo sdoganamento: come conciliare contenuti frivoli che regolarmente circolano sui social con esibizioni di vicinanza nel momento del dolore? Come mettere insieme il like per l’ultimo video della popstar di turno al cordoglio verso il congiunto scomparso? La tesi dell’autore appare condivisibile. Di fronte al moralismo apocalittico di chi rifiuta questo tipo di commistioni in nome della separazione della morte dalle cose della vita, il cordoglio social (una galassia di pratiche che va dalle interazioni nelle bacheche virtuali alla condivisione di foto e selfie di riti funebri) tende a privilegiare un effetto presenza, una volontà di condivisione che non ha nulla di inautentico, anzi. A queste questioni di galateo mediatico (p.118) che, si preannuncia, saranno progressivamente superate man mano che l’egemonia digitale si diffonderà su tutte le generazioni, subentrano quelle più propriamente organizzative. Testamenti, eredità, lasciti, sono tutti problemi che si intrecciano con un contesto rinnovato segnato dalla scarsa regolamentazione, dalla mancata consapevolezza degli utenti, dal predominio delle policy delle grandi piattaforme dei network sociali, in assenza di più stringenti regole condivise. Ancora una volta, emerge il conflitto dei conflitti della società digitale fra tutela della privacy e controllo. L’episodio della richiesta da parte dell’FBI ad Apple Inc. di creare una versione del noto sistema operativo iOs con una backdoor in grado di garantire l’accesso ai dati dell’iphone criptato dei terroristi della strage di San Bernardino, rappresenta un caso esemplare di questo tipo di contesa. D’altra parte, anche nelle dispute legali, si può riconoscere una dialettica fra le legittime aspirazioni all’acquisizione, da parte degli eredi, dei dati del defunto (spesso dotati di valore affettivo oltre che economico) e le esigenze di tutela della sua stessa privacy. Di fronte alla complessità delle soluzioni proposte di volta in volta dalle singole piattaforme, si può comunque mettere ordine. È il pregio, si diceva, dell’opera di Ziccardi, che pazientemente si occupa di chiarire i termini proposti dalle policy dei più noti social network, da Facebook a Google, passando per Twitter, Linkedin ed altri.
Una notazione importante riguardo a questo ambito di indagine ha a che fare con il rischio di fraintendimento dei messaggi del defunto, recuperati dai database dopo la sua morte. Se è vero che le attività sociali in rete sono assimilabili alle interazioni in una grande conversazione (cfr. Cluetrain Manifesto), si pongono oggettivi problemi di interpretazione, una volta che a queste stesse interazioni si dovesse riconoscere un senso univoco o peggio ancora le si dovesse interpretare come consapevoli attestazioni di volontà e di pensiero, assimilabili a opere pubblicate. È il problema, verrebbe da dire, delle intercettazioni telefoniche che di tanto in tanto finiscono sui giornali con grande clamore: ogni ironia, ogni sorriso, ogni sottointeso corre il rischio di venire cancellato da una lettura referenziale, ingenua, frammentaria di queste interazioni.


Per prevenire situazioni spiacevoli, allora, il libro non trascura di proporre strategie per l’insabbiamento delle proprie interazioni online, suggerendo, a chi ne sentisse la necessità, di criptare ogni conversazione e di usare account segreti per la corrispondenza che non si vuol rendere pubblica dopo la morte.
Proseguendo nella carrellata di casi e situazioni peculiari legati alla morte in rete, ci sono i casi di storytelling digitale. Sempre più spesso si diffondono blog e racconti intermediali della malattia e della morte, che rispondono, secondo l’autore, ancora una volta a una logica di socializzazione di questo aspetto dell’esistenza così potentemente represso nella modernità. In questa accezione, si possono spiegare molti fenomeni legati alla morte online: dalle dirette streaming dei funerali fino alla commemorazione delle star (David Bowie, Prince, Micheal Jackson) etc.
Passando alla seconda parte del libro, l’autore sottolinea come si faccia presto a dire che il mondo digitale garantisca eternità a portata di mano per chiunque. A questo proposito, fa un esempio particolarmente calzante: il programmatore autore del famoso videogioco Prince of Persia, per recuperare il codice sorgente della prima versione del videogioco e per allestire un ambiente mediale consono alla sua esecuzione (fatto di floppy disk, computer, protocolli ormai obsoleti e quindi difficilmente reperibili) ha impiegato più di dieci anni.


Ma c’è di più, la questione dell’eternità promessa dal mondo digitale può riguardare intere comunità e monumenti. Al proposito, si fa riferimento al noto caso della ricostruzione dell’arco del tempio di Bel a Palmira, in Siria. La copia à l’identique in 3d dell’arco, risalente a circa duemila anni fa e ricostruita con la più grande stampante 3D al mondo, è stata da qualche tempo presentata a Trafalgar Square. Se il libro parla in termini entusiasti di esperimenti di questo genere, vale la pena ricordare che essi vivono come contributi culturali all’interno di comunità che possono criticarli, laddove necessario. È il caso del recente intervento (http://www.doppiozero.com/materiali/una-guerra-di-segni) a Palermo del semiologo e archeologo Manar Hammad, a proposito del medesimo arco. Hammad è intervenuto ricordando le tante inadeguatezze che un progetto di questo genere si porta dietro, proprio legate all’eccesso di entusiasmo tecnologico. La possibilità tecnica di riprodurre digitalmente un monumento in 3d ha portato a sottovalutare la questioni di contestualizzazione dell’opera (l’arco di Palmira a Trafalgar Square?) e basilari questioni legate alla materialità della riproduzione: siamo sicuri, ricorda il semiologo fra i massimi esperti mondiali del sito archeologico di Palmira, che il materiale utilizzato per la stampa 3d possa essere considerato dalla comunità di persone che hanno a cuore il monumento un sostituto efficace della pietra millenaria con cui era stato costruito?

 


In ultimo, la questione forse più spinosa. La digitalizzazione in corso dell’orizzonte della vita promette una sorta di eternità anche per l’individuo. Sempre più numerosi sono gli esperimenti di creazione di veri e propri BOT (utenti robot) in grado di produrre dei cloni delle persone defunte, a partire dall’analisi del database di interazioni avute in anni di social networking, prima del decesso. Proprio a partire dalla scansione intelligente di questi enormi database, i computer sarebbero in grado di imitare lo stile espressivo e richiamare l’identità della persona scomparsa. È quello che succede in una celebre puntata della serie Black Mirror (“Be right back”, in italiano “Torna da me”) in cui uno di questi computer viene inserito in un fantascientifico corpo robotico in tutto e per tutto somigliante a quello della persona defunta. Situazioni così estreme non sono per fortuna all’ordine del giorno ma, suggerisce l’autore, il caso citato indica una direzione che sempre più convintamente verrà battuta dal mondo della socialità digitale. E allora vale la pena riflettere su come porsi nei confronti di questo tipo di esperimenti. Come evitare, per esempio, che, come succede nella puntata della serie citata, questi simulacri finiscano per creare dipendenza nei congiunti più fragili, confinandoli in una vita privata sempre più scollata dalla realtà, fatta di doppi robotici da tenere nascosti ad amici e congiunti? Se è vero che sempre più spesso la tecnologia ci chiederà di prendere posizione su questioni di questo genere, manca forse una domanda fondamentale. Dato che questi software sono fondati su serie storiche, sull’analisi proiettiva delle interazioni del passato, cosa farne di Levinas? Cosa farne dell’idea che è l’alterità, la differenza anche rispetto al proprio sé, a definirci come esseri umani? Come si può pretendere che un automa possa prendere il posto di una persona cara se, per quanto programmato per imitare lo stile del nostro congiunto, reagisce agli stimoli del mondo mettendo in scena solo configurazioni comportamentali già in qualche modo contenute in nuce nel suo comportamento passato, senza possibilità di rovesciare il tavolo delle aspettative?
Il libro si chiude con un’altra questione che appare capitale: come fare a pensare la vita in una società che ricorda tutto? Come farsi dimenticare da una società che è sempre in grado di recuperare la traccia delle nostre azioni e delle nostre interazioni? La legislazione per il “diritto all’oblio” riscuote sempre più successo in giro per il mondo ma, a parere di chi scrive, la soluzione non potrà che essere determinata da un salto evolutivo culturale. Imparare a considerare la morte dell’autore nelle scritture che quotidianamente disperdiamo fra i mille social network della rete potrà essere un modo efficace per riconquistare il diritto a una vita dell’autore autonoma dalle sue tracce digitali?

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