Chi è Matteo Salvini

Nella comunicazione politica Matteo Salvini si presenta ostentatamente come “Uno di noi”: è l'Uomo Qualunque, nella miglior tradizione del populismo. La maschera è credibile ed efficace, a giudicare dal risultato delle elezioni del 4 marzo 2018.

“Uno di noi”, va bene. Ma “noi chi?”, viene da chiedersi. Matteo Salvini non è cresciuto nelle valli bresciane e bergamasche e non è neppure un reietto delle periferie degradate che oggi sfornano i cantati trap che sventolano i loro Rolex d'Oro al concertone del 1° maggio. Matteo Salvini è figlio di un dirigente d'azienda e di una casalinga. Si è diplomato nel 1992 al Manzoni, il liceo classico della Milano bene. È un politico di professione almeno dal 1993, quando è entrato ventenne in Consiglio Comunale a Milano per la Lega Nord, alla quale si era iscritto nel 1990.

 

 

 

Da ragazzo è stato nei boy scout, dicono. Secondo “Affari Italiani” da ragazzo era “un paninaro con lo smartphone” e dunque faceva parte della gioventù destrorsa e disimpegnata. Però frequentava anche il Leoncavallo, che è dagli anni Settanta la bestia nera dei fascisti meneghini. Nel suo primo memorabile intervento in Consiglio Comunale, il giovane Salvini prese addirittura le difese del centro sociale milanese, a rischio sgombero dopo uno scontro di piazza, guadagnandosi i primi titoli di giornale della sua vita e l'apprezzamento della sinistra: “Gli incidenti sono avvenuti per colpa di cinquanta, cento violenti. I quindicimila giovani che hanno partecipato alla manifestazione avevano anche ragioni giuste e condivisibili. Ma sono stati strumentalizzati. Dobbiamo isolare i violenti" (“la Repubblica”, 13 settembre 1994). Sull'onda dell'entusiasmo, restò a lungo possibilista sulla liberalizzazione delle droghe leggere e ha continuato a considerarsi di sinistra. Alle elezioni del Parlamento della Padania nel 1997 si presentò come capolista dei Comunisti Padani, nel simbolo Falce e Martello, entrando nell'assemblea di Pontida con quattro rappresentanti della sua corrente. Non rinnega quell'esperienza. Nell'ottobre 2014, alle Iene che gli chiedevano: “Cosa vuol dire comunista padano?”, rispose: “Vuol dire che mi sento molto più al fianco degli operai io di quel 'banchiere' di Renzi”. Davvero "uno di noi".

 


Da questi primi passi non è difficile intuire la sua prima dote politica: l'opportunismo. A proposito dei politici di successo, Machiavelli spiegava che “sanza quella occasione, la virtù dell’animo loro si sarebbe spenta, e sanza quella virtù la occasione sarebbe venuta invano”. Insomma, bisogna essere pronti a cogliere le opportunità e avere le doti per volgerle a proprio favore. Dopo essere saltato ventenne sul Carroccio della Lega per piazzarsi prima in Consiglio Comunale e poi all'Europarlamento, la seconda grande occasione Salvini l'ha colta nel dicembre 2013, quando ha vinto le primarie della Lega Nord, diventandone il segretario federale. È riuscito a fare un miracolo. Ha preso le redini di un partito che appariva in irreversibile declino elettorale, arroccato nelle zone marginali del settentrione del paese. Il leader Bossi era leader malato e tremebondo. La dirigenza era stata travolta da una serie di scandali (i diamanti africani.... il Trota a Tirana...) davvero imbarazzanti per chi aveva fatto della lotta al potere romano e alla corruzione le proprie bandiere. In meno di cinque anni, dopo aver invertito la tendenza, Salvini ha allargato la base elettorale all'intero paese, compresi il Sud e le Isole che aveva sistematicamente insultato nella fase beta della sua carriera di giovane leader. È diventato il leader del centro-destra, la prima coalizione alle elezioni del 4 marzo, e dunque un autorevole candidato alla Presidenza del Consiglio.

 

 

 

Per diventare un vincente, ha cambiato radicalmente il posizionamento politico del movimento. La Lega del suo maestro Umberto Bossi era una forza autonomista e tendenzialmente indipendentista. Voleva essere oltre la destra e la sinistra, ma era tendenzialmente antifascista: lo "sfascismo" padano aggrediva il centralismo fascista, lo statalismo nazionalista appariva inconciliabile con il localismo delle piccole patrie e delle insegne comunali. Da un lato affiorava la nostalgia della “Roma imperiale”, dall'altro si sparavano insulti contro "Roma ladrona”. Il genio politico di Berlusconi (con i suoi soldi e i suoi media) è riuscito nella magia di di tenere insieme gli opposti per vent'anni. Con la sua piroetta "sovranista", Salvini è passato all'incasso, svuotando sia il berlusconismo (con le le sue promesse non mantenute) sia quel che resta delle frattaglie post fasciste.

 

 

 

Per la Lega delle origini il problema erano “i terroni”. Per la nuova Lega problema sono diventati “i negri”. Se il nemico è così facilmente fungibile, il problema evidentemente non sta né nei “napoletani” né negli “africani”, ma in chi li adotta come bersaglio. Il movente sono le paure di un paese che invecchia e che non sa capire (o affrontare) le sfide della globalizzazione. È quella parte del paese che si sente esclusa dai violenti processi di modernizzazione (e dall'accumulazione del capitale cognitivo ed economico) che interessano e privilegiano solo alcune aree e distretti metropolitani. È la stessa onda che ha portato alla Brexit e alla vittoria di Trump. Il problema è (anche) la mancanza di memoria dell'elettorato italiano: con spregiudicatezza e cinismo, Salvini ha cavalcato questa insicurezza, cogliendo una mutazione profonda nel sentimento politico in Italia e in Europa. Ha accantonato l'antifascismo e ha trovato punti di riferimento all'estero in Marine Le Pen e in Orbán. Ha abbandonato la prospettiva nordista per rilanciare la polemica anti-europea.

 

La comunicazione politica è rimasta semplice e rozza, più iconica e simbolica che verbale e argomentata. È quella che caratterizza la Lega e i movimenti populisti, ma ravvivata da un uso massiccio e provocatorio dei social. Nelle prime uscite pubbliche, quando la Lega era ancora “padana”, Salvini sfoggiava le sue felpe geolocalizzate. Per salire al Quirinale ed entrare in Senato, anche per lui è diventata obbligatoria la cravatta: all'inizio la indossava con fastidio e imbarazzo (perché è "uno di noi"). Ora la sfoggia come un feticcio, l'emblema della sua ambizione governativa. Ma appena può se ne libera. Di recente è andato allo stadio per vedere l'amato Milan e si è subito rimesso il giubbino. Ma non un giubbino qualsiasi: indossava un Pivert, il logo preferito da Casa Pound. È una riprova, secondo alcuni osservatori, delle nuove simpatie politiche di Salvini. Più probabilmente è solo un segnale ai suoi nuovi amici: nei momenti di arretramento democratico, fa sempre comodo avere qualcuno che sappia menar le mani e organizzare gazzarre provocatorie. La squadraccia intimidisce gli avversari e poi permette di invocare l'(uomo d')ordine.

 

C'è un altro aspetto che fa di Salvini “uno di noi”. Come Matteo Renzi, appartiene ai figli del Biscione, la generazione convinta che la comparsata televisiva sia il miglior viatico per la realizzazione di sé. Nel 1994 Matteo (Renzi) è andato da Mike Bongiorno per partecipare alla Ruota della fortuna. Matteo (Salvini) a vent'anni ha partecipato al telequiz di Il pranzo è servito. È una generazione felice del suo quarto d'ora di celebrità ma irrimediabilmente frustrata perché è solo un quarto d'ora. (E chissà che penseremo tra vent'anni quando scopriremo che i nuovi leader sono gli youtuber di oggi...)

Per fortuna di Salvini il quarto d'ora di celebrità si prolunga nei rotocalchi. Un anno dopo essere diventato leader della Lega, Salvini si è messo “desnudo” (ma con una cravatta ancora verde padana) sulla copertina del settimanale “Oggi”, quasi a far dimenticare la celebre canottiera di Umberto Bossi. Sono state forse quelle immagini a commuovere (o ingolosire) Elisa Isoardi, la presentatrice televisiva che diventerà la sua compagna. L'amore viene ufficializzato dalle copertine di “Oggi”, “Chi” e “Novella”. Gli stessi settimanali daranno ampio spazio a un (presunto) tradimento balneare della bella Elisa e alle conseguenti sofferenze del Salvini tradito. A seguire l'inevitabile rappacificazione e la redenzione casalinga della “donna del capo” dopo il trionfo elettorale: “Orgogliosa del suo successo. Per amore suo farò un passo indietro”. Il tutto condito dall’inevitabile contorno di polemiche femministe.

 

Nell'eterna commedia dell'arte della politica italiana, Matteo Salvini sembra avere un ruolo preciso. È “uno di noi”: dunque non è un signore, ma un servo. Non è certo l'ingenuo e innocente Arlecchino. Lui è furbo come Brighella, il servo già inurbato e quindi più scaltro e all'occorrenza cattivo. O forse è tutta un'altra cosa: è il rampollo della casta che a un certo punto si ritrova squattrinato o finge di esserlo, e si traveste nell'attesa che il suo rango principesco venga finalmente riconosciuto, come nei romanzi d'appendice. Quando il paladino di una forza anti-sistema diventerà parte del nuovo sistema. Nell'attesa, come spettatori ci godiamo i battibecchi, la commedia degli equivoci, i sorrisi di circostanza tra questo Brighella e il Pulcinella Di Maio. Anche se il meglio – come spesso accade a teatro – succede dietro le quinte...

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