Cohen. Dalla fine della vecchiaia

Una volta i devoti di Cohen erano una società segreta. Oggi la società ha rotto i sigilli ed è uscita allo scoperto. Non va confusa con i cosiddetti Eletti Cohen dell’Universo, che sono un banale ordine massonico. È la ben più potente Cabala della Depressione Cosmica, la cui dottrina insegna che quando hai toccato il fondo puoi solo dire va bene così, dopotutto è qui che volevo arrivare, sia lodato chiunque debba essere lodato, tiriamo un bel respiro, meditiamo un po’ e andiamo avanti.

Ho letto tutti i libri su Leonard Cohen, almeno quelli in lingua inglese, e nessuno mi ha toccato come il profilo pubblicato da David Remnick sul “New Yorker” del 17 ottobre 2016. Nulla, nell’articolo, accenna a una sua malattia, o alla possibilità di una morte improvvisa. Può essere stata delicatezza, o forse davvero non si poteva prevedere. Ma Cohen soffriva di forti dolori alla schiena dovuti a fratture per compressione, lavorava su una sedia a rotelle, ed è da quella sedia, con l’aiuto del figlio Adam come produttore, che ha cantato i versi delle canzoni di You Want It Darker, il suo ultimo disco appena uscito. Non userei la parola testamento. Cohen aveva ancora molte poesie e canzoni inedite in serbo, finite o abbozzate. Prima o poi vedranno la luce. 

 

David Reminick descrive lo studio di Leonard Cohen, al secondo piano di una casa relativamente modesta di Mid-Wilshire, un quartiere di Los Angeles dalla forte diversità etnica e non tra quelli più alla moda: un paio di chitarre acustiche, una tastiera di sintetizzatore, due computer e un microfono per la voce. Gran parte della preparazione di You Want It Darker è stata condotta in quella stanza. Poi è intervenuto Patrick Leonard, arrangiatore e co-autore delle musiche, finché anche Leonard ha avuto problemi di salute e il disco è stato terminato grazie al coordinamento di Adam Cohen. È a questo punto della descrizione che David Remnick, guardando Leonard Cohen al lavoro, fa cadere questo appunto: “La vecchiaia e la fine della vecchiaia soccorrono con un’aria di quiete; utile, anche se non interamente desiderata”.

 

Crediamo di sapere cos’è la vecchiaia, ma che cosa mai può essere la fine della vecchiaia? Come si vive nella fine della vecchiaia, se non è solo l’intervallo che separa dalla morte? Forse c’è un momento, che può essere breve o durare anni, passato il quale non si è più vecchi e nemmeno immortali, soltanto eterni. Non si è più parte della vita, ma la morte non ha ancora trovato il coraggio di guardarci in faccia. Con You Want It Darker, Leonard Cohen ha raggiunto quell’altezza, al di sopra delle nebbie, dalla quale si vede tutto molto chiaro. Soprattutto, si distinguono i contorni di ciò che non è chiaro per niente, di quel Dio che è anche ombra a se stesso e che risplende solo dal cuore di un’impenetrabile oscurità. Un dio geloso, incostante, molto umano. Un dio depresso, che Leonard Cohen ha adorato per tutta la vita con una devozione inflessibile, sapendo che tale Dio, per esistere, non ha nemmeno bisogno di essere. Remnick cita una poesia che Cohen gli dice a memoria: “Ascolta il colibrì, le cui ali non puoi vedere. Ascolta il colibrì, non ascoltare me. Ascolta la farfalla, i cui giorni ammontano a tre. Ascolta la farfalla, non ascoltare me. Ascolta la mente di Dio, che non ha bisogno di essere. Ascolta la mente di Dio, non ascoltare me”.

 

 

Ma è difficile non ascoltarlo. Non ascoltare un timbro che quando canta “Leaving the Table” o “Steer Your Way”, dall’ultimo disco, è una voce dopo la fine della voce, un fiume inabissato che ci chiama a seguirlo nelle caverne della gola, una sorta di rombo di tuono trattenuto.

Molti sanno che Cohen, senza mai abbandonare la sua educazione ebraica, nel 1996 si è fatto monaco zen e che negli dal 1993 al 1998 anni ha vissuto saltuariamente nel monastero buddista di Mount Baldy, in California. Nemmeno lo zen, però, era riuscito a guarirlo dalla depressione. Remnick rivela che dopo aver lasciato il monastero, avendo capito di non avere dopotutto la vocazione per una vita esclusivamente spirituale, Cohen si era trasferito a Mumbai per assistere alle sedute di Ramesh S. Balsekar, già presidente della Bank of India e successivamente maestro dell’Advaita Vedanta, la scuola hindu il cui insegnamento principale è che non esistono né “tu” né “io” bensì solo la coscienza universale. Un salto non indifferente per chi, dal punto di vista dell’io, ha dialogato per tutta la vita con un “tu” che era, come insegna la tradizione erotico-mistica, ebraica e non, tanto la donna quanto Dio.

 

Ho sottomano una raccolta di pensieri di Ramesh Balsekar. Si chiama A Net of Jewels: Daily Meditations for Seekers of Truth (Advaita Press, 1996), e l’apro a caso: “Capire è tutto”, dice, “e ogni sforzo di capire è un impedimento al capire stesso. Si annichilisce l’ego esponendolo a quell’illusione che l’ego stesso è, ed è questo il capire”. Pare impossibile, per chi è programmato dall’ego occidentale e ne soffre la ricorrenti “inflazioni” (come le chiama la dottrina junghiana), che queste prescrizioni così facili da banalizzare possano davvero funzionare come terapia. Eppure Cohen emerge da un anno di colloqui con Balsekar, per la prima volta in vita sua, libero dalla depressione. E non molto tempo dopo inizia la sua rinascita agli occhi del pubblico mondiale, guidata dalle centinaia di cover di “Hallelujah”, una canzone che al suo apparire su Various Positions nel 1984 era passata inosservata (il disco non era nemmeno entrato in distribuzione negli Stati Uniti, bisognava ordinarlo dal Canada).

 

Se uno guarda alla produzione di Cohen posteriore al 1998 (Ten New Songs, Dear Heather, Old Ideas, Popular Problems, You Want It Darker), trova pochi accenni a questo cambiamento interiore. Per due ragioni: la prima è che le rivoluzioni dell’anima non hanno una gran voglia di andare in parata; la seconda è che buddismo zen e induismo advaita non hanno affatto cancellato, nella poesia, nelle melodie e nella voce di Cohen, il bisogno dell’io di confrontarsi con il tu. L’hanno soltanto affinato, rendendo lo sguardo più preciso. Perché la “lotta con l’angelo” che Cohen, come Giacobbe, ha sempre combattuto, al di là delle pur colossali schermaglie con la Dea del Desiderio, riguarda in fondo l’educazione di un ragazzo ebreo in una città cattolico-ebrea come Montréal. La prima raccolta poetica di Cohen, uscita nel 1956, si chiamava Let Us Compare Myhtologies (Confrontiamo allora i nostri miti, trad. di Giancarlo De Cataldo e Damiano Abeni, Minimum fax, 2009), e già poneva la sfida tra vecchio e nuovo testamento, tra il roveto ardente e l’uomo sulla croce. Perché sono diversi? Perché non sono uno? Perché sono così spesso ostili l’uno all’altro? Nell’ultimo disco, Cohen è tornato a confessare l’impossibilità di una soluzione definitiva.

 

La riunificazione non ci sarà. Ma si potrebbe almeno stipulare un trattato: “Ti ho visto cambiar l’acqua in vino, e poi il vino in acqua nuovamente. Mi siedo alla tua tavola ogni sera, mi sforzo ma con te non mi diverto. Non c’è una pace che si può firmare? E quella maledetta collina, che importa chi la va a conquistare? Stanco e arrabbiato, ecco come sono io. Perché non c’è una pace, perché non c’è una pace da firmare, tra il tuo amore e il mio?”

 

Non ho parlato della musica. Che è non è affatto minima come sembra. Lo sa Bob Dylan, che nell’articolo citato condivide con Remnick la sua ammirazione per Cohen e la sua conoscenza perfino analitica, accordo per accordo, modulazione per modulazione, anche di canzoni poco note: “Quando parlano di Leonard si dimenticano sempre di menzionare le sue melodie,” dice Dylan, “che per me, insieme ai suoi versi, sono la prova più grande del suo genio. Anche i versi di risposta [counterpoint lines] danno un tono celestiale e uno slancio melodico a ciascuna delle sue canzoni… Il suo dono, o genio, sta nella sua connessione con la musica delle sfere”.

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