Come distruggere l’Università

Il libro di Federico Bertoni Universitaly. La cultura in scatola (Laterza, 2016, pp.139, € 15,00) è un libro bello, ed è un libro importante. 

Che sia bello non è circostanza banale, per un libro che si occupa dell’Università e dei suoi problemi, fornendo per giunta informazioni e dati preziosi. Ma l’argomentazione di Bertoni parte dalla sua esperienza personale e se ne arricchisce, intrecciando lo stile dell’autobiografia con quello del pamphlet. Soprattutto, lo studioso di Letteratura Bertoni conferma in questo libro che la Letteratura è anche una modalità della conoscenza, e chi ne dubitasse può verificare come – ad esempio – Stendhal possa servire per capire le tensioni frustrate dell’Italia in cui viviamo o la bêtise flaubertiana descriva, meglio di qualsiasi saggio sociologico, la mentalità priva di orrore di sé di chi ci amministra. La regola aurea della burocrazia “Rendere difficile il facile per mezzo dell’inutile” è in questo caso applicata senza risparmio. Basti consultare il glossario di sigle che Bertoni pubblica in appendice (p.129): Anvur, Asn, Asu, Cfu, Crui, Gev, Orcid, Pqa, Peer review, Prin, Psa (che però non è quello che i maschi ultrasessantenni conoscono bene, NdR), Rae, Ref, Sua-Rd, Vqr, Vra. 

 

Ma c’è del metodo in questa follia.

Ciò che il libro descrive è infatti un sistema ideologico e assiologico, quello che domina incontrastato la nostra società, tanto più pervasivo perché ammantato di oggettività, e anzi di una esibita critica post-moderna alle ideologie; tale sistema si riflette in forma concentrata, come in uno specchio, nella vicenda dell’Università e delle sue ossessive e grottesche pratiche di registrazione, di misurazione, di differenziazione, di gerarchizzazione, di competizione, di privatizzazione. 

La modificazione sostanziale del mestiere di professore universitario è parte importante di questo clima più generale della nostra società. 

Il professore non deve essere più colui che studia, ricerca e insegna (più precisamente: che ricercando insegna e insegnando ricerca), e a questa figura vecchia (loro dicono: “da rottamare”) sono riservate le sprezzanti ironie di chi ci governa (“professoroni”, “archeologici”, etc.), e forse non è un caso che questo vero e proprio odio vendicativo provenga da personaggi protagonisti di non esaltanti carriere universitarie, come l’avvocata bresciana con esame sostenuto in Calabria o come il Ministro che dall’alto del suo diploma di perito tecnico-commerciale rivolge ai giovani il (criminale) consiglio di puntare a una laurea veloce con un voto basso invece di inseguire il 110 e lode. 

 

Ora il professore deve diventare un “amministratore” di dati e – al tempo stesso – un procacciatore di soldi. Ai soldi che saprà trovare è legato non solo il suo potere accademico ma, sempre più, anche il suo posto di lavoro; già oggi, specie nelle Facoltà di Medicina, i ricercatori si pagano da soli il proprio posto con i fondi di ricerca di cui sono titolari (con quali conseguenze etico-politiche è facile immaginare, specie nel caso di finanziamenti privati). 

Per questo il precariato (sempre più generalizzato: oltre il 48% dei docenti sono oggi precari!) si lega strettamente alla cosiddetta “aziendalizzazione” e ne svela il carattere distruttivo: la distruzione capitalistica dell’Università che è sotto i nostri occhi. 

Come procede questa sistematica distruzione? Semplice: basta il blocco delle assunzioni in ruolo e anche del turn over (che massacra un’intera generazione di giovani e interrompe per sempre vitali linee di ricerca) e basta de-finanziare l’Università pubblica, mentre si continua scandalosamente a finanziare i privati. 

 

Siamo il paese europeo che spende meno per Università e ricerca (l’1,2 del PIl, contro il 2,8 della Germania, il 2,2 della Francia, il 3,0 degli USA, il 2,0 della media europea: cfr, p. 52), ma dal 2003 al 2013 il finanziamento pubblico è ancora diminuito del 22%, mentre in Francia è aumentato del 3,9% e in Germania è aumentato del 23%! Siamo il paese europeo con meno laureati (23,9% fra i 20 e i 34 anni, contro il 37,9% europeo) ma dal 2003 al 2013 il numero delle matricole è sceso ancora, -12,3% e al Sud -20,7%. Un suicidio, o piuttosto un omicidio premeditato dell’Università della Repubblica.

Si inserisce in questo quadro il problema della cosiddetta Valutazione della Qualità della Ricerca (VQR) a cui il libro di Bertoni dedica giustamente spazio, poiché contro di essa si è verificato un sussulto di dignità (perfino!) da parte dei professori italiani.

 

Al di là della demagogia mediatica contro i professori “fannulloni”, la vera sostanza della VQR è la legittimazione dei processi distruttivi in atto, e in particolare della decisione di abbandonare al loro destino le Università che non possono trovare soldi sul mercato, specie quelle umanistiche e del Sud. Lo confessa apertamente uno dei protagonisti del processo: “Quando la VQR sarà conclusa, avremo la distinzione fra researching university e teaching university” (cit. a p.100). Questo è parlar chiaro! Alla faccia del nesso fra ricerca e didattica che è costitutivo dell’Università.

Ma, anche al di là delle aporie (e delle follìe) della VQR che Bertoni descrive, la domanda di fondo è se sia lecito che il Governo, tramite una sua agenzia (l’ANVUR), giudichi nel merito la ricerca.

Basta ripensare al passato per accorgersi dei danni incalcolabili che può apportare sia all’innovazione sia alla libertà della ricerca la valutazione operata da esponenti della comunità scientifica vigente. Galileo non fu valutato positivamente dai GEV del suo tempo; Leibniz ricevette dai valutatori della Royal Society una VQR negativa (e si dice che di questo ne morì); il dottor Semmelweis ebbe dai valutatori del suo tempo una VQR talmente bassa che fu licenziato dall’ospedale di Vienna in cui lavorava e più tardi fu addirittura ricoverato in manicomio (era evidentemente un pazzo: si ostinava a sostenere la tesi – assurda per la scienza dominante del suo tempo – che le morti puerperali fossero causate dalle mani sporche dei medici!); per non parlare – in tempi più vicini a noi – di Freud o di Turing: quali valutatori ufficiali del loro tempo li avrebbero valutati positivamente? 

 

Anche nel nostro campo umanistico-letterario sono infiniti gli esempi di grandi studiosi che scontarono la stessa novità della loro ricerca con l’ostracismo della comunità scientifica del loro tempo: Francesco De Sanctis dovette emigrare in Svizzera per poter insegnare in una Università (sia pure a ingegneri non italofoni) dopo aver verificato che quella strada gli era del tutto preclusa, per motivi politici, nel Piemonte sabaudo; Giacomo Debenedetti, il maggiore critico letterario italiano del Novecento, risultò sempre trombato ai concorsi, così come Walter Benjamin. 

Troppo facile per i nostri GEV dire che oggi valuterebbero positivamente Galileo o De Sanctis, perché è solo il tempo (se non vogliamo dire la storia) a decidere chi avesse ragione fra Galileo e il cardinal Bellarmino, o fra De Sanctis e Vittorio Cian, ma ai contemporanei queste ragioni non risultano altrettanto chiare.

 

Quanto alla libertà, basterebbe domandarsi che VQR avrebbe ricevuto un ricercatore che nel 1938 avesse sostenuto che le teorie della razza – sottoscritte dalle massime autorità scientifiche del tempo, a cominciare dal professore, senatore e rettore Nicola Pende – erano, oltre che un’infamia, anche un cumulo di falsità scientifiche. 

Per questo la libertà assoluta della ricerca è garantita dalla nostra Costituzione: “L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento” (art.33).

Dunque siamo di fronte a un problema molto serio per l’intera società italiana e la sua democrazia. Al termine del suo libro, Bertoni avanza opportunamente anche un “decalogo” di dieci semplici quanto sensate proposte da mettere in atto (pp.116-122).

 

Ma la difesa strenua dell’Università pubblica è una questione troppo seria per pensare di poterla affidare ai soli professori. Se non è già troppo tardi.

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