Come opporsi a uno stato di smemoratezza

L’11 maggio scorso il quadro Le donne di Algeri, dipinto da Picasso nel 1955 (sessant’anni fa), è stato venduto per centottanta milioni di dollari a un’asta di Christie’s. Per Picasso la decisione di dipingerlo fu, in parte, ispirata dal desiderio di annunciare che sosteneva il popolo algerino nella sua lotta e nella guerra, iniziata l’anno prima, contro il colonialismo francese. 

 

 

La festa dell’Ascensione, che cade quaranta giorni dopo Pasqua, è passata. Secondo i Vangeli, fu allora che Cristo, come è testimoniato dai suoi discepoli, ascese al cielo, al paradiso. Sulla terra, adesso, dovevano cavarsela da soli.

Nel corso delle ultime settimane ho disegnato, perlopiù fiori, spinto da una curiosità che ha poco a che vedere con la botanica o con l’estetica. La domanda che mi assillava era se le forme naturali – un albero, una nuvola, un fiume, un sasso, un fiore – possano essere considerati e percepiti come messaggi. Messaggi – inutile dirlo – non verbalizzabili, né indirizzati specificamente a noi. È possibile ‘leggere’ le apparenze naturali come testi? 

Per me non c’è niente di mistico in questo esercizio. Si tratta di un esercizio gestuale, il cui intento è rispondere a ritmi e forme di energia diversi, che mi piace immaginare come testi da una lingua che non ci è dato leggere. Eppure, mentre delineo il testo, mi identifico fisicamente con la cosa che sto disegnando e con la lingua madre sconfinata e ignota in cui è scritto. 

 


 

Nell’ordine globale totalitario del capitalismo finanziario speculativo sotto cui viviamo, i media ci bombardano senza posa di informazioni, ma di solito queste informazioni sono una manovra diversiva pianificata per distogliere la nostra attenzione da ciò che è vero, essenziale e urgente. 

 

 

Il più delle volte le informazioni riguardano quella che un tempo era chiamata politica, ma la politica è stata soppiantata dalla dittatura globale del capitalismo speculativo con i suoi operatori e le sue lobby bancarie. 

I politici, di sinistra o di destra che siano, continuano a dibattere, votare, deliberare, come se le cose non stessero così. Il risultato è che i loro discorsi non si riferiscono a nulla e sono ininfluenti. Le parole e i termini che usano di continuo – per esempio terrorismo, democrazia, flessibilità – sono stati svuotati di ogni significato. Le platee di tutto il mondo seguono le loro teste parlanti come se stessero dando un’occhiata a un interminabile esercizio scolastico o a una lezione di retorica per principianti! Cazzate. 

Un altro capitolo dell’informazione con cui ci bombardano è dedicato allo spettacolare, agli eventi violenti e scioccanti, in qualsiasi parte del mondo essi si verifichino. Rapine, terremoti, imbarcazioni capovolte, insurrezioni, massacri. Una volta mostrato, uno spettacolo lascia il posto all’altro, decontestualizzato, in una successione anestetizzante. Rari le spiegazioni pazienti o gli approfondimenti. Arrivano come mazzate, non come storie. Sono promemoria dell’imprevedibilità di quel che può succedere. Illustrano i fattori di rischio della vita.

 

Si aggiunga a questo la consuetudine linguistica in uso nei media per presentare e descrivere il mondo. È molto simile al gergo e alla logica degli esperti di management. Quantifica tutto e fa raramente riferimento alla sostanza o qualità. Si occupa di percentuali, oscillazioni nei sondaggi d’opinione, tassi di disoccupazione, tassi di crescita, aumento del debito, stima delle emissioni di anidride carbonica, e via dicendo. Si tratta di una voce a proprio agio con le cifre, ma non con i corpi viventi o sofferenti. Non parla né di rimpianti né di speranze. 

 

 

E così quel che si dice pubblicamente e il modo in cui lo si dice favoriscono una specie di amnesia civica e storica. L’esperienza è spazzata via. Gli orizzonti del passato e del futuro si sfocano. Siamo condizionati a vivere un presente interminabile e incerto, ridotti a una cittadinanza senza memoria. 

Nel frattempo, intorno a noi, la terra si sta surriscaldando. Le ricchezze del pianeta si stanno concentrando in un numero sempre più esiguo di mani, mentre i più sono sottonutriti, malnutriti o alla fame. Milioni e milioni di persone sono costrette a migrare, mentre le loro speranze di sopravvivere si fanno sempre più tenui. Le condizioni lavorative stanno diventando viepiù disumane. 

Le donne e gli uomini pronti a protestare e a opporsi a quel che sta accadendo sono legioni, ma gli strumenti politici per farlo sono per il momento vaghi o assenti. Hanno bisogno di tempo per svilupparsi. Perciò dobbiamo aspettare. Ma come si fa ad aspettare in condizioni simili? Come si fa ad aspettare in questo stato di smemoratezza?

 

 

Ricordiamoci che il tempo, come Einstein e altri fisici hanno spiegato, non è lineare, bensì circolare. La nostra vita non è un punto su una linea – una linea che oggi viene amputata dall’avidità istantanea di un ordine capitalista globale senza precedenti – noi non siamo un punto su una linea: siamo il centro di un cerchio. 

 

 

Tutt’intorno a noi ci sono i testamenti che i nostri predecessori ci hanno lasciato a partire dall’età della pietra, e testi che non sono rivolti a noi, ma di cui noi possiamo essere testimoni. Testi che ci arrivano dalla natura, dall’universo, a ricordarci che la simmetria convive con il caos, che l’ingegnosità supera la fatalità, che ciò che desideriamo è più rassicurante di ciò che ci viene promesso.

Allora, sostenuti da quanto abbiamo ereditato dal passato e dalle cose di cui siamo testimoni, avremo il coraggio di resistere e di continuare a resistere in condizioni fino ad ora inimmaginabili. Impareremo ad aspettare in modo solidale. 

 

 

Proprio come continueremo per sempre a elogiare, imprecare e maledire in tutte le lingue che conosciamo.

 

(Antony, giugno 2015)

 

Da John Berger, Confabulazioni, trad. it. Maria Nadotti, Neri Pozza Editore,Vicenza 2017.

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