Convivere con il terrore

Lutti politicamente corretti

 

 

Il giorno dopo l’11 settembre 2001, una mia amica docente universitaria, comunista da sempre, mi dice con una certa spavalderia che per lei tre ragazzi palestinesi morti in uno scontro con la polizia israeliana proprio quel giorno la avevano impressionata molto di più delle migliaia di morti sulle Twin Towers a New York. È quel che si dice “avere due pesi, due misure”. Si ripete questa accusa dei due pesi e delle due misure ogni volta che qualche massacro in Occidente impressiona profondamente la nostra opinione pubblica. La si è tirata fuori, ovviamente, anche a seguito dell’eccidio del 13 novembre a Parigi. Si è detto: “Perché piangiamo tanto i 130 morti di Parigi e non gli oltre 40 morti di Hezbollah ammazzati qualche giorno prima a Beirut? Perché non siamo ugualmente scossi dai 224 passeggeri russi uccisi nell’esplosione dell’aereo sul Sinai l’8 novembre scorso? Eppure gli assassini sono più o meno gli stessi. I morti non sono tutti eguali?”

 

No, i morti non sono mai tutti eguali. La morte non ha lo stesso significato nemmeno per coloro che muoiono. Per un kamikaze che si fa saltare in aria la vita ha un senso molto diverso rispetto a chi sarebbe disposto anche a far morire il figlio pur di salvare se stesso. Se la morte non ha lo stesso valore nemmeno per chi muore, figuriamoci per chi è chiamato a piangere le morti altrui! Insomma, il lutto non è mai politicamente corretto – nel valore della morte non vige il principio di eguaglianza. Il lutto non è di sinistra. “La livella” – la morte nella raccolta di poesie del principe Antonio de Curtis – livella i morti, non il loro senso per chi vive.

 

In Italia è stato dato grande rilievo alla morte della giovane Valeria Solesin, trucidata al teatro Bataclan. Le massime autorità dello stato non avrebbero partecipato ai funerali di Valeria in piazza S. Marco se Valeria fosse stata uccisa in un incidente d’auto a Parigi; a stento la notizia sarebbe apparsa sulla stampa locale veneziana. È il senso di quella morte che fa scalpore, non la persona morta, per quanto degnissima: il fatto che sia stata vittima di un attentato che per noi – italiani, europei – ha un significato forte. La morte e il lutto non spezzano la logica di ciò che in linguistica e in filosofia si chiamano significanti, anzi, direi che proprio quando si muore la significanza entra in uno stato di speciale tumescenza.

           

I significanti, ci torneremo. È qui il punto cieco di molti. No, non tutte le morti hanno lo stesso valore per varie persone. Per la mia amica comunista tre morti palestinesi la commuovevano di più di 2700 vittime a New York. E se le avessero detto che tra le vittime di New York c’erano dieci palestinesi, la sua reazione non sarebbe cambiata affatto. Perché per lei morire per mano di un poliziotto israeliano ha un valore del tutto diverso che morire per mano di altri islamici. Morire è un fatto politico, come qualsiasi fatto umano. Ognuno piange solo i propri morti, e l’impegno a vendicare i propri morti alimenta la lotta politica, ovvero, probabilmente, altre morti.

 

Si dice: “I mussulmani sono irritati perché quando avviene un eccidio a Parigi ci commuoviamo molto di più di quando avviene un eccidio di mussulmani in Asia o in Africa”. Certo, e perché mai dovrebbe essere altrimenti? Direi di più: per noi europei dei morti a Parigi non hanno lo stesso valore di morti a Piégut-Pluviers nella Dordogna, ma nemmeno lo stesso valore di morti a Madrid o a Oslo, anche se deceduti per le stesse ragioni. Un attentato terroristico l’11 marzo 2004 in alcuni treni verso Madrid – a opera di affiliati ad Al-Qaeda – fece 191 morti. Eppure, anche se 191 morti sono più di 130, l’eccidio di Madrid apparve più una faccenda interna spagnola (la strage portò in effetti alla vittoria elettorale dei socialisti di José Luis Rodriguez Zapatero) che una sfida all’Occidente in toto. Ancora due pesi e due misure. Questa disparità rivela una cosa molto semplice: mi dispiace per gli amici spagnoli, ma la città di Parigi, e la Francia in generale, occupano ancora un posto simbolico nella cultura e nell’immaginario occidentali molto più rilevante di Madrid e della Spagna. Anche il peso simbolico di città e paesi non è mai eguale, Parigi significherà per tutti noi europei molto di più di Taipei, anche se quest’ultima capitale ha 400.000 abitanti in più di Parigi. Sono convinto che gli stessi attentatori di Parigi abbiano tenuto conto di questa sperequazione simbolica, così hanno preferito colpire a Parigi anziché a Bruxelles (pur essendo molti di loro belgi) e pur avendo Bruxelles il forte status simbolico di capitale d’Europa. Così come sono convinto che non a caso abbiano scelto un venerdì 13, una data particolarmente disgraziata nel breviario superstizioso occidentale.

 

Allora, perché denunciare quel che Michele Serra ha chiamato “un milione di pesi, un milione di misure”? La ragione è che, rivendicando un diritto dei morti all’eguaglianza simbolica, si ridimensiona lo sdegno per gli attacchi al cuore dell’Europa, si tenta di discreditare l’Occidente. Molti occidentali pensano che la loro funzione consista essenzialmente nel denunciare la buona coscienza universalista di quell’Occidente di cui vergognosamente condividono i valori che i terroristi vogliono colpire. L’ipocrisia dei “due pesi, due misure” è il modo più economico di conquistare una visibilità se non altro morale di cui molti sono assetati.

 

 

I mostri sono tra noi

           

Tutto l’establishment politico rispettabile – a esclusione quindi di xenofobi ed estrema destra, da Salvini a Donald Trump – ripete sempre la stessa canzone: la maggior parte dei mussulmani sono moderati, è brava gente come noi, i fondamentalisti e i terroristi sono solo una frangia dell’Islam. Ma chi sono questi islamici moderati?

 

Secondo recenti sondaggi, risulta che l’80% degli islamici sunniti simpatizzi per DAESH. I fischi che hanno inquinato il minuto di silenzio per le vittime di Parigi prima di una partita di calcio in Turchia non sono quindi espressione semplicemente di una gang di ultras. I sunniti ammirano DAESH perché esso appare loro un baluardo contro l’espansione sciita. Con DAESH per i sunniti accade qualcosa di simile di quel che accadde con l’URSS per i marxisti occidentali: la denuncia dei crimini di Stalin da parte degli stessi comunisti sovietici, le brutali repressioni delle rivolte in Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia, ecc., non incrinarono seriamente il grande prestigio di cui l’Unione Sovietica ha sempre goduto tra milioni di militanti, non solo comunisti, nel mondo. Per uno che credeva nel marxismo, l’URSS – e poi la Cina o il Vietnam – incarnava la metamorfosi di un movimento, di una filosofia, di un’Utopia, qual era il marxismo, in un potente apparato politico e militare. La “patria del socialismo” poteva anche perpetrare crimini orribili, la si perdonava sempre, come nelle famiglie italiane si perdona sempre il figlio, anche se si scopre che è mafioso o assassino; i genitori dicono sempre “non posso credere che quel bravo ragazzo sia colpevole!”. Le nostre opinioni sugli atti pubblici non sono indipendenti dalla nostra appartenenza simbolica: si è islamici, e quindi si è dalla parte dell’Islam, foss’anche quello più abietto, contro l’Occidente cristiano. Tanto più che oggi gli islamici si sentono, rispetto all’Occidente, nella posizione umiliante di perdenti storici. (Essi sanno che la sfacciata ricchezza di certi paesi petroliferi mussulmani non è vera ricchezza. Il petrolio è come una droga, fa sentire grandiosi, ma tutto dipende dai barili che si vendono. Una volta esauriti quelli, non resta più nulla. Tranne il miraggio di grattacieli di cartapesta, come a Dubai.) Anche il mussulmano che depreca con frasi di circostanza gli attentati mortiferi a Parigi, nel fondo si sente fiero: “Ecco, stiamo facendo vedere i sorci verdi a questi cristiani ed ebrei che si credono così superiori a noi!”. Perciò nel fondo la maggior parte delle masse islamiche ammira il terrorismo fondamentalista.

 

Significa questo allora che il moderatismo islamico non esiste? Che hanno ragione Le Pen o Salvini o Trump quando insinuano che l’Islam è minaccioso in sé, per sua natura? No, perché l’essere moderati e simpatizzare per “i nostri”, anche se sono feroci assassini, non sono atteggiamenti contraddittori.

 

Sono dalla parte dei mostri è vero non solo la “brava gente” islamica, ma la brava gente di qualsiasi cultura e paese. Al tempo di Mussolini, la maggior parte dei fascisti o simpatizzanti fascisti italiani erano moderati; eppure questo non ha impedito loro di plaudere alle leggi razziali anti-semite, all’aggressione italiana all’Etiopia all’Albania e alla Grecia, alla partecipazione italiana alla guerra contro Francia e Gran Bretagna in alleanza con Hitler, ecc. La mia vita è moderata (parlo di un “io” che può essere chiunque di noi), vivo come tutti, porto a passeggio il cane a fare pipì, aiuto una vecchietta ad attraversare la strada, do soldi all’amico in difficoltà… ma posso esprimere opinioni sanguinarie. Se sono una brava persona comunista, plaudo al fatto che Stalin abbia sterminato i kulaki; se sono una brava persona fascista plaudo al fatto che Mussolini abbia perseguitato gli ebrei; se sono una brava persona filo-americana plaudo alle bombe atomiche lanciate su Hiroshima e Nagasaki...

 

Si dirà: si è moderati perché non si fanno cose efferate, anche se le si possono dire. Di fatto la brava persona non farà del male a una mosca, ci si dice per consolarsi. Ma è proprio vero? Il famoso esperimento di Stanley Milgram mostra il contrario; che chiunque, anche il mio mite vicino di casa di idee politiche moderatissime, può trasformarsi, dato un certo contesto, in uno spietato aguzzino.

 

Quando parlo in modo informale con persone comuni – ammesso che esistano persone comuni – e la conversazione è innaffiata da un bicchiere di vino, escono fuori talvolta delle opinioni spietate. Nella confidenza del privato – o in quel privato espanso che sono i social networks – emerge il Male profondo che cova nelle persone tecnicamente più inoffensive. Quando scoppiò in Polonia nel 1980 la rivolta di Danzica e di Solidarnosh, rimasi molto turbato dal fatto che un mio caro amico comunista, da sempre persona mite, disse, senza battere ciglio, che bisognava sterminare tutti i polacchi perché erano cattolici. Non era un’esclamazione sconsiderata, ne parlava come di un progetto praticabile e auspicabile. Ho parlato con brave persone americane ed europee le quali pensano che l’optimum sarebbe uccidere tutti i musulmani del mondo, in modo da eliminare il pericolo alla radice. Alcuni pro-palestinesi, anche con più di una laurea, dicono senza vergogna che Hitler aveva fatto bene a sterminare gli ebrei. Molte domestiche di sinistra si limitano a dire che bisognerebbe cacciare dall’Italia tutti gli immigrati, regolari e non, e non far entrare più stranieri. Quando Trump dice che non bisogna far entrare nei nostri paesi rifugiati di fede islamica, sa che sotto sotto la stragrande maggioranza della “brava gente” la pensa come lui. E sa che chi lo voterà dice piuttosto “bisognerebbe sterminare milioni di questi bastardi islamici”. Si è discusso del titolo di un giornale di Berlusconi dopo gli eccidi di Parigi “Bastardi islamici” – ma un titolo del genere è di tono cento volte più moderato rispetto a quello che, protetti dal privato, i suoi lettori o elettori o estimatori ti dicono sorseggiando un grappino. Le adesioni politiche e culturali sono come il tifo sportivo: si è totalmente per la propria squadra, anche quando commette grosse irregolarità. Anche se la maggioranza degli islamici non ammazzerebbe nessuno, può esaltare come “martiri” quelli che ammazzano. Così come mia zia Ieietta nata alla fine dell’Ottocento, una delle donne più buone che abbia conosciuto, approvava l’alleanza tra Mussolini e Hitler.

 

Credo che, in ogni campo, i veri moderati siano una minoranza. In un certo senso, i moderati sono i veri rivoluzionari; la loro Utopia è pensare che la semplificazione rivoluzionaria sia un errore e quindi un orrore, ed è perciò che i moderati fanno tanta paura. Messi di fronte a un conflitto esplicito, gran parte della brava gente parteciperebbe per la propria parte, anche se è la parte più feroce. Chiunque “parteggi” rischia di mutarsi in mostro, i mostri sono sempre tra noi. E questo non è affatto in contraddizione col fatto che, di tanto in tanto, persone oscure siano capaci di atti eroici che ci lasciano esterrefatti. Il grigio vicino di casa d’un tratto può rivelarsi un killer di massa, come quel bravo impiegatuccio di Syed Farook a San Bernardino in California, oppure è l’eroe che si lancerà nel pozzo per salvarmi la vita. Anche lì, è in quale contesto un essere umano viene posto: in certe situazioni non potrà che comportarsi da torturatore, in altre da eroe. Molto dipende da quale significante ci trascina.

 

 

Vincere col sangue degli altri

 

Si è molto discettato sugli obiettivi strategici che avrebbero portato DAESH a colpire fuori della Siria e dell’Iraq i suoi nemici, in Libano, Russia, Tunisia e Francia. Temo però che molti politologi e studiosi di strategia politico-militare siano vittime di deformazione etnocentrica: vogliono vedere una razionalità là dove è piuttosto l’Irrational Man la vera chiave per capire. Insomma, Freud piuttosto che la razionalità cognitiva ci fanno capire il terrorismo islamista.

 

In effetti, dal punto di vista della razionalità politica e militare questi atti terroristici sono politicamente suicidi, proprio come i kamikaze di cui si servono. Ad esempio, Paul Krugman scrive che “la strategia di uccidere persone a caso nei ristoranti e ai concerti è specchio della debolezza di fondo di chi la pone in atto, dato che non porterà a fondare un califfato a Parigi”. Il punto è che il DAESH non ha alcun progetto di creare un califfato a Parigi. La debolezza dei fondamentalisti che nota Krugman risulta tale solo dal punto di vista della razionalità occidentale, ovvero secondo il nostro metro di valori. Si pensi alla “tattica” dei kamikaze: dal punto di vista della razionalità militare è pessima, perché si mandano a morte i militanti migliori, quelli pronti a morire per la causa; ma non dal punto di vista dell’irrazionalità islamica, dato che i kamikaze vanno in Paradiso. (Ovviamente per “irrazionale” intendiamo le ragioni degli altri, che per noi non sono ragioni.)

 

Dicono i “razionalisti”: “Colpendo così duramente Parigi e la Russia, DAESH guadagna un enorme prestigio tra le masse islamiche. Milioni di esseri umani che si sentono diseredati godono nel vedere come islamici riescano a colpire nel cuore delle potenze occidentali. Questo porterà a DAESH adesioni, finanziamenti e volontari. Il terrore è una serie di atti propagandistici che producono profitti in termini di consenso e sovvenzioni.” Questo è verissimo. Ma DAESH si era guadagnato un enorme prestigio nel mondo islamico anche prima di questi attentati per il solo fatto di proclamarsi e strutturarsi come stato, come abbiamo detto. Inoltre, a differenza dell’Arabia Saudita, dove i wahabiti sono stati sempre alleati dell’Occidente, DAESH è una creatura dell’islamismo che combatte l’Occidente cristiano-ebraico. Non c’era quindi bisogno di sparare a centinaia di inermi in Tunisia o a Parigi per acquisire un prestigio già assicurato.

 

Il terrorismo non indebolisce affatto la forza politica e militare del paese colpito. L’11/9 non ha indebolito di un’oncia la potenza militare, politica, culturale, ecc. degli Stati Uniti. Così come gli attentati di gennaio e novembre del 2015 non hanno intaccato affatto la forza della Francia; direi anzi che l’hanno rafforzata (a meno che non prevalga la follia del Front National). I francesi ritrovano un’unità e un orgoglio patriottici che finora erano alquanto fiacchi. Il terrorismo infligge danni agli individui, non agli stati. Distrugge persone, non potere politico. Ma qui è forse la risposta a “che cosa vuole veramente DAESH?”. Il vero intento del terrorismo non è indebolire gli stati, non è depotenziare le potenze: è far soffrire individui.

 

In effetti, con questi attentati DAESH ha ottenuto per ora di essere seriamente bombardato da Francia e Russia. Ha fatto sì che, per una volta tanto, il Consiglio di Sicurezza dell’ONU fosse concorde nel reagire. Fino a poco tempo fa DAESH non era mai stato seriamente combattuto dall’Occidente, a dispetto delle efferatezze che ha pubblicizzato via internet in tutto il mondo. I soli che lo hanno combattuto finora sul serio sono stati i curdi, in particolare il PKK, perché loro là si giocano la pelle. Ma i curdi non potranno mai abbattere DAESH, perché i curdi non hanno la minima intenzione di invadere zone arabe, dato che questi arabi sunniti parteggerebbero sicuramente per il Califfato contro gli “invasori”. I curdi possono contenere e indebolire DAESH, non possono abbatterlo. Come certamente non possono abbattere DAESH i bombardamenti aerei, che danneggiano lo stato islamico, ma non lo distruggono. Perciò si invoca il boots on the ground: non si abbatte uno stato senza truppe di terra.

 

Anche Hollande e Putin lo sanno bene, ma devono dimostrare alle loro opinioni pubbliche nazionali che stanno reagendo. Si rimprovera molto spesso l’insipienza e la mediocrità dei leader occidentali, il che è spesso vero; ma perché questi leader interpretano e incarnano la cecità e la viltà dei loro popoli. Quando un paese è colpito, la gente chiede ai leader “vendicateci!”, ma costoro sanno che una vera vendetta costerebbe troppo cara. Che il crogiuolo islamico è un labirinto dove qualsiasi cosa si faccia sarà sempre sbagliata. Ma la politica, anche quella bellica, è prima di tutto spettacolo per le masse. Si bombarda il DAESH – colpendo anche le popolazioni civili, è inevitabile – per far vedere ai propri elettorati che si è duri e si sanno gonfiare i muscoli. Ma la minaccia terroristica non diminuisce grazie ai bombardamenti, anzi aumenta.

 

Non direi che questa neghittosa reazione euro-americana sia frutto, come suol dirsi, di cinismo o codardia: è che dopo le disastrose guerre in cui l’Occidente si è lasciato trascinare in Afghanistan, Iraq, Libia e Somalia, esso ha forti remore a infilarsi in un’altra guerra che ha tutte le prospettive di essere altrettanto fallimentare. Perché sarebbe anche relativamente facile occupare la capitale di DAESH, Raqqa, e uccidere il califfo, come fu un gioco da bambini far fuori Saddam Hussein e Gheddafi, il problema è il poi. Il rischio è che, fatto fuori un tiranno, si prepari il terreno per uno successivo ancora peggiore. Insomma, l’Occidente (Russia inclusa) non sa che pesci pigliare. La leggendaria incertezza di Obama, di cui è stato tanto spesso incolpato, è la fotografia figée della situazione dell’Occidente.

 

Se atti terroristici impressionanti qualcosa cambiano, però è nel convincere gli occidentali che, comunque, non si può non intervenire. Anche se non direttamente – perché le forze armate di terra appaiono sempre come invasori alla popolazione locale – almeno per interposta persona. Il sogno dell’Occidente oggi è di vincere DAESH usando truppe curde, yazide, irachene, iraniane: insomma, di fare la guerra col sangue degli altri. Allora, non bombardare? Non si può nemmeno questo, perché la non-reazione verrebbe letta come rassegnazione dello sconfitto. È il double bind dell’Occidente di fronte a un nemico a esso incommensurabile. Un nemico che non gioca con le nostre stesse regole. E quali sono allora, nel fondo, le regole dei fondamentalisti?

 

 

Il trionfo di Sansone

 

Il vero fine del terrorismo non è vincere una guerra ma farci vivere nel terrore. Ovvero, far sì che noi non-islamici ci occupiamo e preoccupiamo del mondo islamico. Dopo oltre un secolo di nostra snobbish indifferenza nei confronti di un Islam arretrato economicamente e politicamente, oggi tutti noi corriamo a informarci su di esso. Molti non mussulmani leggono il Corano. E chi conosceva, prima dell’11/9, i vari tipi di veli islamici, il nijab, il burqua, il chador, l’al-amira, lo shayla, il khimar….? Oggi ci vantiamo, soprattutto nei salotti buoni, di essere esperti di tutti questi tipi di copricapi.

 

Ma il terrorismo non solo ci costringe a occuparci e preoccuparci dell’Islam: uccide individui nati cristiani ed ebrei. In questi ultimi anni centinaia di migliaia di mussulmani sono morti ammazzati per guerre che gli stessi mussulmani hanno scatenato gli uni contro gli altri: il fondamentalista vuole che anche noi contiamo i nostri morti, coinvolgendoci nel massacro che subiscono in prima persona. È evidente, il DAESH desidera che l’Occidente mandi truppe di terra a combatterli, in modo che l’Occidente possa lamentare anche vittime proprie. È quello che chiamerei il trionfo di Sansone (“muoia Sansone con tutti i filistei!”), “muoia DAESH con tutti gli occidentali che verranno a combatterlo!”.

 

L’Occidente è deprecato ma anche invidiato perché coltiva una supposta joie de vivre. Così sono stati intepretati gli attacchi terroristici a Parigi contro concerti, partite di calcio, bar, ristoranti. Sappiamo che molti di questi terroristi hanno coltivato anche loro la gioia di vivere, hanno vissuto da occidentali in metropoli occidentali. Mi colpì una foto di Amedy Coulibaly, quello che seminò il terrore nel supermarket kosher parigino nel gennaio 2015: si vede lui in spiaggia mentre si abbracciava sensualmente con la sua fidanzata in bikini, anch’essa mussulmana, una coppia balneare seminuda come qualsiasi altra. L’importante è che questa nostra (e loro) laica spensieratezza, questo non pensare alla morte e all’Islam, venga turbata. Pur di far morire qualcuno di noi, il terrorista dà la propria vita, sulla base dell’inferenza “per toglierti qualcosa che per te ha il massimo valore – la vita – io mi tolgo qualcosa che ti mostro non avere molto valore, dato che la do via senza problemi”. In realtà il kamikaze dà un’importanza immensa alla propria vita: perché serve a togliere la vita a chi ci tiene.

 

È quel che è accaduto in modo penoso con gli accoltellamenti in Israele: stralunati ragazzi palestinesi ferivano per lo più coetanei ebrei, venendo poi loro stessi per lo più uccisi. L’ebreo sopravvive, ma portandosi il marchio della ferita e della morte dell’altro. Anche qui, queste aggressioni individuali non indeboliscono minimamente il potere israeliano, anzi, spingeranno Israele a una maggior repressione, quindi a più morti palestinesi. Ma in fondo è quel che vuole il terrorista: che l’Occidentale si sporchi le mani con il sangue dell’altro. E che versi il suo stesso sangue. Che l’occidentale non si chiami fuori, ma “che soffra come me, islamico”.

 

Si capisce perciò la reticenza dei leader occidentali a fare la guerra sul terreno contro DAESH. Non è solo paura che le proprie opinioni pubbliche non sopporterebbero perdite militari; i leader sanno che i fondamentalisti vogliono proprio che l’Occidente venga a combattere in prima persona, versando il proprio sangue. E se non lo fa, il terrorismo gli notifica che, voglia o non voglia, è in guerra. La guerra, contrariamente a quel che pensano stupidi pacifisti, non è sempre qualcosa che si sceglie, è qualcosa che per lo più si subisce. Non voler fare la guerra quando l’altro ce la sta facendo, è una variante della politica dello struzzo. L’Islam integralista riesce a farci subire la guerra.

 

Nel film Caché (2005) di Michael Haneke, una famiglia di intellettuali parigini entra in panico perché riceve delle cassette video in cui si vede solo la facciata della loro casa. Quale oscura minaccia possono ventilare questi video, che sembrano significare “Qualcuno ti sta osservando!”? Il padre di famiglia scopre che molto probabilmente questi video vengono mandati da un arabo, Majid, che lui aveva conosciuto da bambino, perché adottato dalla sua famiglia; poi lui, geloso, aveva fatto in modo da far mandare via quel piccolo rivale. Da allora non l’aveva più visto. La muta provocazione dei video diceva insomma “Ricordati di me! Ricordati della tua colpa!”. Nel film a un certo punto precipita la violenza vera: Majid si taglia la gola di fronte al suo “fratello” mancato. Credo che questo film dica l’essenziale delle ragioni profonde della vocazione terrorista: il fine ultimo è suicidario. I kamikaze uccidono soprattutto per uccidersi (non a caso uno di loro che non era riuscito a seminare strage nello stadio di Parigi, si è fatto saltare in aria uccidendo solo se stesso). Ma un suicidio per cui l’altro, la donna e l’uomo d’Occidente, happy, devono pagare il prezzo. Donne e uomini delle opulente capitali occidentali, a cominciare da Parigi, non potranno più ignorare non solo l’Islam, ma il suo dolore (anche se questo dolore per lo più gli islamici se lo infliggono da sé). Quei video in cui “si guardava” la casetta senza pretese della famigliola francese dice la verità della hybris islamista: “Guardateci!”.

 

Ma si dirà: che cosa spinge l’islamico a contrapposi come tale all’occidentale, ovvero al cristiano e all’ebreo? L’identificazione a un significante.

 

 

La meschina cecità al significante

 

Una esperta italiana di cose irachene, intervistata a novembre alla TV, a un certo punto dice che, secondo lei, il conflitto e la guerra tra sciiti e sunniti, che dilaga dal Libano all’Iraq passando per la Siria, è un artefatto militare, non ha basi sociali e religiose. Prima della fine di Saddam Hussein – dice – c’era una perfetta convivenza tra sciiti e sunniti, che si sposavano spesso tra di loro. In società si faceva una gaffe se si chiedeva a qualcuno se fosse sciita o sunnita. Del resto, per secoli il conflitto tra le due varianti di Islam era smorzato, dormiente.

 

Ora, è evidente che quella signora non ha capito granché di un’area che pur conosce, perché è bloccata da pregiudizi filosofici. Il pregiudizio è sottovalutare la potenza del significante. E sottostimare tutto ciò in cui il significante spadroneggia: le appartenenze religiose ed etniche, gli ideali più o meno sublimi e fumosi, i deliri di potenza.

 

L’incredulità dell’irachologa non è molto diversa da quella di chi conosceva bene la Jugoslavia prima degli anni ’90, e che non avrebbe mai potuto supporre i massacri tra bosniaci mussulmani, serbi, croati, albanesi, ecc. Anche io per decenni sono stato amico di varie persone provenienti da quei paesi: ebbene, mai nessuno mi si è presentato come croato, o sloveno, o serbo, o bosniaco, ecc. Tutti si dicevano, e ne erano fieri, jugoslavi. Solo se si entrava in un’intimità maggiore, l’amico poteva dirmi che era nato a Belgrado, o a Rjeka, o che abitava a Lubiana, ecc. Quando ci si iscriveva all’Università di Belgrado, si chiedeva allo studente la propria nazionalità: fino al 1989 pochi riempivano quella casella, da allora in poi quasi tutti. La “casella nazione” era diventata d’un tratto un significante-che-fa-da-padrone.

 

Gli esempi si potrebbero moltiplicare all’infinito. Sono molti anni che vado in Ucraina a insegnare; e devo dire che prima del conflitto esploso nel 2013 con la Russia, non percepivo la minima ostilità tra “ucraini” e “russi” in quel paese. Del resto tutti si dicevano orgogliosamente ucraini, anche se venivano da famiglie di madrelingua russa. Tutti gli abitanti dell’Ucraina parlano e scrivono il russo, e tutti capiscono l’ucraino (le due lingue sono alquanto simili). Li vedo tutt’oggi lavorare fianco a fianco negli stessi luoghi di impiego. E conosco alcuni di madrelingua ucraina che parteggiano per Putin e progettano di trasferirsi in Russia; mentre conosco altri di madrelingua russa che sono pronti ad andare in guerra per difendere le frontiere ucraine contro l’invasore russo.

 

Non meno sorprendente fu l’affermarsi del nazismo tra le masse tedesche, che erano considerate tra le meno anti-semite in Europa. Francesi, polacchi e russi per secoli sono stati considerati molto più antiebrei dei tedeschi: e proprio queste tre nazioni di antica tradizione antisemita hanno combattuto in modo strenuo contro la Germania dell’Olocausto. Che la Germania diventasse il paradigma dell’odio contro gli ebrei era qualcosa di unmöglich, impossibile, impensabile, per gli stessi ebrei.

 

La storia ci ripete che alcuni conflitti che portano a milioni di morti non hanno basi “profonde”. È come nel tifo nello sport. Di solito uno che abita a Roma è romanista o laziale, ma può anche essere juventino, per esempio. Perché? Perché ognuno di noi ha un bisogno irresistibile di iscriversi sotto un significante, che Jacques Lacan chiamò signifiant-maître, significante-che-fa-da-padrone. Nell’essere umano c’è un profondo bisogno di superfici a cui assoggettarsi. Il significante-padrone può piovere dal cielo, cioè dai Cieli.

 

Quel che distingue un significante da un segno è che il secondo è sempre segno di qualche cosa, si incolla al suo significato, mentre il significante non ha di per sé un significato, è una mina semiotica vagante, che può esplodere in qualche parte del mondo trascinando con sé migliaia di morti.

 

In effetti, che cosa significa per centinaia di milioni di esseri umani essere sciita o sunnita? Davvero il significato profondo di questa divisione è questioni teologiche che risalgono a 1400 anni fa, e che gran parte di loro ignora? Essere sciita o sunnita è come essere juventino o interista: è “essere iscritto tra…”, cosa che di per sé non ha alcun senso, se non questa iscrizione stessa. Perché i significanti si distinguono l’uno dall’altro non per i loro rispettivi significati, ma per il fatto di essere solo… distinzioni. Essere sciita o sunnita non è essere per una visione del mondo contro l’altra, è essere “sciita-ovvero-non-sunnita” o essere “sunnita-ovvero-non-sciita”. Oppure “essere-islamico-ovvero-non-cristiano” o “essere-cristiano-ovvero-non-islamico”. E per questa pura differenza posso uccidere e/o morire.

 

Stentiamo a cogliere la potenza, talvolta micidiale – ma altre volte sublime e redentrice – dei significanti. Perché l’Occidente si vuole “razionale”, ovvero riduzionista. Tre riduzionismi rendono incomprensibile alla maggior parte degli occidentali quel che accade nel mondo. Chiamerò questi tre riduzionismi “il complotto voltairiano”, “l’assioma economicista”, “la riduzione della potenza a potere politico”.

 

Complotto voltairiano. Molti pensano che la fede religiosa che spinge migliaia ad ammazzare e ad ammazzarsi sia solo “falsa coscienza” in senso marxiano. E anche se non sono marxisti, non possono credere che la religione possa essere la spiegazione profonda di quel che accade oggi – terrorismo, guerre civili, oppressione delle donne, ecc. Siccome non sono credenti, per loro è difficile credere che la fede religiosa possa produrre storia. Come è noto, Voltaire pensava che le fedi religiose fossero una turlupinatura dei preti, per cui si chiedeva come due preti che si incontrassero per strada non scoppiassero a ridere. In sostanza, l’ateo considera tutti i credenti – dalla vecchietta che va a messa la domenica fino al feroce kamikaze che si fa esplodere in una folla di turisti – dei truffati, insomma degli imbecilli. Questa visione “complottista” domina tutt’oggi tra gli intellettuali “laici”.

 

Ma che cosa motiverebbe gli imbroglioni, ovvero gli ecclesiastici e chiunque predichi religione? Scatta allora l’assioma economicista, Esso recita: “I militanti religiosi sono ingenui manipolati dai poteri economici. Dagli emiri petroliferi del Golfo, dai ricchi che si servono di loro”. Questo riduzionismo economicista è comune sia ai marxisti che ai filo-capitalismo. Tutti i conflitti religiosi vanno riportati a competizioni economiche. Le guerre di religione tra cattolici e protestanti nel XVII secolo non erano che guerre per il primato economico. Ora, sappiamo che al contrario la guerra, generalmente, è il miglior modo di impoverire un paese. Se sono un paese esportatore, la prosperità dell’altro importatore è anche la mia prosperità. Più il mondo attorno a me è ricco, più io sono ricco (la storia dimostra che quando un paese diventa il cuore dell’economia mondiale, i paesi limitrofi vanno anch’essi abbastanza bene, sono illuminati dal sole dell’economia). Ora, le guerre di solito si fanno invece proprio tra vicini. Alla base dell’assioma economicista c’è un duro perno metafisico: “La storia non è spiegata dalle fedi, dagli ideali, ma dall’economia”. Il bello è che chi sostiene questo assioma dice spesso di avere alti ideali, ovvero prende posizioni politiche certamente non per fare soldi. “Se sei idealista, sei allora un’eccezione? Se operi politicamente non per arricchirti, perché escludi che degli islamisti agiscano non per arricchirsi ma per ideali, anche se religiosi?” Osama bin Laden non ha creato Al Qaida per accumulare più soldi, del resto ne aveva già abbastanza.

 

Arriva in soccorso allora un’altra metafisica, un altro riduzionismo: pensare che la volontà di potenza (nel senso di Nietzsche) di uomini e popoli si riduca ad ambizioni politiche. Costoro dicono: “È vero, Al-Baghdadi non fa tutto quello che fa per danaro, ma per seguire un suo disegno di potenza politica”. Qui la religione risulta un raggiro non più per nascondere l’avidità economica, ma raggirare degli imbecilli (i credenti) per realizzare le ambizioni politiche dei raggiratori.

 

Ma la Volontà di Potenza non coincide necessariamente con quel che nei nostri paesi occidentali chiamiamo “fare carriera politica”, essa può anche condurre al sacrificio, al martirio. In un’ottica nietzscheana, un kamikaze è un décadent animato da una smisurata volontà di potenza, anche se, morendo, non guadagnerà alcuna poltrona in qualche ente. La Volontà di Potenza del kamikaze consiste in questo atto di straordinario paradossale altruismo: che pur di godere del potere di uccidere alcuni dei suoi nemici, è pronto a uccidere se stesso. La volontà di andare sicuramente in Paradiso può essere molto più forte della volontà di intascare milioni di dollari. Del resto, questo è vero anche per molti uomini e donne ricchissimi. Quelli dell’“assioma economicista” non ci crederanno, diranno che è una manovra per fare ancora più soldi, dato che un ricco ancor meno del cammello passerà mai per la cruna dell’ago. Eppure, dare tutti i propri beni per salvare il mondo è una prova di volontà di potenza ben superiore che diventare l’uomo più ricco del mondo. Che Guevara, che ha preferito andare a farsi ammazzare in Bolivia in una guerriglia persa in partenza piuttosto che godersi un comodo ministero a Cuba fumando sigari è considerato una specie di santo e martire dai suoi ammiratori, perché quel che affascina di lui è la sua volontà di potenza: diventare il nuovo Simon Bolivar in chiave marxista, il grande liberatore dell’America Latina dalle dittature e dal sottosviluppo – che ambizione smisurata! I martiri sono spesso i massimi campioni della Wille zur Macht. Vedere la volontà di potenza umana ridotta a meschini manovre da bottegaio per aumentare il fatturato rivela la profonda meschinità di tanti occidentali che pensano “di capire veramente come gira il mondo”, i quali in fondo proiettano nell’immagine di basso profilo che hanno del mondo la propria immagine di basso profilo.

 

La gente muore per ideali sublimi – per significanti-padroni – perché Homo sapiens è un animale che vive non solo di pane e di sesso, ma anche di simboli. Anche se i simboli danno forma alla nostra fame di pane e di sesso.

 

 

L’alibi delle periferie degradate

 

Un altro cliché lega strettamente il terrorismo islamista in Europa alla condizione di inferiorità economica della popolazione islamica, dell’immigrazione araba o africana, insomma “al degrado delle periferie urbane”, come si ripete senza posa. Certamente c’è ancora un gap economico e culturale tra gente islamica e il resto della popolazione in molti paesi europei, ma non c’è rapporto determinista tra l’una cosa e l’altra, perché tra condizioni sociali e militanze politiche… cade l’ombra del significante.

 

Molti dei terroristi fondamentalisti degli ultimi 15 anni non vengano affatto da aree degradate. Osama bin Laden non veniva certo da una periferia tipo Molenbeek! Del resto, questo non era nemmeno vero per la militanza marxista: la maggior parte dei leader socialisti e comunisti non provenivano dai ceti più poveri, ma dalla borghesia intellettuale o addirittura (come Engels) da quella capitalista. Per lo più, non sono i diseredati a generare i rivoluzionari, sono i rivoluzionari – divenuti tali attraverso un processo squisitamente spirituale, per non dire libresco – a far muovere i diseredati, quando ci riescono, a fini di Rivoluzione.

 

(Il marxismo non riesce a render conto di questa prevalenza della borghesia intellettuale tra i rivoluzionari di professione. Che cosa spinge un emerito professore universitario a proporsi come leader rivoluzionario, rischiando la galera e la morte? Secondo me, è la volontà di potenza. Trionfare sul mondo privilegiato a cui si appartiene non seguendo servilmente le regole di questo mondo, ma facendo appello ai diseredati esprime un’ambizione immane, una inflazione di volontà di potenza, che supera di gran lunga le ambizioni di fortunate “carriere borghesi”. Vedo la popolarità del radicalismo di sinistra tra molti intellettuali come un effetto di uno smisurato narcisismo, che talvolta può anche portare a una sorta di catastrofico eroismo.)

 

Il ’68 in Francia, in Italia e in Germania coinvolse certo anche vaste aree operaie. Ma la contestazione rivoluzionaria di quell’epoca non rispondeva affatto a una situazione di crisi economica e di pauperizzazione dei ceti più deboli, tutt’altro. I paesi più toccati dal ’68 erano in pieno boom economico, in Francia si parla di Trente Glorieuses (gli anni di grande sviluppo economico dal 1946 al 1976). In USA, i campus universitari che furono infiammati dalla contestazione politica furono quelli migliori, dove andavano studenti privilegiati, non certi i campus di serie B come parcheggio di giovani sfigati. La radicalizzazione politica molto spesso non corrisponde all’acuirsi di crisi economiche, anzi, essa è un effetto collaterale di un’espansione economica e sociale che innalza i livelli di aspettative da parte di persone prima prive di concrete speranze di miglioramento. L’attrazione della risoluzione rivoluzionaria – posso dirlo perché quegli anni li ho profondamente vissuti – è una sorta di prezzo morale che piace pagare per l’innalzamento delle proprie aspirazioni sociali: non posso umiliarmi a essere grato per questa società che mi apre possibilità inedite, la devo condannare per dimostrare che non devo nulla a questa società che mi offre tante nuove opportunità!

 

Ma nel caso del radicalismo islamico c’è qualcosa di più del radiclaismo “borghese”. È raro che i terroristi europei vengano da etnie immigrate non islamiche, insomma, essi non rappresentano i ceti subalterni in generale. Nell’adesione al fondamentalismo da parte di giovani provenienti da famiglie mussulmane ritenute moderate gioca insomma una sorta di effetto après-coup (nachträglich diceva Freud), una rivalsa differita, un rinculo al futuro anteriore: giovani di terza generazione di immigrati dicono ai loro genitori e nonni “agiamo così oggi, perché allora voi avrete reagito alla vostra condizione di inferiorità”. Quel che Lacan dice sull’après-coup soggettivo in psicoanalisi ricostruisce la radicalizzazione di giovani cresciuti completamente in un contesto laico e modernista molto meglio di tante disquisizioni economiciste sui livelli di reddito dei cittadini europei di fede mussulmana. È il radicalismo il vero attrattore, così come in altra epoca non erano l’URSS o la Cina di Mao a creare rivoluzionari comunisti, ma era la Speranza comunista ad agganciarsi a quegli stati come a puntelli storici, a prove della riuscita di un progetto filosofico.

 

Tanti sociologi, psicologi, politologi hanno deciso di non capire che la mente umana è contorta – non cognitiva, ma libidica. Quanti di noi hanno constatato che il fare un grande favore a un amico ci ha alienato per sempre la sua simpatia? Che il dare la maggior libertà possibile ai propri figli ce li ha rivoltati contro come se fossimo stati i peggiori tiranni? Che la straordinaria tolleranza religiosa ha spinto alcuni culti verso il radicalismo terroristico contro chi tanto li tollerava? Finché non capiremo quale potere il gioco del significante gioca nelle menti di ciascuno di noi, anche nella mente delle persone in apparenza più inoffensive fino a trasformarle in massacratori, non capiremo praticamente nulla di quel che accade nel mondo.

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