Dopo Parigi

L’ha detto molto bene una delle voci arabe più acute, Kamel Daoud: il gruppo fanatico noto con le iniziali inglesi di ISIS è prima di tutto una cultura (per alcuni una subcultura o una contro–cultura), solo secondariamente è una forza armata. Una risposta militare è urgente, ma nel tempo lo scopo principale sarà fermare l’espansione e i rimbalzi del suo odio.

 

I governi occidentali non hanno un piano su questo. Si limitano a seguire i sondaggi di opinione: secondo cui gli elettori, sia a destra che a sinistra, vogliono risposte immediate a questa infezione psichica. Prima o poi, i populismi infieriscono sulle conseguenze dei mali, lasciando indisturbati i mali stessi. Purtroppo, le risposte troppo calde alla paranoia, più che arrestarla rischiano di diffonderla. Le sue contraddizioni si propagano. Voci crescenti chiedono di non accettare più immigrati “arabi”, dimenticando che in gran parte essi sono proprio in fuga dall’ISIS: sono cioè un prodotto dell’odio fondamentalista, non una sua causa. Senza rendersene conto, l’Occidente ripete crudelmente una tragedia assurda, già andata in scena nel secolo scorso: a ebrei e oppositori sopravvissuti al nazismo veniva spesso rifiutato l’asilo perché parlavano tedesco. La paranoia collettiva acceca, rendendo uguale la vittima al carnefice, l’estremismo politico a tutta la cultura.

 

Affrontare davvero l’ISIS richiederebbe un intervento complessivo dell’intero Occidente per impedire che il cosiddetto Scontro di Civiltà continui a radicalizzarsi nel futuro. Ma la reazione guarda alle armi e al Medio Oriente, non alle periferie europee che producono jiahdisti. Chiediamoci almeno quale è l’obbiettivo a medio termine di un intervento militare per battere lo “Stato Islamico”. L’ISIS è un gruppo religioso e sadicamente goliardico insieme, arcaico e postmoderno, che versa crudeltà precivili nei vidoclips. Si definisce un “stato” eppure non lo è. L’aver costituito “stati di fatto” non si è trasformato in uno stato di diritto: non solo non ha riconoscimento internazionale, ma non sembra interessato a riceverlo. Sembra preferire il protagonismo, conferitogli dalla estrema crudeltà con cui suscita opposizione ma domina i notiziari. Anche nella Prima Guerra del Golfo si formò una coalizione internazionale per fermare una prepotenza, che agli occhi di oggi pare patetica: Saddam Hussein aveva violato il diritto internazionale invadendo un paese sovrano, il Kuwait. Anche se le sue Forze Armate erano ritenute potenti (il quarto esercito del mondo, si disse addirittura), in circa un mese vennero sconfitte. Dovettero rientrare nel paese d’origine, l’Iraq, cedendo il terreno conquistato e offrendo garanzie. Un esercito internazionale dovrebbe sconfiggere l’ISIS ancora più facilmente: è composto infatti di bande fanatiche, ma manca di copertura aerea e di linee di rifornimento stabile che lo colleghino con i luoghi d’origine. E proprio qui sta il punto. L’ISIS non ha un punto di provenienza in nessun senso. Non proviene dalla vera teologia dell’Islam, ma da una autoproclamazione messianica, che si diffonde in gran parte virtualmente: dal punto di vista del tempo, abita nel futuro. Dal punto di vista dello spazio, abita soprattutto in internet. Ma se non ha una origine, come si fa a identificare la sua radice e a reciderla? Se le sue truppe cedono, dove andranno ricacciate? Il gigantesco esercito che si invoca non ha per obbiettivo un luogo, come avviene nelle spedizioni militari. Del resto, il nemico non è composto di truppe regolari, per i cui prigionieri valgono le convenzioni internazionali di Ginevra. Sono fuorilegge assoluti: nessun luogo del mondo li accetterebbe, in nessun luogo del mondo hanno un ambasciatore o almeno un rappresentante riconosciuto, con cui possono trattare un cessate il fuoco anche milizie non appartenenti a uno stato (sta avvenendo ora con la guerriglia della Colombia). L’ISIS è preistorico – o postmoderno – anche in questo: per il conflitto contro di loro non è previsto un punto di cedimento, né geografico né militare. Bisognerebbe continuare a combatterli finché esistono. E una simile operazione nei libri di storia è chiamata genocidio. L’alleanza militare anti–ISIS che si prepara deve avere un obbiettivo finale: ma non può essere questo.

 

Nella Guerra Fredda, gli americani hanno creato il concetto di de–terrenza: significa ispirare al nemico un potenziale terrore (dotandosi di armi atomiche, ma anche di una superiorità militare schiacciante) per cui quello rinuncia, de–siste in partenza dall’aggredire. Ma già con la nascita di al–Qaeda i commentatori politici hanno sottolineato che l’armamento degli Stati Uniti, se aveva paralizzato l’Unione Sovietica, non poteva fermare l’estremismo islamico. Esso è non–deterrable: nessuna minaccia di morte può fermare chi ha già previsto di morire. Si potrebbe obbiettare che anche gli eroi tradizionali dell’Occidente non hanno paura della morte. Ma non è la stessa cosa. Tutta la nostra cultura, e l’atteggiamento di fronte alla vita in cui si radica, includono una dimensione umana cui il fondamentalista si sottrae a priori. Von Stauffenberg, protagonista del fallito attentato a Hitler, aveva certamente messo in conto di morire. Ma era un ufficiale prussiano che esegue con scrupolo un programma di attacco. Se avesse avuto la mentalità apocalittica degli attentatori suicidi, avrebbe abbracciato il tiranno facendosi esplodere con lui: invece si limitò a depositare la borsa con l’esplosivo, rinunciando a imprimere una svolta alla storia.

 

La cultura messianica sottrae al presente, conferendo ai suoi adepti una impermeabilità alla morte, che laici e religioni normali non possiedono. In senso positivo, il messianesimo ha dato una forza millenaria all’ebraismo, riversata in forma più caduche nel cristianesimo che se ne riteneva l’estensore universale; e, in parte, nelle forme originarie dell’Islam stesso. Questa forza, sotto ogni aspetto sovrumana, si è prosciugata con la secolarizzazione. Ciò che ha abitato per migliaia di anni la psiche collettiva, però, difficilmente sparisce del tutto. Come dice la psicoanalisi, non viene superato ma rimosso: quando e dove si creino le circostanze adatte, torna a emergere, in forme per molti irriconoscibili perché perverse e malate. Il fatto che non crediamo più né all’arrivo di un messia né a un futuro migliore, non cancella il profondo bisogno psichico per cui i nostri antenati li attendevano. Spesso siamo così condannati a fronteggiarne le caricature, sotto forma di sette pretenziose o di movimenti fanatici.

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