Gender studies. Evidentemente noi italiani

Dall'immaginazione al politichese

Evidentemente noi italiani ci meritiamo sempre il livello più basso dei dibattiti. Quando arrivano da altrove temi che sono stati caldi e centrali per cambiamenti di paradigmi, nuove attenzioni scientifiche e nuovi campi disciplinari vengono infilati nell’imbuto dell’arcitrito modo di “sinistra” di vagliare le cose. E questo si risolve tragicamente in un politically correct che trova ampia sponda su Facebook, una fogna di tutte le retoriche che non hanno il coraggio di mettersi in ballo, dagli animali vegetariani che si proteggono tra specie diverse alle ovvietà del mondo queer.

 

Che cosa queer voglia dire e cosa c’entri il queer col dignitoso dibattito sul “gender” che dagli anni 80 è stato portato avanti in buona parte dei dipartimenti di Humanities del mondo, è una questione che richiede attenzione, conoscenza e preparazione. Quello che manca al politically correct delle sezioni dell’ovvietà che ruotano intorno al politichese italiano. Così in Italia la questione sembra sia di prendere in giro quelli che pensano che il “genere” sia il nuovo pericolo da cui il mondo deve salvarsi. Così vengono esposti i timori dei cattolici più vicini alla Curia come se essi non potessero parlare da soli. E come se fossero essi, i cattolici fondamentalisti, il vero referente del dibattito sul genere. Quindi è molto facile sentirsi fighissimi nell’affermare che quelli – i cattolici – sono ancora convinti che esista una categoria come “natura”, come identità sessuali naturali, e che ovviamente vedono come contro-natura qualsiasi affermazione di identità diverse, anzi  “bizzarre” che è poi quello che queer vuole  significare. Insomma si tratterebbe di battersi contro le forze oscure della reazione che impediscono l’avanzata di una libertà dalle costrizioni a cui il genere vincolerebbe l’umano, il maschile e il femminile come unico orizzonte naturale e da cui discenderebbe il fatto che solo essi possono unirsi e procreare.

 

Che il dibattito non sia questo è chiaro a chi ha i minimi rudimenti della letteratura che “gender studies” e anche “women’s studies” hanno prodotto negli ultimi trent’anni. Ma in Italia questi insegnamenti sono finiti nelle mani dei soliti raccomandati di famiglia e di sezione di partito e quindi essi, facendo politica, non hanno certamente il tempo di leggere. Tanto, basta attaccare i sempiterni reazionari per avere ragione, il gioco è facile ed è sempre riuscito – soprattutto riesce accanto alle immagini di cagnolini e di bambini sotto le macerie. La cattiveria dell’umanità sta lì a ricordare che abbiamo ragione noi. Gli altri sono sempre facilmente circoscrivibili nelle tesi della reazione. Il genere è così banalmente caduto nelle grinfie del politichese e ha perduto tutto lo spessore e la complessità che l’argomento richiede. Per esempio nessuno si ricorda che la questione del “queer” mette in ballo un approccio tutto americano alle faccende che hanno a che fare con le identità sessuali. Presuppone un approccio liberale e “deregolato”, per cui l’importante è che ciascun individuo possa scegliere la sua tendenza e i suoi comportamenti di genere e le sue inclinazioni sessuali. La mattina posso svegliarmi e decidere che oggi mi sento un robot dal sesso meccanico con delle inclinazioni verso un terzo genere che non sia né maschile né femminile. La mattina dopo posso invece decidere di essere proclive ad un sesso che mi accoppi a dei machos latino-americani che hanno la fissa nel mimetismo. Queer significa bizzarro ed è il diritto alla assoluta immaginazione del singolo individuo.

 

È una concezione interessante, ma è possibile anche discuterne perché è una ideologia che presuppone una concezione della libertà individuale che è tutta figlia dell’idea che le persone siano delle monadi nel deserto sociale. Il corollario di questa concezione è che tutto quello che non è scelta individuale è costrizione sociale. Le identità sessuali e di genere sarebbero pure superfetazioni a cui dei cattivi (genitori, educatori, preti, governanti) costringono i “minori”.

 

In questa visione ogni “costruzione culturale” è considerata una violenza sulla libertà individuale, si tratti di identità sessuali, ma anche di patrimonio linguistico, di tendenze artistiche e di tutto ciò che consideriamo cultura. Quindi bisogna concepire che il fatto che io nasca con una lingua parlata dentro cui cresco è una violenza: perché dovrei parlare italiano solo in quanto figlio di italiani? Il barocco o il rinascimento in quanto costruzioni culturali sarebbero una violenza allo spirito libero. La cucina che si mangia nelle isole greche o in Turchia una violenza alla libera scelta, infine la storia architettonica e spaziale che mi circonda una costrizione che mi impedisce di scegliere il paesaggio in cui vivo. Se uno ci pensa con una certa apertura di giudizio, è un atteggiamento che vede nella cultura una forma di costrizione, lo stesso atteggiamento praticato dagli iconoclasti da sempre. Nell’idea che le identità sessuali sono qualcosa da eliminare in quanto anti-liberali c’è la stessa idea di Isis che bisogna distruggere Palmira e tutto il patrimonio culturale che non rientra nella propria concezione di “liberazione” del mondo dall’errore. Il fondamentalismo islamico non a caso è un fondamentalismo che distrugge tutto ciò che è considerato superfetazione: dalle tombe dei marabout, alle moschee del mali, al sufismo. Le identità sessuali e di generi sono costruzioni culturali elaborate dall’umanità nel corso di millenni. La furia iconoclasta “queer” è pura violenza fondamentalista travestita da diritti umani e dell’individuo. Un conto è sostenere i diritti delle altre identità, quel terzo e quarto o quinto sesso che le culture hanno sempre previsto. Tra i Bugis in Indonesia i generi possono essere sei, ad esempio, e il “terzo sesso” è previsto perfino nel fondo delle tribù Guayaki della foresta della Guayana. Credere che la battaglia “queer” consista nel distruggere le identità già esistenti, nel negare loro dignità, nel demonizzarle, è un passo che non c’entra nulla col progresso dei diritti umani. È puro consumismo, pura idea che le identità di genere si comprino al supermarket e si cambino come ogni moda. Ed è ignorare il modo con cui le culture si costituiscono. Michel Foucault l’aveva capito quando viveva nella Berkeley degli anni ’80 e se la prendeva con la pretesa del mondo gay di Castro Street di dire che i gay non erano maschi, ma un genere diverso. Lui, idolo dei Sado-maso della Bay Area, si batteva perché ci fosse un po’ di visione storica che dava alle scelte gay uno spettro che andava indietro nel tempo come scelte possibili all’interno dell’identità maschile.

 

Ma perché ostinarsi a controbattere le tesi queer/facebook? A che serve quando il dibattito sulla sessualità e il genere in Italia è congelato all’interno della miseria del politichese e delle cordate accademiche? È tutto inutile: accontentiamoci del politically correct dei leoni che abbracciano le pecore.

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