Giorgio Agamben. Altissima Povertà

È forse una coincidenza che Giorgio Agamben appena prima di uscire sulla prima pagina de La Repubblica con un articolo feroce sul sistema finanziario attuale abbia pubblicato un libro sul monachesimo?

Si tratta di una questione di mero eclettismo?

Qual è il legame tra l’immagine di Giotto che campeggia sulla copertina di Altissima povertà (Neri Pozza, Vicenza, 2011), che ritrae il mite San Francesco mentre nutre gli uccelli, e l’attualità di cui Agamben è sempre stato (e continua a essere) un attento e critico diagnosta?

Forse il legame celato tra il testo che andiamo qui a presentare e l’articolo di cui sopra è racchiuso nelle parole finali del suddetto articolo: “l’archeologia – non la futurologia – è la sola via di accesso al presente”.

 

La scommessa di Agamben è che i monaci in generale, e i francescani in particolare, abbiano qualcosa da dire alla nostra contemporaneità che si dibatte da almeno tre decenni nei torbidi della fine della storia, delle ideologie e nella crisi plurisecolare delle vocazioni fideistiche.

Agamben propone una ricostruzione “archeologica” del monachesimo (con particolare attenzione, come detto, al fenomeno del francescanesimo) che ha al proprio centro il concetto di forma-di-vita, “cioè una vita umana del tutto sottratta alla presa del diritto e un uso dei corpi e del mondo che non si sostanzi mai in un’appropriazione” (pp. 9-10).

Questa ricostruzione, estremamente precisa, basata su un’indagine filologica, storica e filosofica di grande acume è molto più che un libro sulla storia del rapporto tra monachesimo, liturgia, vita in comune e organismi di potere (in particolare il papato), cosa che d’altra parte, esso anche è.

 

Il libro di Agamben ha una natura bifronte: se da un lato rappresenta uno studio estremamente rigoroso di quella figura storica e del pensiero religioso che ha preso il nome di “monachesimo”, dall’altro è un “lavoro di grimaldello” sulle fondamenta teoretiche e storiche della contemporaneità.

I monaci e i frati francescani insomma, secondo Agamben, hanno qualcosa da dirci, da dire a noi, uomini occidentali contemporanei.

Essi rappresentano addirittura una proposta, una proposta radicale e scandalosa, che l’Occidente ha rifiutato, ma che nel suo fallimento rappresenta un monumento, un memento e una traccia indelebile di una possibile deviazione dalla via che l’Occidente ha preso successivamente.

 

 

La questione è interna ed esterna alla tematica su cui Agamben, nel suo maggiore sforzo filosofico, Homo sacer (di cui Altissima povertà rappresenta un ulteriore tassello, il IV.1), lavora da sempre: quella dei rapporti tra diritto e vita.

Interna ed esterna perché il monachesimo in generale e il francescanesimo in particolare hanno rappresentato, per Agamben, delle obiezioni, dei tentativi di porsi fuori dal sistema del diritto che così onnipervasivamente domina le strutture sociali entro cui siamo inseriti.

È, infatti, di un essere esterni al diritto che parla la definizione altissima paupertas che dà titolo al libro. Perché la regola francescana delle origini mirava esattamente a un’emancipazione da ogni tipo di proprietà, e quindi dalla sfera del diritto.

 

Le fini analisi di Agamben ci conducono sul tracciato di una controversia che solo superficialmente può essere confinata in un segmento superato della storia occidentale e in un ambito ristretto delle dispute dogmatiche.

Il tentativo di Francesco d’Assisi di stabilire una pratica per i suoi fratres per cui il non possedere nulla, assolutamente nulla, diventasse una forma-di-vita, rappresenta per Agamben un tentativo inaudito nella storia dell’Occidente, e in senso letterale: in-audito, non-ascoltato, caduto nel silenzio e nella noncuranza di quelli che si sono rivelati più che mai essere gli orecchi da mercante della (onto-) teologia (nella sua saldatura antica con il diritto e con quella, più recente, con l’economia) occidentale.

 

Non possedere nulla: neanche il proprio cibo (solo utilizzato), neanche la propria persona (affidata totalmente a Dio, ai confratelli, al papa, agli altri), neanche il proprio tempo (gestito dai superiori e dai confratelli e dedicato totalmente all’attività per altri o all’orazione continua).

Ecco quello che di scandaloso, di inaccettabile, hanno proposto i monaci e i frati francescani a un Occidente che stava invece andando in senso completamente opposto.

Ed è per questo che quella proposta scandalosa di altissima povertà è rimasta inascoltata, ed è anzi stata contrastata e riassorbita nelle maglie del diritto, della proprietà, della logica retributiva.

L’Occidente è andato nella direzione opposta rispetto a quella predicata dai poveri fratres “folli di Dio”, la logica dell’appropriazione ha inglobato quella dell’espropriazione assoluta, radicale, che questi avevano, più che proposto, incarnato.

 

Altissima povertà, ai nostri giorni, rappresenta un testo di un’attualità disarmante.

I monaci e i frati di Agamben hanno molto da dire al nostro mondo in piena crisi economica e di valori: in un senso totalmente altro da quello di un insegnamento teologico o dottrinario essi indicano la via per un cambiamento che da più punti di vista appare sempre più necessario: il mutamento pratico della nostra forma-di-vita.

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