Contro il Museo del fascismo

Introduzione: Predappio o Fossoli?

 

Predappio è un luogo di pellegrinaggio, non solo perché vi sorge la casa natale di Benito Mussolini, ma perché dal 1957 vi si trova la cripta in cui è sepolto il “Duce”. È molto difficile se non impossibile decostruire o neutralizzare uno spazio che ha assunto agli occhi di fascisti, neo-fascisti e nostalgici l’aura di un luogo sacro e pare doveroso chiedersi se un domani vorremmo portare lì, in visita al futuro museo nazionale del fascismo, le scolaresche di tutta italia. A pensarci bene, questa visita, parrebbe quasi una vignetta dalla vita quotidiana del Ventennio – stile Una giornata particolare – eppure è quello che i sostenitori e promotori del museo sembrano immaginare, oppure non hanno realizzato di stare di fatto costruendo.

 

Ammettiamo che la Casa del fascio di Predappio possa divenire un centro studi internazionali sul fascismo, e prescindendo dalla casa natale di Mussolini che periodicamente già apre i suoi battenti: che cosa si farà della tomba di Mussolini, méta di decine di migliaia di pellegrini nostalgici, o anche solo di curiosi, ogni anno? I ragazzi delle scolaresche ci verranno portati in processione o verrà loro detto che è vietato l’ingresso? Siamo molto lontani, parrebbe, da una situazione come quelle di Les Invalides a Parigi dove è sepolto Napoleone, e se Bonaparte fu un generale sanguinario e alla fine della sua storia un autocrate, non sembra che la sua figura possa essere paragonata a quella di un dittatore violento e liberticida, oltre che razzista e genocida quale fu – nell’ultimo tratto della sua carriera – Mussolini.

 

Per spiegare ai promotori del Museo di Predappio che i luoghi hanno un peso simbolico che non può essere cancellato, ho suggerito di costruire il Museo del fascismo in un altro piccolo centro dell’Emilia Romagna, cioè a Fossoli di Carpi, malnota località del modenese che ospita i resti del principale campo di transito degli ebrei italiani, deportati e tradotti di lì ad Auschwitz, gestito da italiani fino al febbraio 1944 e poi prevalentemente da tedeschi. Vi si apre Se questo è un uomo di Primo Levi: chi lo ricorda, lo conosce e lo ha visitato? Non sto però proponendo un museo del fascismo a Fossoli: personalmente sono favorevole a un museo della storia del Novecento a Milano o a Roma, perché voglio che in quel museo si racconti anche la storia dell’antifascismo e che questa non sia confinata solo in una piccola sezione, magari dedicata alle vittime del fascismo, tra cui antifascisti, ebrei, omosessuali, oppositori politici, colonizzati libici ed etiopici, slavi. Per spiegare meglio il mio punto di vista propongo di seguito alcune riflessioni su luoghi della memoria, monumenti e estetizzazione del fascismo, e concludo con alcune questioni più politiche a proposito del progettato museo del fascismo a Predappio.

 

 

Maurice Halbwachs e la topografia leggendaria

 

Nel suo terzo lavoro sulla memoria collettiva, La topographie légendaire des évangiles en Terre Sainte (1941), il grande sociologo francese Maurice Halbwachs proseguì la sua riflessione sui rapporti tra la memoria collettiva e lo spazio, sottolineando il persistere di presupposti e concezioni teologiche in quelli che sono stati chiamati “mnemotopi”. Come leggiamo nel Dizionario della memoria e del ricordo di Nicola Pethes e Jens Ruchatz (2002), anche sulla scia dei lavori di Jan e Aleida Assman: “In opposizione al luogo della memoria, che può fare riferimento a temi profani da ricordare (per es. commemorazione di una battaglia da ricordare), i mnemotopi si caratterizzano soprattutto per il carattere magico, mitico o religioso. Si differenziano dalla topografia profana per il fatto che in essi ha luogo, di preferenza, l’incontro dell’uomo con la trascendenza […]. I mnemotopi, ricordano l’opera delle forze trascendenti […], la vita dei fondatori di religioni e il martirio dei primi sostenitori della fede”.

 

Predappio può essere pensato come mnemotopo, in quanto luogo che ha dato origine a un fondatore e in quanto méta di pellegrinaggio presso la tomba del fondatore, in cui persiste una componente religiosa, e dove i pellegrini – come nella Terra Santa di Halbwachs (in una riflessione non scevra da influenze delle coeve religioni politiche totalitarie) – incontrano la trascendenza. Tutto ciò è molto difficile da azzerare o neutralizzare e ci pone di fronte a un luogo della memoria che ha carattere sacro o sacralizzato. Allo stesso tempo questa sacralizzazione pone questo luogo al di fuori della storia ed è collegata, o premessa, alla sua banalizzazione, in quanto spazio svuotato di significato storico, oggetto di mera estetizzazione o contemplazione estetica, vera e propria venerazione del vuoto: una casa natale disabitata; una tomba che contiene i resti di una salma, il cadavere di un dittatore.

 

 

Documento/Monumento

 

Può essere utile pensare Predappio anche attraverso l’opposizione descritta da Jacques Le Goff in Documento/monumento, un saggio della sua raccolta Storia e memoria (1982). Predappio, la casa di Mussolini, la cripta del Duce, la casa del Fascio sono tutte un “monumento” ed è difficile – se non impossibile – farne un “documento”. Si presumerebbe così di poter fare, per così dire a tavolino, un percorso inverso a quello storico concreto che ha visto il passaggio dai monumenti ai documenti, di poter in un certo senso invertire la storia:  Le Goff parla infatti di “trionfo del documento sul monumento. Lento trionfo”.

 

Se è vero che nei primi decenni del diciannovesimo secolo ancora compaiono i Monumenta Germaniae Historica (1826) e, a Torino, i Monumenta Historiae Patriae (1836), la storia può farsi solo sui documenti, seppure la natura dei documenti che gli storici consultano si sia molto ampliata nel tempo ad includere immagini ed architetture (oltre a parole, segni, tegole, erbacce…, come elencano i fondatori delle Annales). D’altra parte Le Goff ci ricorda come si debba a Paul Zumthor la scoperta che il passaggio del documento in monumento dipende dalla “sua utilizzazione da parte del potere” e che il dovere principale dello storico sia “la critica del documento in quanto monumento”. Addirittura secondo il Foucault dell’Archeologia del sapere (1969), il “processo al documento”.

 

Potremmo quindi chiederci qui se sia davvero possibile (e sensato) fare a Predappio un “processo” al “monumento”, per poter giungere al “documento”. Oppure se la forza attrattiva di quel luogo e dei suoi monumenti – anche per chi vuole, con qualche presunzione, museizzarli – non sia proprio la loro ineludibile monumentalità.

 

 

Fascino fascista (o fascismo fascinoso)

 

Le principali riflessioni storiche e teoriche sulla rappresentazione del fascismo e dei suoi monumenti (da Susan Sontag a Saul Friedlander, dallo stesso George Mosse a Jeffrey Schnapp) concordano su quanto sia difficile sfuggire all’estetizzazione, e quindi alla banalizzazione, del fascismo quando lo si rappresenti. Questo non significa, ovviamente, che il fascismo non possa - e anzi debba -  essere rappresentato dopo il suo tempo, come se esistesse un tabu, una sorta di aniconismo. Ci sono anzi già importanti e riuscite esperienze internazionali che riguardano in particolare il nazismo (Berlino, Monaco) o rappresentazioni dei fascismi nei musei dell’Olocausto: da Washington, a Berlino, a Yad Vashem. Ma quelle esperienze sono il frutto di lunghi anni di studio e discussione, storica e teorica, su questi temi: discussioni che ancora per lo più sono mancate in Italia – il riferimento non è, naturalmente, alla storia del fascismo; ma alle questioni della sua rappresentazione, come anche della rappresentazione della Shoah, caso limite per pensare la rappresentazione della storia e della memoria (su questo possono ricordarsi gli studi coordinati da Saul Friedlander, e di James E. Young, e, per l’Italia, solo alcuni di studiosi italiani di semiologia e storia dell’architettura).

 

Nel 1974, nel suo noto saggio Fascino fascista (in Sotto il segno di Saturno del 1982; si potrebbe anche tradurre come “Fascismo fascinoso”), Susan Sontag scriveva: “Gli organizzatori di sinistra di una recente mostra di quadri e sculture naziste […] a Francoforte, hanno avuto, con loro grande disappunto, un pubblico molto più vasto e molto meno serio di quello che speravano”. Questo nonostante la mostra fosse “fiancheggiata da ammonimenti didattici di Brecht e da fotografie dei campi di concentramento”. C’è da chiedersi se qualcosa di analogo non potrebbe avvenire – come in parte già avviene – a Predappio. Secondo la studiosa americana tra gli elementi caratterizzanti dell’estetica fascista (storica e contemporanea), vi è “il raggruppamento delle persone/cose attorno a una potentissima, ipnotica figura o forza dominante”: parebbe che ci avviciniamo così, di nuovo, al contesto e al contenuto di Predappio. Sontag aggiunge inoltre: “Il gusto del monumentale e dell’obbedienza di massa a un eroe è comune all’arte fascista e a quella comunista, e riflette un’idea di arte come veicolo di «immortalità» per i leader e le dottrine, caratteristica di tutti i regimi totalitari”. E’ la ricerca di immortalità del mnemotopo e del monumento cui ci siamo riferiti sopra.

 

Ma Saul Friedlander ci ha messo in guardia, in Reflections of Nazism. An Essay on Kitsch and Death (1993), che c’è una stretta correlazione tra la rappresentazione ed estetizzazione del dittatore e il nichilismo o, peggio, il nulla (“nothingness”). Il fascino per Hitler (il termine in inglese è “spell”, incantesimo; e alcuni aspetti di questa riflessione paiono poter valere anche per Mussolini, per il “duce”), derivano dalla convergenza di kitsch, banalizzazione, e vuoto di idee/valori che caratterizza l’icona del dittatore e l’enigmatico carisma che egli esercita ancora oggi sugli spettatori, sugli uomini e donne comuni (“Everyman”).

 

 

Conclusioni: Alcune dissonanze

 

Ci sono almeno tre cose che trovo dissonanti attorno al progettato museo nazionale del fascismo: la prima è che del progetto si occupino attualmente i vertici scientifici e organizzativi dell’Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia (INSMLI), che contemporaneamente si stanno occupando di progettare un altro museo, finanziato dal ministro Franceschini a Milano: quello nazionale della Resistenza, nella nuova Casa della Memoria. Qualcuno ha parlato di “occasione unica”, altri hanno rimarcato la mole di lavoro (è per alcuni versi quella che occupa in questi anni, in una singolare “concorrenza delle vittime”, tre diversi musei/monumenti alla Shoah in Italia, a Roma, Ferrara, Milano).

 

Trovo inoltre sorprendente che siano accorsi a sottoscrivere un appello a sostegno del sindaco di Predappio e del museo del fascismo (appello che non contiene alcun riferimento ai contenuti culturali e scientifici del progetto; né i promotori anche richiesti hanno ritenuto finora di anticipare nulla, salvo alcuni elementi emersi comunque nei giornali) oltre cinquanta docenti di Storia contemporanea e discipline affini. Se il sindaco può ragionevolmente voler cercare il supporto di alcuni studiosi per rovesciare le sorti di Predappio, sorge la legittima sensazione che ciò che abbia contato in questa repentina e massiccia adesione sia, oltre alla compiaciuta fiducia reciproca di un gruppo di colleghi e colleghe, la concreta opportunità offerta dal milionario finanziamento governativo, nonché la prospettiva di (affollati) comitati scientifici per centro studi e museo.

 

Dispiace infine che alcuni dei principali studiosi di storia e problemi della memoria italiana nel XX secolo, della Resistenza e della Shoah in Italia, che hanno espresso privatamente la loro contrarietà o loro rilevanti critiche, perplessità e opposizioni al museo di Predappio, non abbiano finora ritenuto di esprimersi pubblicamente contro il museo del fascismo. Ma è forse legittimo che autorevoli studiosi, in alcuni casi stranieri, preferiscano non intervenire sulle politiche della storia e della memoria del nostro Paese. Altri purtroppo l’hanno fatto con adesioni, magari da lontano, non meditate e male informate, o senza averci riflettuto abbastanza. Credo ci stiano già ripensando.

 

 

Per saperne di più

 

Su Predappio si possono vedere le voci di Patrizia Dogliani, nel Dizionario del fascismo, a cura di Victoria De Grazia e Sergio Luzzatto (Einaudi, Torino 2003) vol. II, pp. 414-415, e di Massimo Baioni nei Luoghi della memoria. Simboli e miti dell’Italia unita, a cura di Mario Isnenghi, Laterza, Roma-Bari 20103, pp. 563-573. Sul corpo di Mussolini, incluse le sue vicende a Predappio: Sergio Luzzatto, Il corpo del duce (Einaudi, Torino 20112). Il volume di Maurice Halbwachs si legge anche in traduzione italiana: Memorie di Terrasanta (Arsenale, Venezia 1988). La voce Mnemotopo di Peter Glasner si trova in Dizionario della memoria e del ricordo, di Nicolas Pethes e Jens Ruchatz, ed. italiana a cura di Andrea Borsari (Bruno Mondadori, Milano 2002) p. 352. Questa voce segue tra l’altro la riflessione, collegata a quella di Halbwachs, di Jan Assman, La memoria culturale (Einaudi, Torino 1997) e di Aleida Assman, Ricordare (Il Mulino, Bologna 2002). Il saggio di Jacques Le Goff, Documento/monumento, in origine una voce dell’Enciclopedia Einaudi, è anche nella raccolta di Le Goff, Storia e memoria (Einaudi, Torino 1982). Lo scritto di Paul Zumthor citato ivi da Le Goff, pp. 451-452, è Document et monument,Revue de Sceinces Humaines”, 1960. Tra i volumi sulla rappresentazione della Shoah, storica, museografica e monumentale si vedano Probing the Limits of Representation, ed. by Saul Friedländer, Harvard University Press, Boston, Mass. 1993, e gli studi di James E. Young, The Texture of Memory. Holocaust Memorials and Meaning, Yale University Press, New Haven and London 1996; At Memory’s Edge. After-Images of the Holocaust in Contemporary Art and Architecture, ivi 2000. Da noi se ne sono per ora occupati, almeno in parte, i semiologi: Patrizia Violi, Paesaggi della memoria. Il trauma, lo spazio, la storia, Bompiani, Milano 2014; Valentina Pisanty, Abusi di memoria. Negare, banalizzare, sacralizzare la Shoah, Bruno Mondadori, Milano 2012; e gli architetti: Adachiara Zevi, Memorie per difetto. Dalle Fosse Ardeatine alle pietre d’inciampo, Donzelli, Roma 2014. Il saggio di Susan Sontag è nella sua raccolta: Sotto il segno di Saturno (Einaudi, Torino 1982): le citazioni sono a pag. 78 e 76. Il saggio di Saul Friedländer è: Reflections of Nazism. An Essay on Kitsch and Death, Indiana University Press, Bloomington 1993, ed. rivista dell’originale francese Seuil, Paris 1982. Su rappresentazione e banalizzazione del fascismo si veda anche: Alice Yaeger Kaplan, Reproductions of Banality. Fascismo, Literature and French Intellectual Life, Minneapolis 1986; nonché i saggi raccolti in The Aesthetics of Fascism, numero monografico del “Journal of Contemporary History”, 31, 2, Aprile 1996, a cura di Jeffrey Schnapp, che contiene tra l’altro il saggio di George L. Mosse, Fascist Aesthetics and Society: Some Considerations, ricompreso anche in Id., The Fascist Revolution. Toward a General Theory of Fascism, Howard Fertig, New York 1999. Del progettato museo a Predappio si è occupata la settimana scorsa, con qualche anticipazione poco rassicurante sulle linee guida del museo in fieri, Simonetta Fiori, La sfida di Predappio alla nostalgia del Duce, “La Repubblica”, 31 marzo 2016.

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