D. Moor. Aiuta

Cent'anni sono passati dall'ottobre 1917, anniversario dei fatidici giorni che "sconvolsero il mondo" e non soltanto la Russia: la Rivoluzione Socialista d'ottobre. Il suo effetto, tra splendori e miserie, si è protratto per una settantina d'anni nel corso dei quali molteplici testi culturali, a fianco di eventi politici e rivolgimenti sociali, sono stati prodotti. Esamineremo ogni mese un'immagine particolarmente significativa per quel percorso commentandola, analizzandola, sistemandola nel tempo e nel discorso da cui era emersa. Questo sarà il nostro omaggio ai cent'anni di una delle utopie più grandi della terra e, inevitabilmente, al suo crollo.

 

Si chiamava Dmitrij Stachievič Orlov ma aveva scelto per i suoi disegni lo pseudonimo D. Moor. Nel 1921, sensibile come altri dediti alla causa alla devastante carestia che imperversava nelle regioni del Volga, decise di creare un’immagine potente che superasse i pregiudizi e scuotesse menti e coscienze anche di chi disponesse di scarsi strumenti culturali e più facilmente cadesse nelle trappole contro-rivoluzionarie. Anni di conflitto mondiale alle spalle, guerra civile successiva alla rivoluzione, privazioni dovute al comunismo di guerra, requisizioni pesanti, siccità a oltranza furono tra le principali cause della catastrofe che portò alla morte per fame cinque o sei milioni di persone. Accuse reciproche di fomentare la disgrazia invece che combatterla si scatenarono tra le parti politiche in lotta. Lenin aveva scelto la soluzione del fare terra bruciata attorno ai contadini per impedire loro il sostegno alle forze avverse. Successivamente avrebbe riconosciuto l’errore, ma sarebbe stato tardi per rimediare alle tragiche conseguenze. In quell’anno si decise di lasciare spazio alla NEP, la Nuova Politica Economica, nel tentativo di risanare con mezzi estremi la disastrata situazione finanziaria sovietica. La chiesa ortodossa venne spogliata dai bolscevichi dei propri averi per sostenere le popolazioni in difficoltà.

 

Il manifesto, oltre che nei consueti luoghi convenzionali, fu esposto anche all’ingresso delle chiese ancora aperte al culto per sensibilizzare i credenti sulla necessità e bontà dell’espropriazione dei beni del clero. I nemici di classe ostacolavano in ogni modo aiuti e iniziative. Tra gli stessi contadini mancava solidarietà e prevaleva la vecchia mentalità dell’interesse personale. L’artista Moor realizzò una litografia, secondo i principi dei manifesti di agitazione sociale, nella quale il problema venisse apertamente affrontato e il cui effetto fosse quanto più possibile dirompente: chiarezza estrema rispetto alla drammaticità dello stato di cose e richiesta d’aiuto eloquente e indiscutibile a cui non fosse possibile restare indifferenti.

 

Il contadino rappresentato in primissimo piano occupa tutto lo spazio scenico e veste alla vecchia maniera: era indispensabile che nessuno avesse dubbi rispetto a quale figura fosse protagonista e a quale situazione si facesse riferimento. All’idea iniziale di raffigurare un gruppo di contadini in preda alla fame, l’artista preferì una soluzione più essenziale ed estrema, priva di qualsivoglia narratività e orpello artistico. Una sorta di simbolo che rappresentasse l’intera classe agricola sofferente e l’intero universo in preda alla carestia. Il corpo scheletrico di un solo vecchio, i suoi piedi e le sue mani iperbolicamente grandi, le braccia stecchite protese verso l’alto in segno di costernazione, il volto emaciato con gli occhi scavati nelle orbite, l’espressione sconvolta ancor più che disperata non lasciano dubbi: sta morendo di fame e chiede aiuto. Lo sfondo è uniformemente nero per far risaltare al massimo la sagoma bianca che domina la composizione e, al contempo, per simboleggiare la vita che soccombe all’oscurantismo. Non serve altro, all’infuori di quelle spighe stilizzate e sottili che completano il quadro: una a trapassare come una freccia i lombi del contadino, le altre, appena accennate a mezz’aria, che rimandano ai campi di grano, all’ipotetica ricchezza del suolo e, allo stesso tempo per contrasto, alla tragedia che è in atto. La fonte di ricchezza massima del Paese, il grano, si trasforma metaforicamente e paradossalmente in arma di morte. A tutto questo una sola parola di commento, priva anche del consueto punto esclamativo che all’epoca costellava quasi ogni cartellone di propaganda: AIUTA. Lo stimolo e l’impellenza dovevano nascere da soli dalla forza dell’immagine che rimandava al contesto, supplica e intimazione in una sola figura e in un solo verbo. Straordinario esempio di sintesi ed efficacia.

 

La situazione critica sarebbe continuata fino al 1923 e si sarebbe risolta anche grazie agli aiuti internazionali che proprio la famigerata nuova politica economica, con la sua apertura verso l’estero e l’occidente, aveva favorito e permesso. Molti altri cartelloni di agitazione sociale sarebbero stati dedicati al tentativo di arginarne gli effetti politicamente negativi.

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