Di burocrazia e digitale a scuola

Tra i tanti aspetti che la colonizzazione digitale della scuola comporta il settore della burocrazia e della comunicazione interna è uno dei più significativi per impatto e radicalità. Sempre più è esperienza comune che nella scuola la digitalizzazione della burocrazia e la smaterializzazione della documentalità si trasformino in eccesso informativo e assumano una curvatura verso l’aziendalizzazione, sia in termini di marketing e comunicazione verso l’esterno che di gestione del personale. Tali dinamiche tendono a sovrapporsi alla consuetudinaria comunicazione interna (preside-docenti; docenti-docenti; docenti-studenti; scuola-famiglia), il cui corretto funzionamento è parte sostanziale della democrazia interna alla scuola.

La questione dell’aggravio di lavoro che questo comporta non è solo sindacale, se accettiamo il dato che la scuola è un ecosistema complesso ed è “come un animale gigantesco che respira e il respiro è la sua vita e la sua anima.”

 

È inevitabile che l’inflazione informativo-comunicativa, un dato sistematico in tutta la società contemporanea, colpisca anche a scuola. La questione è piuttosto evitare l’eccesso di informazione inutile e la ridondanza, da parte delle segreterie, dei vari livelli di coordinamento interno (consigli di classe; dipartimenti; funzioni strumentali) e dei diversi soggetti legati alla formazione; il che dal punto di vista dei docenti nella pratica quotidiana significa riuscire a ‘dragare’ il flusso informativo, per riportarlo entro la soglia oltre la quale la comunicazione diventa disfunzionale, inutile e ingestibile.

Il tutto considerato che a quanto mi risulta, non esiste istituzionalmente una postazione di lavoro stabile/ufficio deputato in cui il docente riesca a stabilire un approccio sistematico alla gestione delle mail e della ‘scuola digitale’: la scuola come ambiente di lavoro comodo e accogliente, dotato di zone di conforto, in cui stare oltre le ore di lezione è un concetto su cui si tratta di lavorare ancora molto. Credo che ogni scuola si organizzi come può/vuole con un certo numero di computer in sala insegnanti, sale computer, laboratori o con i tablet, a cui si accede con I.D.

 

L’uso del cellulare e strumenti come Facebook e Whatsapp non possono essere a mio avviso considerati canali sensati ed efficaci di comunicazione istituzionale non emergenziale.

Alcuni tecnicismi legati al nesso uso di piattaforme e privacy rendono la vita complicata, anche a chi abbia skills digitali abbastanza sofisticati. Ad esempio le password: nella mia esperienza sono diverse quelle di accesso alla rete scolastica, alla posta scolastica, al portale stipendi, al registro elettronico, al portale Istanze on line, a quello della carta del docente e a quello SOFIA (che dovrebbe gestire l’attività formativa dei docenti).

Ora, se consideriamo che le password scadono regolarmente e vanno cambiate significativamente e con frequenza e incrociamo la cosa con l’aumento significativo della documentazione delle attività e con il Digital Divide correlato all’età anagrafica del corpo docente potremmo avere un’idea del come e perché molti docenti possano patire questa fase di transito e formazione verso una società dell’informatizzazione avanzata.

 

 

A margine, considero il management delle password – tutte – un fattore decisivo per una sopravvivenza equilibrata e la prevenzione del disagio mentale.

Infine – è uno spunto che andrebbe maggiormente esplorato – con il fatto che davvero spesso a scuola la tecnologia crea più problemi di quanti non ne risolva, ho notato che talvolta questa può avere un ruolo di “parafulmine”: pur con mille ragioni, si può essere tentati di scaricare tutte le tensioni scolastiche sulle macchine obsolete, sull’assurdo burocratico e sulla stupidità dei sistemi non integrati, perché neutralizza i conflitti, ricompatta la coesione interna e rasserena gli animi permettendo lo sfogo dell’irritazione su un soggetto inanimato e impopolare. Come direzionare la critica del capitalismo sugli sportelli bancomat, soddisfa le pulsioni aggressive fantastiche senza intaccare i problemi.

 

Ho avuto uno scambio sul tema con una collega di lettere, molto attiva e ben connessa, Andreina Chirone, che scrive quanto segue (e per questo la ringrazio). 

«Digitalizzazione della burocrazia, eccesso informativo e smaterializzazione della documentalità sono tutti sinonimi per me. Da qualche anno, ormai, la mail di istituto è una presenza costante, invadente e spesso impone perdite di tempo a causa di connessioni effimere quando non ridicole: a casa come a scuola.

Inizialmente mi era parso molto comodo poter leggere anche a casa i calendari di scrutini, riunioni di settore e/o di dipartimento, assemblee studentesche, incontri con esperti vari, appuntamenti con le aziende per la famigerata ASL (Alternanza Scuola lavoro). Ora, invece, mi sento letteralmente assediata da un fiume quasi ininterrotto di comunicazioni più o meno ufficiali. Una delle ragioni – credo – risieda nel fatto che il turnover fisiologico della composizione dei Consigli di Classe impedisce una selezione delle mail, che vengono inviate sempre a tutti, su quasi tutto ciò che accade e che accadrà a scuola.

Inoltre, la smaterializzazione risulta una chimera, dal momento che quasi tutti i miei colleghi e le mie colleghe, me compresa, spesso stampiamo copia delle comunicazioni, per timore di perderle nel mare magnum del web.

 

L'esempio più significativo è il registro elettronico. Al bancone delle fotocopie, spesso, incontro colleghi/e (generalmente appena arrivate e/o in prossimità della pensione) con un registro cartaceo, copia quasi esatta di quello digitale. Il primo anno sono impazzita anche io, tentando di tenere memoria della mia attività scolastica in questo modo, ma ho presto desistito, cedendo al mio animo, in fondo, fatalista. Non aggiungo considerazioni sul fatto che si perde un sacco di tempo nel segnare assenze, ritardi e uscite fuori orario, voti, argomenti delle lezioni anche a causa di una connessione altalenante.

Sull'aziendalizzazione, spinta dai dirigenti, confesso di essere quasi rassegnata, dal momento che lavoro da 18 anni nell'istituto più grande e rinomato della provincia. La grande maggioranza delle attività organizzate per gli studenti sono destinate ad adeguare la loro formazione alle esigenze del mercato, di cui noi docenti non siamo altro che una delle componenti. La didattica non sembra essere più né una preoccupazione né una richiesta dei presidi. Debiti, crediti, pause didattiche per i recuperi in itinere, recuperi agostani spericolati e funambolici per non perdere “clienti”: campi semantici aziendali ormai metabolizzati da un corpo docente che su questo pare allineato. Mi picco, però, di abitare le isole di speranza e di resistenza che si trovano a macchia di leopardo un po' dappertutto».

 

Nel pensare a questa vivida descrizione in cui molti si ritroveranno, ni ritrovo a pensare più o meno le stesse cose che ho già scritto altrove. Laddove l'ecosistema scolastico, sulla spinta del digitale, tende a essere ulteriormente fagocitato dalle logiche della comunicazione e del mercato, la scuola dovrebbe essere in grado di trovare armonia funzionale nelle sue attività anche opponendo una motivata resistenza a favore di un diverso ordine dei tempi, del non utile e del non economico, della bellezza e della meraviglia. Che sono poi le cose che rendono speciali i mondi digitali più belli, all’interno di un panorama segnato da tanto chiacchiericcio immotivato e estrema sciatteria visiva mobilitata a decorare cumuli di immondizia testuale.

In ogni caso, le persone a cui ho chiesto di scrivere del loro rapporto con burocrazia e tecnologia a scuola sono molto di più di una. Probabilmente la mail si è persa tra le altre.

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