Ritorno nel Regno. Un incontro con Marco Baliani

Incontro Marco Baliani in un pomeriggio infuocato d'estate, a Roma, dalle parti di Viale Regina Margherita.
Quando lo vedo gli faccio un cenno e lo chiamo, senza scendere dalla macchina; lui mi saluta con un sorriso caloroso.
Salta su e mi accorgo che ha tutta l'aria di un pischello in procinto di lanciarsi in qualche nuova avventura: la voce allegra, un che di spensierato nello sguardo, mi trasmette subito una buona dose di energia e di entusiasmo.
A vederlo così, non si direbbe che proprio oggi compia 64 anni.
- Mi piace questa cosa di ritornare sul luogo del delitto nel giorno del mio compleanno...
Il "luogo del delitto", come lo chiama lui, è Acilia, una borgata romana situata lungo la Via del Mare dove Baliani ha trascorso l'infanzia e in cui ha deciso di ambientare il suo romanzo d'esordio, "Nel Regno di Acilia", pubblicato una decina d'anni fa e recentemente ristampato.
Racconto di formazione duro e spietato, questo libro descrive l'epoca delle baracche, dei magnaccia e della lotta quotidiana per mettere insieme il pranzo con la cena dal punto di vista di un bambino cui è toccato di dover crescere in una realtà tanto difficile.
La recente riscoperta di questo piccolo gioiello costituisce il motivo del nostro incontro estemporaneo.
- Insomma, come me la vuoi fare quest'intervista? - mi domanda, mentre ci avviamo spediti lungo Viale Marconi.
Costretto a confessare che non ne ho la più pallida idea, dal momento che non ho mai intervistato nessuno in vita mia, mi aspetto che Baliani mi ingiunga da un momento all'altro di fermarmi per farlo scendere.
Lui invece, per tutta risposta, scoppia a ridere e mi dice che gli piace, questa storia, perché  "...chissà come andrà a finire".

 


Prendiamo la Via del Mare e Baliani inizia lentamente a riavvolgere il filo della memoria.
- È tanto che non torno ad Acilia, dai tempi in cui è uscito il libro... e pure prima non ci avevo messo piede da almeno quindici anni.
Mi racconta di come se n'è andato via da lì che era ancora un ragazzino: prima Ostia, poi Roma; mi pare di capire che a quell'epoca di Acilia non ne volesse davvero più sapere.
- Quando hai sedici anni ti sembra che tutto quello che hai vissuto prima non conti nulla.
Gli domando se l'idea di scrivere il libro per lui abbia rappresentato una sorta di riappacificazione con le sue origini e lui mi dice che no, in realtà il libro è nato da una serie di circostanze fortuite come è stato, del resto, per quasi tutto ciò che gli è capitato nella vita.
La scelta di un racconto che riguardasse l'infanzia è venuta da sé, dal momento che il suo rapporto con la sfera infantile è un qualcosa di sostanziale, che lo accompagna sin dai tempi delle prime esperienze col teatro per ragazzi.
È stato nel 2002, all'epoca di "Pinocchio nero", che Baliani ha incominciato a ripensare ai tempi di Acilia: mi racconta che nella vita dei ragazzi di strada africani ha ritrovato tanti elementi che gli ricordavano la sua più remota giovinezza.
- La libertà, l'autonomia nelle scelte, la mancanza di confini tra il mondo dei bambini e quello degli adulti... tutte cose che al giorno d'oggi puoi riscontrare solo in un posto come l'Africa.
Mi spiega che da bambino ha imparato molto presto che il rispetto nei confronti degli adulti lo acquisisci soltanto quando questi se lo sanno guadagnare, ed è stato proprio grazie a questa consapevolezza che è riuscito a lavorare coi ragazzi di Nairobi.
- Se cresci in mezzo alla strada impari a cavartela da solo, e gli adulti non sono poi così importanti.
Parliamo un po' del suo lavoro, del teatro di narrazione e di quanto sia difficile per lui che fa l'attore doversi adattare alla forma dello scrivere, in cui non sai mai se quello che stai facendo piacerà oppure no.
- Sul palcoscenico ti accorgi subito se fai qualcosa di interessante, basta guardare se il pubblico ti sta seguendo... quando scrivi è tutto un altro paio di maniche.

 


All'altezza del Villaggio Azzurro, Baliani mi dice che questa era la zona in cui abitavano le famiglie dei dipendenti dell'Alitalia.
- Qui per me era il posto di quelli che ce l'avevano fatta - e aggiunge che non a caso nel romanzo ha deciso di mettere la casa del Ragno proprio lungo una delle stradine che salgono alla nostra destra.
- Noi stavamo più giù, al Villaggio Africa; si chiamava così perché era il posto dove avevano piazzato quelli che venivano dalle colonie, come mio padre.
Ad Acilia a quei tempi erano confluiti profughi e baraccati da tutta Italia, mi spiega, perché lì la DC aveva concesso l'autorizzazione a costruirsi le case, magari accanto alle lottizzazioni che intorno a Roma stavano spuntando come funghi.
Era un posto dove si sentivano parlare i dialetti più disparati: c'erano i romagnoli che durante il ventennio avevano preso parte alla bonifica dell'area, che all'improvviso si trovavano a dover comunicare con gente che magari arrivava da qualche paesino del meridione; e poi i giuliano-dalmati che, a sentir lui, erano i meno integrati di tutti, coi quali capitava spesso e volentieri qualche sassaiola.
- In una situazione come quella ti saresti aspettato un po' di solidarietà tra morti di fame, invece era un tutti contro tutti.
Arriviamo al Villaggio San Francesco, un crocicchio di lotti degli anni '50 in cui il tempo sembra essersi fermato.
Parcheggiamo sulla piazza della chiesa e ci avviamo verso il bar.
Baliani mi dice che quello era il posto da cui era iniziata a circolare la voce della morte del suo compagno di classe di cui si parla nel romanzo, e che da lì era partita la corsa a perdifiato in direzione della marana dove era stato ritrovato il corpo; poi mi indica un punto più in là, e mi dice che in una delle case oltre la piazza abitava Achille, il suo amico rachitico con la finta nonna che prestava i soldi a strozzo; mi rivela che nel libro è quasi tutto vero fatta eccezione per Catrame e la Corvina (cioè il Regno), ma che soprattutto era vera la storia della Francesina, la ragazzina di cui tutti erano innamorati, che ad un certo punto era caduta nella tela del Ragno e si era messa a battere.
Mi dice che per lui e i suoi amici quello era stato uno shock tremendo.
Lo guardo, e lui legge nei miei occhi la domanda che non ho il coraggio di fargli.
- Naturalmente non lo abbiamo fatto fuori - sorride - diciamo che nel libro mi sono tolto una soddisfazione.

 


Lasciamo la piazza e ci dirigiamo verso il campetto da calcio che si trova alle spalle della chiesa; sul lato opposto della strada c'è la scuola che Baliani descrive alla fine del libro, quella che viene tirata su dopo la demolizione del fatiscente edificio in legno in cui lui e i suoi amici avevano fatto le elementari.
Mi dice che a partire da quel punto si potevano vedere soltanto campi e pratoni a perdita d'occhio, mentre adesso una distesa di palazzine e villette sembra stendersi senza soluzione di continuità fino a Dragona.
- Immagina una situazione tipo cabine sulla spiaggia... una baracca di legno dipinta di azzurro e davanti il nulla.
Gli faccio notare che le distanze da lui descritte non mi sembrano poi così grandi: tra il limitare del Villaggio San Francesco e Dragona ci saranno giusto qualche centinaio di metri, ma nel libro lui ne parla come se si trattasse di una prateria sconfinata.
- Magari è solo che ero minuscolo - mi risponde - del resto la stesura del libro non ha richiesto perlustrazioni o sopralluoghi, è stato soprattutto un lavoro sulla memoria, sui ricordi.
Il sole inizia a declinare verso la linea dell'orizzonte, ma il caldo si fa insopportabile; riprendiamo la macchina e partiamo verso Via di Dragoncello in direzione del Tevere: da quella strada, che all'epoca era ancora in terra battuta, si arrivava alla quercia dove lui e i suoi amici erano soliti incontrarsi prima di partire per le loro scorribande.
Dopo un po' la strada si trasforma in uno sterrato che costeggia una fila di palazzi, ma una sbarra con tanto di divieto di accesso ci impedisce di proseguire nella nostra ricerca: decidiamo quindi di dirigerci verso Dragona, nella speranza di trovare un altro modo per arrivare alla campagna.
Gli domando del giuramento che, nel libro, funge da pretesto e mette in moto la narrazione.
- Non è reale, nel senso che noi avevamo giurato di fargliela pagare, al Ragno, ma si trattava di uno di quei giuramenti superficiali tipici dell'infanzia, dettati magari dal senso di frustrazione che ti sommerge quando realizzi che il mondo dei grandi è troppo duro e spietato perché tu possa sperare di cambiarlo.
Inizio a chiedergli del Regno, ovvero dell'elemento fantastico che attraversa tutto il romanzo, e Baliani prende a raccontarmi delle rovine sepolte sotto ai campi, delle lezioni che il maestro gli impartiva sull'archeologia e del fatto che da quelle parti, a pochi chilometri da Ostia Antica, bastasse scavare una buca nel terreno per tirare fuori reperti di ogni tipo; ne deduco che per lui da bambino fosse una cosa assolutamente plausibile pensare che esistesse una realtà segreta ed invisibile che poteva spuntar fuori da un momento all'altro: forse è proprio da questa convinzione che il Regno ha preso vita.

 

 

 


Arrivati a Viale dei Romagnoli Baliani mi fa girare in direzione di Ostia, e quasi subito mi dice di svoltare a destra: ecco il Villaggio Africa, due file di casette tutte ammucchiate intorno ad un budello largo sì e no un paio di metri.
- Qui stavamo noi - mi dice, indicandomi un'anonima costruzione bianca a due piani - e subito dietro una volta c'era la marana dei nostri bagni estivi... ma credo che oramai non esista più.
In effetti dietro la casa si intravvede solo un enorme capannone di cemento e poco oltre una teoria di palazzetti tutti uguali, disposti in una linea che pare non avere fine.
Nella mezz'ora successiva percorriamo Dragona in lungo e in largo ma non c'è niente da fare, i campi in cui Baliani e i suoi compagni scorrazzavano da bambini sembrano irraggiungibili, inghiottiti dal cemento e dall'asfalto o circondati da muretti e recinzioni.
- Che roba, qui una volta non c'era niente, ora c'è un universo intero...
Decidiamo di tornare verso Roma, e Baliani mi domanda per quale motivo il suo libro mi abbia colpito al punto di volerne trarre un'intervista.
Gli rispondo che dal mio punto di vista l'infanzia da lui descritta rappresenta una sorta di alterità assoluta, una condizione di vita inconcepibile ai giorni nostri o alle nostre latitudini, e che per me la sua storia neorealista entra a pieno titolo nel novero della leggenda pur essendosi svolta solamente una ventina di anni prima che io nascessi; gli dico che per me "leggenda" è il neorealismo tutto, ma che il suo libro mi è piaciuto proprio perché sa sfuggire ai clichés neorealisti sulle periferie romane degli anni '50, forse per via dell'elemento magico presente nel racconto; aggiungo che mentre i romanzi di Pasolini, così crudamente realistici, dipingono le borgate come se appartenessero ad una dimensione astorica, quasi mitica, il suo libro, pieno zeppo di elementi fantastici, te le fa quasi toccare con mano.
Baliani mi fa notare che lo stesso Pasolini aveva voluto creare una narrazione leggendaria delle periferie, dal momento che su di esse egli proiettava tutta una serie di sue idee sul sottoproletariato romano, ma che spesso e volentieri la realtà delle borgate era ben altra.
Ritorno sul tema dell'infanzia, e gli dico che uno degli aspetti che più ho apprezzato del suo libro è il modo diretto e senza mezzi termini in cui ha trattato questo argomento: considerato infatti che per me l'infanzia è una delle stagioni più dure e brutali della vita, la maniera edulcorata in cui la nostra società tende a relazionarsi con essa mi appare semplicemente ridicolo; addirittura mi chiedo se la sua infanzia, come quella dei ragazzini di Nairobi, non sia stata forse più felice di quella dei nostri bambini sterilizzati, ipernutriti e tenuti al riparo da qualsiasi pericolo.
Lui mi guarda coi suoi occhi da ragazzo, pieni di allegria, e mi dice che per la verità ai tempi suoi si stava veramente di merda, ma che non bisogna commettere l'errore di far coincidere esclusivamente la felicità con il benessere.
- Pensa al mondo di oggi: questo lo chiami benessere? Questo è benavere...

 

 

 


Riprendiamo la Via del Mare in direzione di Roma un po' delusi, quand'ecco che  un baluginare improvviso sul lato della carreggiata cattura per caso la nostra attenzione.
- La marana! Non ci posso credere.
Accostiamo e scendiamo dalla macchina.
Appena oltre una rete metallica mezza sfondata un rigagnolo d'acqua torbida si fa strada a fatica tra le erbacce, per poi sparire sottoterra in una condotta di scarico: Baliani mi dice che quel filo d'acqua è quanto rimane della marana alluvionale in cui lui e i suoi amici erano soliti venire d'estate per tuffarsi, quella in cui era annegato il suo compagno di scuola.
Rimaniamo in silenzio per un paio di minuti, ipnotizzati da quel rivoletto striminzito, mentre al di sotto del rumore delle macchine che sfrecciano sulla Via del Mare si percepisce a malapena il gracidare petulante di un ranocchio.
All'improvviso Baliani parte a piedi in direzione di Dragona, come se volesse a tutti i costi ritrovare i suoi campi; io chiudo la macchina, gli vado dietro, ma dopo appena un paio di minuti ci fermiamo: i campi non ci sono più, e se ci sono se ne stanno nascosti dietro l'orizzonte fatto di palazzine brutte e di villette a schiera.
Baliani mi indica un punto lungo il limitare delle case, e mi dice che lì una volta c'erano le baracche in cui Fellini aveva girato alcune scene de "Le notti di Cabiria".
Dal lato opposto della strada si riesce a scorgere in lontananza il campanile della chiesa del Villaggio San Francesco.
- Certo, in effetti le distanze sono grandi; forse non era solo il fatto che fossi io ad essere piccolo...
Non c'è altro da vedere: torniamo alla macchina e ripartiamo verso Roma.

 

 


Lungo la via del ritorno, gli domando se l'immaginario neorealista di cui si diceva prima lo abbia influenzato in qualche modo nella stesura del romanzo.
- Difficile da dire, non ci ho mai pensato in realtà. Pasolini una volta scrisse che tutto quello che sei è il risultato di ciò che hai avuto intorno dal momento della nascita, e insomma, io intorno a me avevo il neorealismo...
Torniamo a parlare del Regno, e Baliani mi spiega che per lui l'aspetto magico/fantastico è essenziale nel processo di creazione delle storie, ma solo quando riesce in qualche modo a farlo entrare in contatto con la vita reale (in effetti nel suo libro gli aspetti magici e quelli ordinari si strutturano in un gioco di equilibrio molto ben costruito).
- Quel che mi interessa è raggiungere un livello di compenetrazione tale da rendere indistinguibili fantasia e realtà.
Mi racconta che questa sua propensione per il fantastico ha avuto origine dalla parte femminile della sua famiglia: dalla madre, che gli ha sempre letto tantissime favole, e soprattutto dalla nonna, con la quale era solito trascorrere le vacanze estive, che amava raccontargli delle storie in cui sapeva mescolare con grande abilità avvenimenti quotidiani e fatti straordinari.
- Non è fantasy, capisci? Non sono i mondi fantastici di Tolkien o di Harry Potter, che hanno una loro coerenza nella totale astrazione dalla realtà; è più come funzionano le fiabe, che avendo sempre qualcosa da insegnare sono piene di elementi semplici, terra terra, e presentano un legame con la vita di tutti i giorni.
A proposito di insegnare, gli domando se per lui il racconto di un universo come quello della sua infanzia possa avere un qualche valore pedagogico per i nostri tempi.
Mi dice che non ha mai considerato questo aspetto e che secondo lui i bambini di oggi hanno bisogno di effetti speciali per interessarsi a qualsiasi cosa, però aggiunge che quando gli è capitato di lavorare coi ragazzi delle scuole più difficili di Roma l'unico modo di catturare la loro attenzione era in effetti proprio quello di raccontar loro delle fiabe.
Mi dice che è da quel tipo di esperienze, a metà strada tra la militanza politica e i primi esperimenti teatrali, che ha imparato il mestiere di narratore.
In ogni caso, per quanto riguarda il suo libro su Acilia non c'è dietro nessuna volontà pedagogica, con buona pace di Goethe, del suo Wilhelm Meister e dell'intento didattico che si presume debba essere sotteso ad ogni Bildungsroman che si rispetti.
- Volevo solo raccontare una bella storia, la storia di una vendetta contro un'ingiustizia - e precisa che non è un caso che usi il verbo "raccontare" al posto di "scrivere", perché secondo lui le storie, prima di scriverle, vanno sempre raccontate a qualcuno.
Con queste ultime parole che mi girano per la testa, facendovi risuonare la voce di Leskov e del suo "Viaggiatore incantato", mi ritrovo come niente al nostro punto di partenza.
Prima di salutarlo, dico a Baliani che mi piacerebbe fargli leggere l'articolo prima di pubblicarlo, ma lui sorride e mi dice che preferisce di no.
- Non devo mica correggere niente.
Quando scende dalla macchina riparto svelto verso casa; ci metto un po' a realizzare che nonostante fosse il suo, di compleanno, sono stato io ad aver ricevuto uno splendido regalo.

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