Diavolo mietitore o extraterrestre?

Tra la realtà e la fiction si insidiano immagini, storie e ricordi, che inducono interpretazioni e credenze, o sospetti e vacillamenti della credulità. Oggi si tende a pensare che il diavolo sia molto abile a usare Photoshop e postproduzione, e che agendo direttamente dentro la vita si insinui nella percezione dei mortali, così che le persone confondano spesso la finzione o l’inganno con la verità. Come dentro a un racconto borgesiano: accadono fatti, avvengono incontri, e si è talmente portati dalla narrazione seducente che alla fine non si è più sicuri di cosa sia più vero e convincente, se l’immedesimazione nel racconto o il quotidiano vissuto giorno per giorno. Il documento fotografico o video testimonia veramente un fatto accaduto? È più vera la realtà o ciò che si è immaginato come vero e poi riprodotto? Forse dipende da quanto una e l’altro influiscono nelle scelte di ogni individuo. 

 

Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino, Il diavolo mietitore, 2014, courtesy Laveronica contemporary art gallery.


Nel frontespizio di The moving devil, un pamphlet del 1678, il demonio è descritto mentre realizza due ovali concentrici in un campo, adagiando a terra le spighe mietute, che paiono ardere come fiamme. I patiti dei cerchi nei campi di grano e i movimenti filoextraterrestri considerano questa immagine e questa storia come un precedente storico e una testimonianza indiretta legati a un incontro ravvicinato del terzo tipo. Così il diavolo, ovvero un essere celeste caduto sulla Terra, viene interpretato come fosse un alieno. Qui la storia viene considerata una rappresentazione simbolica di un evento non ancora dimostrabile, consegnata alla credulità o alla critica dei lettori. Molti ancora oggi credono alle leggende. La storia inventata, una volta che qualcuno la crede vera, può modificare in parte la realtà?

 

The moving devil or strange news out of Hartford-fhire woodcut, 1678, Folger Shakespeare library.


A giudicare dalla fortuna delle religioni in ogni periodo storico si è indotti a pensare che la finzione possa modificare in grandi percentuali la vita degli umani, influenzando le loro azioni. Qualcuno insinua che la fortuna delle religioni sia sottilmente voluta dal diavolo stesso. Nel pamphlet seicentesco viene narrata la storia di un ricco proprietario terriero che respinge la richiesta di aumento di ricompensa del bracciante nel periodo della mietitura. Il contadino, deluso e arrabbiato, si licenzia dal padrone nominandogli la figura ultraterrena: “Che lo mieta il diavolo, allora!” […] Accadde così che proprio quella notte il campo di avena iniziò a splendere come se fosse in fiamme, ma il mattino dopo si presentò mietuto alla perfezione […] Non si sa se mietuto dal diavolo o da un altro demone: di certo non da un essere umano.

 

Quando il padrone si avvicinò alle balle d’avena, non aveva più la forza né per sollevarle, né per portarle via”. Questa leggenda nasce quando in Inghilterra i padroni cominciano a recintare i campi, a introdurre nuove tecniche e colture, che modificano il paesaggio agrario. All’accorpamento delle proprietà frammentate e alla privatizzazione delle terre comuni consegue un peggioramento delle condizioni di vita dei contadini poveri, che non hanno più diritti di pascolo, di spigolatura e di caccia, da secoli alla base della loro sopravvivenza. 

 

Mosaico raffigurante un serpente cornuto avvolto in spirale, XII secolo San Demetrio corone, Cosenza, chiesa di Sant'Adriano.


Moira Ricci parte da questa leggenda per modificare qualcosa della storia che appartiene a lei, alla sua famiglia e ai suoi conterranei, ma che si può allargare all’universale. Dove il cielo è più vicino è un progetto iniziato nel 2014 e ora esposto a Reggio Emilia, nel chiostro di san Domenico, nell’ambito di Fotografia Europea. In un video girato con un drone, la visione dal cielo inquadra un ampio campo con due cerchi di fuoco concentrici, evocando la leggenda del diavolo mietitore, tramandata oralmente dai contadini.  

 

L’artista, come una figliola prodiga, ritorna alla sua terra d’origine, alla Maremma e al suolo che segna il confine dell’universo, e medita sul rapporto tra le sue radici e il cielo, nel luogo dove la sua famiglia è dedita al rispetto delle fatiche delle generazioni precedenti. È un ritorno a una terra in crisi, sempre meno coltivata dai contadini, spesso abbandonata: “Io ho fatto questo lavoro con uno stato d’animo molto confuso e contraddittorio. Come molti della mia generazione, ho abbandonato il podere uscendo così dalla tradizione famigliare. Adesso che sono spesso a casa, mi accorgo di non essere capace di mantenere un terreno fertile e dunque di tenere vivo un podere. Ormai ce ne sono rimasti pochi di contadini che sanno coltivare la terra, i poderi sono stati venduti a persone che ci vengono solo in vacanza. Con il mio lavoro non voglio polemizzare, non posso proprio io che me ne sono andata, ma piuttosto ritraggo una situazione che conosco bene e reagisco con quello che so fare”.

 

Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino, Il diavolo mietitore, 2014, courtesy Laveronica contemporary art gallery.


Dove il cielo è più vicino è allo stesso tempo una tensione, una preghiera, un tentativo di fuga, una reazione ai controllori celesti, una presa di coscienza: chi vuole elevarsi verso il suo cielo interiore deve prima nutrire e curare la terra da cui parte. Con i due cerchi di fuoco Moira Ricci rievoca la poetica di Joan Jonas, si connette con i segni geometrici e astratti incisi sulle rocce dai popoli del neolitico, e cerca di ristabilire una dimensione magica e sacrale. Si affida ai mezzi e ai linguaggi dell’arte primitiva, a due semplici cerchi concentrici, per avvicinarsi alla dimensione che si trova a una certa distanza dalla realtà in cui vive l’uomo. Questi cerchi infiammati nel paesaggio non sono legati al solo luogo, ma sono da intendere come riflessioni e segni rivolti verso un’altra dimensione, vera o solo immaginata non importa, perché si tratta di reiterare gesti che giungono da tempi remoti: tracce come cuciture tra due realtà, quella presente e quella proiettata nel futuro, nella dimensione più lontana del cielo, anche verso quel maligno che sta da un’altra parte. Sono messaggi rilasciati dagli adepti rurali per il cielo, tracce di un avvicinamento o di un collegamento extraterrestre, o testimonianze certe della presenza del diavolo mietitore?

 

O qua su o qua giù, particolare della morta con Lucifero e i diavoli.


Moira Ricci lascia che le risposte stiano in sospensione nel tempo, così che ogni singolo spettatore possa essere portato a vedere dall’alto, in volo sulle terre come in un viaggio onirico. I due cerchi concentrici sui campi e sulle colline vengono trasfigurati in simboli luminosi, che collegano la preistoria al presente.

Sempre in riferimento a questa tensione poetica, un secondo video documenta le fasi di lavorazione per costruire – con l’aiuto di famigliari e amici – un’astronave, partendo da una trebbiatrice. L’ingenuo progetto, pur essendo un tentativo destinato al fallimento, considera superflua la riuscita finale del decollo e rimarca invece uno spazio per darsi da fare, qui e ora, con quello che c’è a disposizione. Un lavoro, quindi, che determina la volontà di andare oltre, di ridefinire la realtà per affrontare il futuro, una sorta di viatico alla non rassegnazione: “Per la trebbia-astronave ho scelto di fare il video, che in realtà è un time-lapse e dunque si tratta di foto, perché per me era importante far vedere innanzitutto la trasformazione dalla trebbia all’astronave con tutto quello che succedeva in mezzo.

 

Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino, 2014, courtesy Laveronica contemporary art gallery.


In che altro modo potevo fare per non perdermi quei momenti d’interazione spontanea tra le persone che hanno collaborato alla costruzione? Sono partita senza sapere cosa sarebbe successo e se sarei riuscita a ottenere qualcosa alla fine. Ho proposto a mio padre di fare un’astronave, lui ha disegnato su una lavagna in modo elementare come la voleva e da lì l’abbiamo costruita a braccio in 37 giorni. In questo caso quello che mi sono costretta a imparare è stato molto; una tecnica tra le tante è stata la saldatura”.

La metamorfosi da una forma a un’altra, resa nel video con l’effetto del time-lapse, testimonia che la trebbia diviene una navicella spaziale nell’avvicendarsi del giorno e della notte, attraverso la fatica e la partecipazione delle persone coinvolte, aprendo anche alla possibilità che si possa elevare verso una prospettiva ultraterrena. Foto di grandi dimensioni mostrano poi coloro che hanno costruito un mezzo, utile per trasformare l’impossibile in un viaggio: rivolgono lo sguardo e le loro aspettative verso l’alto, in direzione del cielo, con il sorriso dei contadini cosmonauti, con la speranza che si apra una via di collegamento con l’universo. E questo è un primo passo, forse, per far evolvere finalmente la specie umana.

 

Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino, Il diavolo mietitore, 2014, courtesy Laveronica contemporary art gallery.


Moira Ricci, Dove il cielo è più vicino, Fotografia Europea, 

Chiostri di San Domenico, via Dante Alighieri, 11 - 42121 Reggio Emilia

dal 5 maggio al 12 luglio

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