Didjeridoo

 “Ex-cu-se me, sir…”, “Italian?!” perché il viandante australiano su un sentiero sabbioso risponde con una domanda?. 

 “Yes, I-am”. Il pedone del posto lontano lontano alza le braccia a formare un arco sopra il capo e comincia ad ancheggiare una sua strana tarantella italiana: “Mamma mia, mamma mia, che ci posso fa’”... 

Nel XXI secolo noi suscitiamo dunque in Australia benevola ilarità solo per il fatto di essere italiani? Non moltissimi anni fa, in parecchi luoghi ispiravamo disprezzo e disgusto. 

Gli italiani, sì, sono benvoluti in Australia. Sono molti, la più grossa minoranza, e poi hanno trovato anche qui la loro nicchia atavica: cuochi, calzolai, sarti, camerieri, vinattieri, baristi… 

“Focaccia”, “Focciacha”, “ Fochacia”, sono insegne di locali italiani. C’è il ristorante “Cazzinostri”. 

E non parlo dei molti che hanno fatto luminose carriere perché danno senso di orgoglio e non fanno per niente ridere.

 

Quando siamo arrivati laggiù abbiamo fatto un figurone. Era il dopoguerra, siamo sbarcati poveri e straccioni, ma quello era anche il periodo migliore del nostro futuro, lo sappiamo bene, purtroppo, oggi. In Australia le etnie si identificano con il momento preciso in cui gli immigrati si sono materializzati, sbarcando sul Nuovissimo Continente e irrompendo nella sua storia. Proprio per il momento in cui hanno preso corpo sul frangiflutti rosso-blu, i vietnamiti, invece, non sono divenuti comici e neanche tanto amati, ma guardati con una certa, rispettosa preoccupazione. In confronto al loro cristallizzato malumore i cinesi appaiono spensierati buontemponi.

 

Fare un viaggio così lungo, in luoghi così sconosciuti, richiede strumenti dell’intelletto che giacciono dimenticati in qualche polverosa soffitta del cranio. Il viaggio è anche un puzzle nel quale i pezzetti colorati, privi di senso, vanno inseriti con pazienza per comporre un disegno ignoto.

 

“Poverino poverino” ho esclamato commosso sulla spiaggia di Phillip Island - Pacifico meridionale, un centinaio di chilometri a sud-est di Melbourne, Victoria (vaut le voyage). “Poveriino”, ho gridato imprudentemente: c’era lì, sotto di me che camminavo su un’apposita passerella, c’era, sulla sabbia rossa della spiaggia, un minuscolo pinguino che i suoi colleghi, pinguini cattivi, prendevano a colpi di becco e schiaffoni, chissà perché. Avevano deciso di non lasciarlo mai più entrare nel suo nido. 

Non usate mai diminutivi italiani ad alta voce nel Victoria e nel Nuovo Galles del Sud! Un signore, pochi metri più in là, sulla stessa passerella pensile poggiata alta sulla sabbia, ha alzato le braccia al cielo, ha ancheggiato anche lui ritmicamente e ha ridacchiato, con qualche malgarbo questa volta: “eh, eh poverino, eh, eh, piccolino, bambino, carino eh, eh. Are you Italian, yeah?”.

Piccoli lo sono davvero quei pinguini, 20 centimetri o poco più, eudiptola minor significa “il più piccolo, buon subacqueo”. Sono piccoli ma coraggiosi perché in quelle spiagge, ormai a poche migliaia di chilometri dall’Antartide, hanno messo su casa stabile, partono ogni mattina per andare a mangiare, e stanno tutto il giorno in acqua. E si tuffano a grandi profondità, quei nanetti. 

Se ne vanno al lavoro alla spicciolata al mattino presto, uno per uno, ma, dopo il tramonto del sole, all’imbrunire della gelida e ventosa primavera australe di settembre, se ne tornano tutti quanti esausti alla stessa ora a migliaia, a gruppi di cento o più. Sono grigi, un po’ chiari un po’ scuri, delle stesse tinte delle acque buie della notte incipiente, e così, quando un cavallone del Pacifico si rompe poco al largo della spiaggia, la maggior parte degli spruzzi sono loro, proprio i nostri pinguini, che a combriccole sbarcano per tornarsene a casa a digerirsi i pesciolini che si sono ingollati nel corso della giornata. Appena fuori dalle onde rotolano in malo modo fra l’acqua e la sabbia, poi con difficoltà si alzano in piedi, infreddoliti, con i braccini alucce pinnicule poco distanti dai fianchi per equilibrare la loro marcia dondolante, con gli zampini ancora a mollo. Sì, sembrano tutti fantasmi, cogli occhi spiritati e le faccette impaurite per via di certi gabbianacci che stanno lì a centinaia ad aspettarli da ore. 

 

Ho raccontato questa storia al mio fratello zoologo, che ha sostenuto con sussiego che i gabbiani, o vogliono mangiare i pesci, sperando che i pinguini li rigurgitino, oppure sperano di trovare un pinguino isolato per papparsi proprio lui tutto quanto intero, povero uccellino solitario di profondità. Rifiuto categoricamente queste teorie troppo poco antropomorfiche se confrontate con la realtà che può stare davanti a tutti quelli che si vogliono prendere la briga di andare lì un momentino a Phillip Island e rimanere dopo il tramonto all’addiaccio a vedere un po’ quel che succede.

Succede che i gabbiani quel che fanno lo fanno per pura cattiveria, garantisco sul mio onore, per cattiveria gratuita, allo scopo di contrastare lo sbarco con una serie di dispetti uccelleschi che talvolta sono così criminali da spingere i poveri pinguini a ributtarsi in mare più per il disgusto che per la paura, a rituffarsi in un cavallone compiacente per farsi poi rispruzzare sulla spiaggia un po’ più in là, mentre centinaia di spettatori sulle gradinate apposite berciano il loro dissenso verso i gabbiani e parteggiano spudoratamente per gli eudiptola minor.

 

Gradinate? Schiamazzi? Sì, quello di cui qui sto narrando è uno spettacolo di massa, a pagamento, su anfiteatri di legno che seguono, al di qua della spiaggia, l’andamento del vasto golfo in cui si affannano in salita i pinguini. Quando finisce questa gazzarra, i branchi di pinguini – e sarebbe molto meglio dire conventicole – col loro passo buffo ma anche raccapricciante di fantasmini ghiacciati e stanchi, risalgono dapprima lentamente l’erta della spiaggia per poi mettersi a correre a perdifiato inclinati tutti quanti in avanti fino ai sicuri cespugli dove da ultimo si disperdono. Cessata l’emergenza, tornano “individuini”, entrano nei nidi, litigano, forse fanno quattro chiacchiere antropomorfiche sulla giornata di lavoro, ma smettono di essere un popolo, l’eroico popolo che sbarca.

Salvo gli scatti di riprovazione per gli inqualificabili sgarbi dei gabbiani, la gente intabarrata sui gradini segue intenta, in religioso silenzio, il drammatico approdo di ogni sera. Mi sono guardato attorno e ho constatato, in modo, s’intende, del tutto approssimativo, che noi stranieri eravamo in minoranza. La più gran parte degli spettatori erano invece proprio australiani, forse della vicina Melbourne, gente del posto, che attendeva a questa strana vicenda con una commozione reverente della quale ora ci tocca cercare di capire il perché e il percome.

 

 

Dico subito come la penso, anche se mi rendo conto che, nel momento di scriverlo, il rischio del ridicolo diventa elevatissimo. Quegli australiani lì che ho visto io nel settembre 2002 se ne stavano in devoto silenzio, forse neppure tutti per la prima volta, per partecipare a un rito che ripete una struggente allegoria, una favola che Esopo potrebbe avere scritto se avesse visitato l’Australia. Perché i pinguini recitano dopo ogni tramonto una loro commedia un po’ triste e un po’ epica, ma anche comica, che rappresenta l’arrivo degli immigranti in quel lontanissimo continente, che sono sbarcati anche loro a frotte dai bastimenti, hanno litigato un po’ sulla battigia, ostacolati da qualche “leghista” del posto, e poi si sono intrufolati, se ci sono riusciti, in qualche nido improvvisato fra i cespugli, cioè l’Australia moderna e i suoi rutilanti grattacieli.

 

Non devono fare molti sforzi, gli australiani di oggi, per ricordarsi di quando si sono materializzati anche loro dalle fredde onde grigio-blu del Pacifico meridionale: è una faccenda di famiglia che riguarda loro stessi, i genitori, i nonni o, al massimo, i bisnonni. Ma per quanto riguarda i bisnonni, in Australia, si tratta già della preistoria. 

Ecco dunque il perché del tono aspro di quel signore che mi scherniva per l’uso inconsulto di “diminutivi italiani in luogo pubblico”. Quello lì era contrariato dal mio “chiassoso compianto sovra un pinguino” perché così avevo rotto il suo, di incantesimo, inter-rotto la sua mesta riflessione sullo sbarco dei minuscoli uccelli di profondità, sul suo sbarco. Su quello dei suoi genitori.

 

Un po’ distanti (anzi molto, moltissimo) dalle spiagge ghiacciate di Melbourne, sulla strada che conduce verso il non lontano Equatore su verso Nord, il Mar dei Coralli, il Golfo di Carpentaria, la vicina Nuova Guinea, nella breve pianura che separa le onde dell’Oceano dalle colline ricoperte dalla foresta pluviale, si susseguono pomposamente coltivazioni sempre più tropicali.

A Cairns, cittadina a tre ore e un quarto di aereo da Sydney, lasciate a Sud le piantagioni di banane, di canna da zucchero, di caffè e di thè, se in automobile ci si inoltra lungo l’autostrada dedicata al capitano Cook, l’esploratore inglese che scoprì l’Australia nel 1788 (Nel 1786, con la rivoluzione americana, l’Inghilterra perde una colonia e ne trova un’altra, pressoché uguale, neanche due anni dopo!) si supera con una zattera-traghetto l’estuario salmastro infestato dai coccodrilli del Daintree River circondato da prati di smeraldo popolati da sereni bovini gobbuti importati dall’India. E allora all’improvviso, immensa e maestosa, appare l’inestricabile foresta pluviale. “Esplorata, si pensi un po’, solo negli anni Cinquanta del secolo scorso!” proclamano, orgogliosi, i ranger. Uno degli ultimi avamposti cioè del mondo primordiale a essere stato violato dall’Uomo; e da me, con tutti i comodi, solo pochi decenni dopo. Per secolo scorso si intende qui, ovviamente, il ’900.

 

Sul lungomare di Cairns (sconsigliata la balneazione, la battigia è fatta di fanghiglia nerastra dalla quale spuntano equivoci germogli di mangrovia), sul lungomare di Cairns tutto sembrerebbe sulle prime già visto, abituale, quasi mediterraneo. Non è estate come pare, ma invece la fine della stagione secca. Quasi però, a essere distratti, sembrerebbe il luglio su un lungomare adriatico, dove, anche, le gelaterie si alternano ai ristoranti, alle sale di giochi elettronici. La gente passeggia al rallentatore godendosi il subitaneo tramonto equatoriale davanti al mare tenero, azzurro-rosa. Sembra sufficiente trascurare le potenti ondate oceaniche per immaginarselo come un specie di quieto Mare Nostrum.

Per la verità, qualcosa, anzi parecchio, di esotico spunta qua e là incontrollato oltre alla fanghiglia e alle mangrovie. Stormi di pellicani grossi come elicotteri volteggiano in cerca dell’amato agguazzo di acqua e fanghiglia, dove poggiare i loro zamponi palmati per farsi una bella dormita.

In un ampio spazio sul marciapiede, si erge qualcosa di tanto consueto da far cascare le braccia: è il monumento ai caduti di Cairns nella Prima Guerra Mondiale, uguale, ma proprio uguale identico, agli innumerevoli monumenti di tanti nostri villaggi e cittadine: “Mai saranno i vostri nomi dimenticati, finché il mondo vivrà…”, e giù una lista di decine di caduti, nome e cognome, troppi per un piccola città come Cairns, come sono troppi quelli dei morti in guerra di qualsiasi paesino d’Europa. Una lista di giovani mai invecchiati, tutti dimenticati nella inevitabile tristezza dell’imbrunire. 

 

Il monumento, descriverlo è straziante oltre che banale, è composto innanzitutto da un recinto con, ai quattro angoli, i quattro regolamentari proiettili veri di obice tra i quali pendono, a congiungerli, le solite grosse catene di ferro. Davanti, sotto la scritta del basamento: “Cairns ai suoi figli”, c’è un vecchio cannone da campagna, con le ruote a raggi, puntato verso l’immensità del Pacifico. Dentro il recinto si eleva il basamento grigiastro con sopra, impettita, la figura, grigiastra, di un soldato australiano che punta il dito verso l’orizzonte marittimo che anche scruta vigilante col solito cappello retorico a larghe falde, sembra un bersagliere. Ciò che lo rende identico ai monumenti italiani non è il grigiore della pietra o le fasce gambiere, o la postura pomposa, ma le dimensioni della statua che in tanto enfatico cordoglio, per puri motivi di economia, il comune di Cairns dovette creder bene di realizzare alta meno della metà del reale: un metro circa di statura come l’homo floriensis. Cosicché anche quel monumento, come tutti quelli che amo e ammiro in Italia, e che ho visto uguali in Francia e Inghilterra, sembra, a chi lo guarda senza nulla sapere del ’14-18, il monumento al popolo di gnomi battaglieri che salvarono il mondo delle persone di taglia norm.

 

L’aspetto esteriore dell’Australia, e un turista può vedere esclusivamente gli aspetti esteriori, è uno sfolgorante prisma di razze e culture nel quale non si vedono i vu cumprà, anche perché, dicono i left wing australiani, i non graditi se ne stanno lontani dietro il filo spinato “dei campi di attesa” alla soglia dei lontani deserti, da dove arrivano le micidiali tempeste di polvere rossa.

Pare che quest’aspetto multietnico sia relativamente recente e che, prima della Seconda Guerra Mondiale, l’Australia fosse un paese molto rozzo, grettamente britannico e provinciale, per il quale il resto del mondo semplicemente non esisteva.

Sì, l’Australia è ancora oggi un paese britannico. Ma di che tipo? 

 

 

Quando si cammina nella selva dei grattacieli di cristallo di Sydney (vaut le voyage) che riverberano quella luce subtropicale e oceanica milioni di volte proiettando gibigiane sui volti e sui marciapiedi, facendo vedere mille soli dalle finestre chiuse o aperte, in quella atmosfera bianca e azzurra nella quale, non so perché, si prova l’impulso naturale di parlare sottovoce e camminare con passo felpato e lento sui marciapiedi delle tortuose, disordinate e ripide vie che conducono al porto, quando appunto si incede prudentemente fra quegli orgogliosi grattacieli, ci si imbatte talvolta in uno strano viandante… Allampanato o tozzo che sia, i calli delle sue mani sembrano coordinarsi all’artrosi, con la mediazione dell’abbronzatura eccessiva che rende rossi gli anglosassoni esposti a soli troppo forti per loro. Gente forse sull’ottantina, marciano un po’ a fatica ma con aria altera e consapevole, talvolta aiutati dal bastone, vestiti di cachi, con la camicia aperta sul petto, pantaloni corti, scarpe a quadrupla suola, calzettoni fino al ginocchio, gambe storte, e sulla testa a oscurare gli occhi cerulei e lacrimosi, il solito, retorico, cappello australiano a larghe falde. 

 

Veterani di guerra? Non si sa, e comunque non portano decorazioni. Forse ex pionieri delle zone desertiche ritirati in pensione? Non si sa, e le scarpe ben lucidate non mostrano tracce di polvere rossa. Che si tratti di relitti è fuor di dubbio. Assai male ambientati nella poliedrica multietnica Australia di oggi. 

Sono vecchi démodé che corrispondono forse a quei signori in marsina in cui ci si imbatteva nell’Europa degli anni Trenta. Oppure, meglio, che assomigliano a certi personaggi pittoreschi italiani di una volta, sopravvissuti fino agli anni Cinquanta. Sì, parlo di quelli vestiti da mazziniani, tutti di nero con la cravatta alla Lavallière, il panciotto, e anche loro col cappello retorico a larghe falde, ma nero. 

Canberra, la capitale, è una città artificiale, tempio degli urbanisti come Brasilia, Nuova Delhi… Bisognerebbe citare anche Washington, alla quale la capitale australiana un po’ si ispira, che però è setteottocentesca. Le città artificiali sono state tutte costruite attorno agli anni Cinquanta del XX secolo e rappresentano una delle tante speranze fallite del secolo breve. E Canberra non è un’eccezione: città-giardino, anzi città nella quale il Parlamento è addirittura sotterraneo e sommerso dagli alberi giganti del bush. Ma a Canberra torneremo poi, a tempo e luogo.

 

Eccoci di nuovo al Nord, all’equatoriale Cairns. Alla stazione ferroviaria di Cairns si incontrano finalmente gli aborigeni “urbanizzati”. Che si chiamano così per aver abbandonato i costumi ancestrali e aver cercato di inserirsi alla meno peggio nella vita delle città.

Quando, da un Internet cafè di Cairns, ho scritto alla mia amica di Melbourne che avevo visto gli aborigeni, lei si è rammaricata e mi ha risposto così: “Peccato. Hai visto per primi gli aborigeni urbanizzati, chissà che idee te ne farai tu, che sei un po’ razzista. Devi andare a vedere quelli veri, prima di esprimere un giudizio. Gli aborigeni urbanizzati, così come sono, rappresentano una colpa dell’Australia, “la” colpa dell’Australia. Capito? Mettitelo bene in testa! Capito?”.

Sarebbe stato meglio che Mirna questa scenata me l’avesse fatta prima della mia passeggiata notturna alla stazione, non dopo, come purtroppo era avvenuto. Molto meglio.

Attorno alla stazione ci sono i soliti negozi di opale che, con quelli di attrezzi subacquei e di completi per esplorare le foreste, costituiscono l’attrattiva maniacale, del Queensland del Nord. 

Da noi la “selva selvaggia e aspra e forte” costituiva una realtà vera piuttosto che un’allegoria, ben comprensibile ai tempi andati di Dante Alighieri. Allora eravamo come adesso l’Australia?

 Nel buio un po’ pauroso di una foresta alla Gustav Doré, ho cercato di spiegare che in Europa non ci sono più le foreste pluviali in cui venga la paura di sperdersi e morire, le selve selvagge sono confinate solo nelle fiabe o sostituite talvolta da boschi piantumati pochi secoli fa. Sono stato creduto a stento da gente che quando vede le nostre Alpi con le cime aguzze verso il cielo non riesce a credere ai suoi occhi, abituata com’è a monti tondeggianti, consumati dal tempo.

 

E proprio mentre camminavo per strada nella tiepida brezza equatoriale - con la mia macchina fotografica digitale da 2.000 euro appesa al collo – tutto assorbito dal Pianeta estraneo che avevo la fortuna di vedere, sono stato aggredito dal mostro del pregiudizio. Mi sono accorto con spavento che i pub erano bui, ma non vuoti, erano gremiti di gente nera come la notte, come credevo di non averne vista mai. E da questi neri antri venivano partoriti, o vomitati, o spremuti, esseri probabilmente umani che mi guardavano minacciosi, anzi a me sembrava piuttosto guatassero la mia Nikon Coolpix 5700. Quei probabili alieni alzavano, abbassavano le folte sopracciglia, l’unico ciglio che andava da una tempia all’altra. Uomini e donne vestiti da spaventapasseri, cogli enormi piedoni calzati da sandali, le gambe troppo secche per l’enorme ventre enfiato dalle bevande ingurgitate, per reggere la lunga faccia da statua di pietra dell’isola di Pasqua, sormontata da capelli ricci che parevano elmi di guerrieri ubriachi fatti. Oscillavano a braccia larghe da una parte all’altra del viale come fossero affetti in massa dalla corea di Huntington, per sparire all’improvviso con un salto di sbieco entro un altro antro buio, in un gioco nero dei quattro cantoni neri che li faceva ricomparire all’improvviso con i loro sguardi lampeggianti .

“Nascondi subito la mia macchina fotografica nella borsa, prima che me la acciuffino” sussurrai angosciato a mia moglie. Elena la prese: “Puah!”, la cacciò nella borsa con un sospiro di compatimento, ringhiandomi, ma piano perché non sentissero i marziani: “Sporco razzista! Non lo vedi che sono gente buonissima, con la faccia mite, poveri cicci, che a te fanno paura. Fascista! Che invece io me li abbraccerei tutti!. El m’ha guardà la fotocamera! Puah!”. Io invece, di fronte a tanta estraneità, e così improvvisa, inaccettabile per il mio concetto provinciale dell’acclarata, anzi ovvia, identità, uguaglianza e parità di tutti gli esseri umani, Mike Tyson avrei finanche abbracciato, gridandogli: “Fratello nero, vieni in soccorso del mio vacillante universalismo!”.

 

Agli aborigeni, gli australiani invece sembrano essersi, in un modo o nell’altro, abituati, sia pure in maniera contraddittoria: favoriscono la comunità aborigena, nelle miserrime condizioni in cui ancora si trova, anche attraverso l’apertura di innumerevoli negozi di “arte aborigena”, che vanno, per la merce esposta, dalla insopportabile paccottiglia al prodotto di altissima qualità. 

Gli australiani anglosassoni convivono con gli aborigeni come i loro antenati coabitavano con i fantasmi dei castelli che rappresentavano a un tempo le loro colpe, i loro rimorsi, le loro paure, ma anche il loro orgoglio. 

Francamente i dipinti aborigeni tanto alla moda avrei casomai potuto comprarli per schiaffarli subito in soffitta assieme ai miei vecchi quadri abissini della guerra d’Etiopia, quelli, ricordate?, con l’italiano feroce e l’etiope con lo sguardo dabbene anche nel momento in cui cerca indarno di ammazzare l’invasore. Erano così belli quei quadri dei miei 25 anni democratici e antifascisti contro il cielo, così belli dipinti su sacchi di juta con dietro la marca del caffè! Era la moda degli anni Sessanta della mia Italia allora ancora così tanto piena di ogni speranza. 

Ma a quali speranze, a quali giovani speranze australi di adesso sono dunque collegate le calligrafiche, anzi formalistiche, tele aborigene? Raffigurano per lo più in una sola dimensione esseri umanoidi (forse) irreali di color ocra, con contorni ocra, su sfondo ocra. Certo, le tonalità variano da un ocra all’altro, dal giallastro chiaro al giallastro intermedio, dal rossastro mattone, al rossastro “figuraccia”. “Dipingono con la terra” mi hanno spiegato con sussiego e, anzi, sincero disprezzo per la mia ignoranza, gli intenditori, “però, però adesso cominciano a usare anche il blu, un bel blu, e il verde, un bel verde, sempre naturali, naturalmente!”

 

Si vedono nelle vetrine, a migliaia, assieme ai quadri di fanghiglia essiccata, enormi tronchi d’albero, forse eucaliptus scavati e lucidati, chiamati “didjeridoo”, lunghi anche due metri, che si tengono inclinati appoggiati al suolo, ci si immerge la faccia più che non la bocca nel grosso buco che sta su in cima, e su un continuum di possenti pernacchie, si profferiscono dentro, con una tecnica raffinata, molto difficile da imparare, parolacce, possibilmente terminanti in u. Con un enorme sforzo – vengono rosse le gote perfino agli aborigeni non urbanizzati mentre lo suonano – si ottiene così, dopo molto esercizio, che dall’altro capo del tronco lucido o decorato esca un lamento monotono ma tremendo. Credo, soltanto credo ma fermamente credo, che quel suono di dolore rappresenti la solitudine umana senza rimedio di fronte alla natura nemica che costringe l’aborigeno ad acciuffare canguri che saltano all’impazzata con l’arma del boomerang, fedele soltanto nel tornare quando non ha ammazzato il canguro.

Quale rimorso può far suonare, o anche solo tenere in casa, il didjeridoo a un viaggiatore di commercio o a un medico della mutua?

Come se da noi, in memoria delle passate nefandezze e sgarbi, i cristiani, in casa loro, muggissero dentro quell’agghiacciante strumento musicale ebraico che è il corno dello Shofar. Quel suono inquietante chiama all’adunata il popolo ebraico già lì bell'e che presente in Sinagoga e tutti, tutti i popoli chiamerà, nel giorno del Messia in un futuro che verrà quando verrà. Il mio gatto scappa sotto il letto al suono dello shofar, mentre sembra rallegrarsi a quello del didjeridoo, forse perché il micino si sente parte della natura burlona e imprendibile.

 

Però, mi ha stupito, a Canberra, una manifestazione di autocoscienza aborigena, che dimostra come questo popolo non è poi così del tutto disintegrato dalla disgrazia che gli è successa verso la fine del XVIII secolo con l’inaspettato sbarco del capitano James Cook, che poi sembra se lo sia mangiato qualche antropofago in qualche folkloristica isoletta…

Elemento costitutivo della artificiale e burocratica Canberra è un larghissimo viale, una specie di lungo parco alberato, che conduce dall’invisibile e sotterraneo Nuovo Parlamento al Vecchio Parlamento. Su questo immenso spazio urbano si affacciano, come stand di una gigantesca fiera del mondo, i fastosi palazzi delle ambasciate dei Paesi accreditati presso il governo australiano. Così, dagli alberi ancora spogli, con le gemme dell’incipiente primavera che stanno per esplodere nelle foglie del settembre 2002, spuntano, a destra, i tetti a pagoda dell’ambasciata cinese, a sinistra, le cupole a cipolla dell’ambasciata russa, brillano i vetri a specchio di quella di Svezia, e i francesi si distinguono per la grandeur di un loro bianco palazzo con i tetti aguzzi di ardesia. Non c’è da fidarsi di questa mia descrizione. Si tratta di fugaci impressioni dal finestrino di un’automobile. 

 

In fondo a questa parata di costruzioni rappresentative e simboliche, sul prato in faccia al Vecchio Parlamento, è stata eretta da qualche buontempone melanesiano l’ambasciata aborigena per dimostrare agli australiani e al mondo che gli aborigeni sono una nazione a parte, incidenter tantum legittima proprietaria del luogo, disposta per magnanimità a intrattenere relazioni diplomatiche con il governo australiano della cui legittimità non discute, ma dal quale attende il riconoscimento della propria sovranità nel bush e nelle stazioni ferroviarie.

Ahimè, l’ambasciata aborigena, oltre che abusiva, non è neppure un granché. Sono stati piantati quattro pali e fra un palo e l’altro sono stati tesi sacchi di juta cuciti assieme a formare una specie di rozzo recinto rinforzato da lamiera ondulata, sopra il quale, a mo’ di tetto, sono state appoggiate frasche secche di eucaliptus. Per migliorare l’aspetto, lo si è invece peggiorato, dipingendo l’informe e provvisoria baracca con la scritta, più volte ripetuta, Aboriginal Embassy, alternata con il disegno di una minacciosa e simbolica faccia aborigena. Color ocra. 

 

Questa informe costruzione costituisce lo scempio voluto di un luogo così lindo e burocratico che di più non si può; è la più mite delle minacce, il più gentile degli sgarbi. È incomoda e rivoltante, certo, ma anche patetica e inoltre non potrà mai essere rimossa, pensavo vedendola, perché il governo australiano non potrà rinunciare mai alle premesse democratiche di questo grande paese.

 

Fu bruciata qualche giorno dopo la mia partenza. Anche l’Australia pullula di fascisti, direbbe mia moglie. E non solo lei.

 

Roma, 5 aprile 2016.

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