Dipingere sul fiume: Daubigny e Le Botin

“Un poco a monte di Pont Marie, nel bel mezzo delle pimpanti squadre di canottieri e di iole che la dolce corrente della Senna dondola senza sosta, si può notare una modesta imbarcazione, con una sorta di maisonette zebrata a grandi righe di vari colori, come i galloni guadagnati nelle sue numerose navigazioni: è LE BOTIN!

 

Le sue graziose o ambiziose vicine, L’Invincible, La Belle-Sylphyde, limitano di solito le loro imprese facendo rotta da Pont Marie a Pont Charenton con un ridente carico di canottieri e di giovanette tutti ghiotti di matelote; ma

A più alti destini può aspirare Le Botin

 

Perché porta Cesare e la sua fortuna, – vale a dire Daubigny e la sua tavolozza!”

 

Charles François Daubigny, L’artista che dipinge a bordo del Botin (1862), acquaforte, Bibliothèque nationale de France, Parigi.


Si apre con queste righe la prefazione di Voyage en Bateau, un libro-raccolta di incisioni che raccontano le imprese di viaggio del Botin, la barca attrezzata a studio di Charles Daubigny (1817-1878). Amante del fiume (aveva passato la sua infanzia a Valmondois, un villaggio sull’Oise a nord di Parigi) per primo intuisce che stare a fior d’acqua giorno e notte, muoversi sul fiume, non è come osservarlo camminando lungo i suoi argini. Per coglierne le luci, i riflessi, le vite, le vedute più intime, bisognava passare sull’acqua ogni momento del giorno e della notte, insomma viverci, navigare.

 

Charles François Daubigny, La notte (1862), acquaforte, Bibliothèque nationale de France, Parigi.

 

È così che nel 1857, a quarant’anni, con alle spalle una sudata carriera, moglie e 3 figli, si consulta con l’amico Baillet di Asnière che gli propone una barca da traghettatore, da attrezzare con un albero, una vela e dei remi. Lunga otto metri e mezzo, ha il fondo in quercia piatto, e un pescaggio di soli cinquanta centimetri. La cabina, in legno di abete, è alta un metro e sessanta, lunga due. Un po’ scomoda secondo Daubigny, che la fa alzare di quindici centimetri e allungare di venti, con una zona “dalla quale dipingere en plein air”. 

Ricavate due finestrelle, ripiani e mensole per stoviglie, ecco che ‘il cabinato’ è pronto, con due derive laterali all’olandese per sopperire al basso pescaggio.

 

Charles François Daubigny, Dormire in barca (1862), acquaforte, Bibliothèque nationale de France, Parigi.

 

Daubigny è il Capitano, il figlio Mark che lo accompagnerà sempre è il mozzo, l’amico pittore Camille Corot, che a quanto pare prendeva parte ai pranzi di partenza e di arrivo, Ammiraglio Onorario. Entusiasta della nuova avventura ne registra i momenti più simpatici in un blocchetto schizzi (di 47 disegni), da condividere con amici e famigliari. Il carnet non è giunto a noi, l’ipotesi è che sia stato smembrato dallo stesso Daubigny. I fogli che rimangono, conservati al Louvre, portano nella parte alta tracce giallastre, con tutta probabilità il carnet si bagnò in barca per qualche improvvisa ondata. 

 

Charles François Daubigny, Le Botin; La pesca (1857) - schizzi, Cabinet des Dessin du Louvre, Parigi.

 

Le onde c’erano, eccome, il traffico era molto intenso, i fiumi francesi erano sempre più solcati da navi commerciali mosse a vapore che certo non badavano alle piccole imbarcazioni. Ecco che padre e figlio con cappello vogano di gran lena per fronteggiare le difficoltà e raddrizzare la barca… Più in là il fumo nero dei battelli a vapore inquina il cielo e soffoca gli alberi. Un paesaggio ironicamente invaso dalle nuove macchine marine. 

 

Charles François Daubigny, Attenzione alle navi a vapore (1862), acquaforte, Bibliothèque nationale de France, Parigi.


Grazie all’editore Alfred Cadart, che nel 1862 aveva fondato la Societé des aquafortistes per ridare vita e restituire ai pittori la tecnica dell’acquaforte, abbiamo questo prezioso libro, stampato lo stesso anno a Parigi da Auguste Delâtre. Dei numerosi schizzi del carnet originale, Cadart seleziona quindici fogli da realizzare in acquaforte. Daubigny, bravissimo incisore (si era mantenuto per anni come illustratore) ne trattiene la freschezza e il verso: esegue il disegno su carta semi-trasparente che poi riporta rovesciato sulla lastra preparata per l’acquaforte. Così facendo, la stampa che ottiene non è a specchio, ma l’immagine ‘si rigira’ nuovamente nel verso dell’originale. 

 

Voyage en Bateau, Daubigny, Parigi (1862), Frontespizio e Prefazione.

 

Le Botin (o Bottin): le origini della parola non sono del tutto chiare, si pensa a piccola scatola (boîte), immagine suggerita dal suo aspetto; oppure a botkin, piccola imbarcazione in fiammingo, dalla quale deriverebbe Bottin. Ma Daubigny era molto amico anche del pittore olandese Johan Jongkind, perciò si potrebbe pensare a un diminutivo di botter, un’antica barca da pesca olandese dal fondo altrettanto piatto, adatta a veleggiare nelle acque basse del Zuiderzee. Daubigny a bordo del suo Botin fa vere e proprie crociere, su e giù per la Senna e l’Oise ma anche sulla Marne, la Loira, e poi lungo gli affluenti della Senna, il Loing, la Yonne, la Vilaine in Bretagna, il Cousin in Borgogna ed altri. Hellebranth cataloga 560 vedute di fiumi (260 dell’Oise e 130 della Senna), quasi la metà della sua produzione, che conta complessivamente 1240 dipinti. Un genere nel quale diventa un riconosciuto maestro: il primo grande successo risale al 1853, quando al Salon il suo Stagno a Gylieu, un capolavoro di riflessi, viene acquistato da Napoleone III.

 

Charles François Daubigny, Lo stagno a Gylieu, 1853, Cincinnati Art Museum.

 

Un punto d’osservazione già molto basso che anticipa le successive vedute sempre più a fior d’acqua. Lo spettatore è portato sul fiume, in mezzo al fiume. Specchi di cieli, albe, tramonti, nuvole fluide dai toni spezzati e chiari si susseguono in tagli compositivi sempre originali. Le tele allungate e panoramiche, che prenderanno il nome di double-square (doppio quadrato), affascineranno le nuove leve come Pissaro e Monet e, più tardi, Van Gogh. Secondo le ultime ricerche, Daubigny le otteneva modificando i telai standard pronti all’uso allora in commercio.

Riconosciuto precursore dell’impressionismo, ebbe un ruolo importante nel rinnovamento della pittura di paesaggio, insieme a Camille Corot, Thédore Rousseau, François Millet e la scuola di Barbizon. Per Charles Baudelaire i suoi quadri “colpiscono lo spettatore nell’animo per l’emozione originaria che li pervade”; Théophile Gautier parla di “frammenti di natura ritagliati e incorniciati in oro”: siamo al Salon del 1859, da molti ritenuto un momento di svolta. Un nuovo genere, il paesaggio moderno si faceva largo come il protagonista di grandi tele. Daubigny si era affermato per il suo “realismo”, per la sua “sincerità”. Ormeggia la sua barca e la dipinge in modo assai discreto seminascosta dal verde, tra le anatre che gli tengono sempre compagnia, secondo alcuni indice della sua soddisfazione, 1, 2, 3, 4…. 

 

Charles François Daubigny, Traghetto vicino a Bonnière-sur-Seine, 1861, Taft Museum of Art, Cincinnati.


In un articolo del 1865, quasi un decennio prima che la parola ‘impressionismo’ facesse la sua comparsa ufficiale alla celebre mostra del 1874, il critico Léon Lagrange menziona una “scuola dell’impressione e il suo maestro, Monsieur Daubigny”. La scelta di paesaggi semplici e reali, la tecnica veloce, le pennellate sempre più rapide e immediate quasi come per uno schizzo, lo posizionano come il più autentico traduttore della natura ma scatenano anche molte critiche: “questo non è un quadro, è solo uno schizzo”. Lo stesso Gautier nel 1862 lo critica perché “trascura i dettagli” mostrando solo “prime impressioni”. 

 

Paesaggio sul fiume con anatre, The National Gallery, Londra.


Niente grandeur come nel contemporaneo Théodore Rousseau, nulla di idealizzato come in Camille Corot. Daubigny non abbellisce niente, osserva e dipinge. Sta lavorando per liberare la pittura dalle rigide barriere accademiche che volevano da un lato lo studio dall’altro il dipinto. Se ne accorgono mercanti (Durand-Ruel, Goupil), collezionisti, lo stato, che gli commissiona due quadri. 

Nel 1866 viene eletto nella giuria del Salon e difende con forza il lavoro di Cézanne, Pissaro e Renoir. Vicino alle giovani leve e alle loro idee, rassegna le sue dimissioni dalla giuria nel 1870, quando a Monet viene rifiutato un quadro. Poco dopo lo introdurrà (come anche Pissarro), al prestigioso gallerista Durand-Ruel. Nel 1873 Monet seguirà le sue orme con l’atelier galleggiante ormeggiato a Argenteuil. L’anno dopo, Edouard Manet immortala l’amico Claude in barca mentre dipinge al cavalletto, in un celebre quadro, firmato proprio sullo scafo.

 

Ma il primo vero manifesto della pittura in barca è uno schizzo fatto di getto, l’autoritratto di Charles Daubigny mentre dipinge nel suo Botin (1857). Qui la tela sembra fissata o appoggiata al coperchio della cassetta dei colori: è una barca che naviga allegramente su e giù per i fiumi francesi, un cavalletto sarebbe un vero problema. 

 

Per saperne di più

 

Nel 2017, in occasione bicentenario della nascita, Daubigny e Le Botin sono stati oggetto di nuove ricerche e mostre. Un modellino della barca è esposto a Parigi al Louvre (Dessiner en plein air. Variations du dessin sur nature, fino al 29 gennaio 2018). Nel settembre 2017 Le Botin è stato fedelmente ricostruito e presentato nella piazza del comune di Auvers-sur-Oise, dove Daubigny aveva una casa estiva (descritta e dipinta da Van Gogh). Il Van Gogh Museum di Amsterdam ha dedicato una mostra al tema con relativo catalogo: Impressions of Landscape, Daubigny, Monet, Van Gogh (ottobre 2016-gennaio 2017), ricostruendo negli spazi del museo la barca e le vedute fluviali che hanno ispirato il pittore. 

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