La parola diritto deriva da directum, che come aggettivo vuol dire diretto, retto, e quindi, in senso figurativo, giusto, buono, per bene, onesto, leale, probo: sostanzialmente vuol dire procedere in una direzione regolare.

Se ci mettiamo una maiuscola e lo trasformiamo in sostantivo, la parola si trasforma nel complesso delle norme poste dall’autorità sovrana che costituiscono l’ordinamento giuridico (Treccani).

E allora, per quanto il contrario etimologico dell’aggettivo sia connotato negativamente (storto, sghembo, curvo e obliquo), ancor più lo è in senso figurativo (ingiusto, cattivo, perfido, sleale). Non c’è dubbio che, rispetto a questo concetto di Diritto, si sia tentati di simpatizzare con i devianti dalle regole (im)poste dall’autorità sovrana: basti pensare alla figura di Antigone che privilegia le norme non scritte e indistruttibili dettate dalla natura e dalla propria coscienza (nel suo caso anche dalle leggi divine) alle leggi dell’uomo.

 

Ma se lo decliniamo al plurale, ci imbattiamo in prerogative, opportunità, facoltà garantite dall’ordinamento a ciascuna persona, persino nei confronti dell’autorità sovrana. 

Diritti lesi, offesi, umiliati, calpestati: i diritti scaldano il cuore, perché ci ritroviamo le fondamenta della casa in cui vorremmo abitare, gli orpelli di cui ornarci, le vette che vale la pena di scalare, le ali su cui volare.

Nella solida certezza che solo tutelando e rivendicando i diritti si riesce a far coincidere la parola Diritto con un’altra, che astrattamente dovrebbe sempre comprenderla: Giustizia.

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