Documenta a Atene

Documenta, celebrato emblema della volontà germanica di investire denari e spazi nelle trame dell’avanguardia, dalla dimensione raccolta di Kassel approda a una delle città più tumultuose del Mediterraneo, che negli ultimi venti anni è al centro di una vicenda economica, politica e sociale molto complessa. Adam Szymczyk, il curatore, punta su una versione francescana dell’evento, con poche cene e mondanità. Tutta la città è invasa da eventi che spesso sono minimi, e non di rado difficilmente individuabili, per cui necessita di prendere appuntamento. Appartamenti in stradine vicino al Museo Archeologico (in cui nessuna delle gentilissime maschere sa dare informazioni sulla prevista installazione del rumeno-tedesco Daniel Knorr), ospitano installazioni sulla relazione architettura/politica nella tormentata vicenda ateniese postbellica, uno spazio anonimo in Tossitza Odos ha una serie di “orgasmi”, ossia oggetti in vetro curvati in modi ambigui, ispirati al guru queer Preciado, più interessante come autore (magnifico il suo Texto junkie, uscito in Italia da Fandango), che come curatore. 

 

Il punto è girare tutta la città, scoprendo luoghi inediti, musei e collezioni spesso in condizioni precarie, a cui la gran rassegna offre soccorso. In periferia, a Kifissia, i muratori aspettano a restaurare la casa-museo di Ghiannis Tsaruchis, strepitoso pittore, costumista e scenografo, legato alla memoria di Maria Callas, per cui realizzò mirabili scene e costumi di una celebre Medea a Dallas. Omosessuale, artefice di un coloratissimo mondo di marinai e di cupidi nerboruti, sarebbe contento che alacri muratori stiano rimettendo a posto la sua dimora. Quando la costruì, a fine anni ’60, era isolata in campagna, ora è nel cuore di un territorio residenziale: gli operai che tirarono su i muri compaiono tutti in dipinti e disegni, e facevano a gara per farsi fare il ritratto.

 

Le sue illustrazioni per Kavafis, magnifiche, sembra che abbiano ispirato il giovanile e magnifico lavoro grafico di David Hockney intorno al poema dedicato a Cesarione. Legato a Visconti, suo collezionista, a Bolognini, ebbe una lunga collaborazione con Lila De Nobili, con cui negli anni ’70 a Parigi inventò una paradossale accademia per l’insegnamento della pittura di icone. Tra i lavori esposti spicca specialmente il magnifico corpus delle Troiane, suo unico spettacolo come regista, di magnetica evidenza. Nel 1977, poco dopo la fine della dittatura dei colonnelli, tornato dall’esilio a Parigi, mette in scena nel parcheggio di un complesso edilizio in rovina ad Atene una versione memorabile delle Troiane: donne in nero, semplici nell’abito, vengono tormentate da soldati che per tutti erano una memoria recente e terribile. Tsaruchis ebbe legami con tutti, ma la sua prima mostra è avvenuta per l’impegno del Museo Benaki solo nel 2010. Niki Gripari, nipote dell’artista, accoglie con grande gentilezza tutti i visitatori, e racconta con affetto il profilo, le avventure dell’artista, i suoi amori, le sue ossessioni, ma anche le difficoltà della Fondazione, che Tsaruchis pensò prima della morte, soprattutto le brillano gli occhi quando ricostruisce le trame di spettacoli, che ha visto o a cui ha collaborato, come la mirabile ultima Manon Lescaut di Visconti a Spoleto nel 1973, canto del cigno per il regista e per Lila De Nobili, che decise poi di abbandonare la scena. 

 

 

Altro scrigno, incomparabile per ricchezza di materiali, è quello della casa-museo di Nikos Ghika, pittore cubista, appartenente al Museo Benaki. Qui ci accoglie uno storico dell’arte assai dotato per la narrazione, George Manginis, che offre numerosi piani per comprendere una collezione eccezionale, per vastità e complessità. Il padrone della dimora, appartenente a un' illustre famiglia, fu in contatto con molti intellettuali e artisti, amico diletto di Henry Miller (forte è la sua presenza ne Il colosso di Marussi dello scrittore americano, gioiello di viaggio riproposto qualche anno fa da Adelphi) e di Patrick Leigh Fermor (autore del celebre Mani), che ha lasciato un’altra dimora-museo nella città, sempre gestita dal dinamicissimo Benaki. Manginis sottolinea la complessità di una cultura che nel Novecento è stata segnata in modo fortissimo dalla politica, in una sequenza di guerre, disastri e contrapposizioni, a partire dalla tragica diaspora dei greci cacciati dalla Turchia nel 1922.

 

I duecento ritratti di artisti, poeti, studiosi, intellettuali spiegano un mondo in cui tutto è stato politicizzato: l’archeologia, la bizantinistica vennero orientati a celebrare una tradizione nazionale tanto difesa strenuamente, quanto spesso difficile da identificare nei suoi tratti. Anche la lingua fu un campo di battaglia tra autori di sinistra che volevano raffigurare l’idioma quotidiano (demotico) e altri, conservatori, che cercavano una difficile se non impossibile classicità moderna. Figure come Nikolaos Skalkottas, che trasferiva la musica popolare nella dimensione sonora di modelli schonberghiani, e per questo veniva marginalizzato nelle vicende musicali greche, oppure come Stratis Tériade, che fu estensore del catalogo dell’opera di Picasso, nonché editore dei surrealisti e curatore dell’influentissima rivista Minotaure, spiegano che la città, crocevia di Oriente e Occidente, seppe comunque seguire le piste dell’avanguardia. 

 

La casa Ghika, di cui colpisce il design modernissimo, opera dell’artista, con una sorta di “neoclassicismo brutalista”, fatto di spazi e volumetrie equilibratissime, realizzate però in  cemento armato, fa riflettere su come le mappe del moderno non passino solo da Parigi, ma esista anche una traiettoria meno frequentata, e che sarebbe l’ora di riacquisire in tutta la sua complessità, che tocca la Bucarest di Tristan Tzara e Mircea Eliade, la Varsavia di Witkiewicz e Gombrowicz, la Zagabria di Miroslav Krleza, e Atene, nei suoi molti incroci di figure e motivi. Il teatro e il cinema in questa vicenda hanno avuto un peso importante: nella casa Ghika spicca una cartolina di Vittorio Gasmann a Kathina Paxinou, chiamata con affetto mamacita, in omaggio al suo storico personaggio in Per chi suona la campana. Le potenti revisioni aristofanesche di Karolos Koun (famoso per una vivacissima versione di Gli uccelli), stanno insieme al profilo di Alexis Minotis e alle immagini del magnifico melodramma Stella di Michael Cacoyannis, protagonista una mirabile Melina Mercouri, scene di Ghiannis Tsaruchis che in questa casa è molto rappresentato.

 

 Nel Parco Elefteria (ossia Libertà) è ospitato uno dei più notevoli luoghi della memoria, appartato dentro il verde si trova la memoria delle micidiali azioni della Junta, ossia dei colonnelli che dal 1967 al 1974 esercitarono una micidiale dittatura in Grecia. Nelle sorprendenti sale del museo della Resistenza Antidittatoriale e Democratica i volti dei morti, spesso ragazzi, sono attaccati al muro in foto d’epoca, tra articoli di giornali ingialliti, ciclostili, oggetti realizzati in carcere.

 

Spiccano specialmente le icone barricadere di capi della rivolta rappresentati con il mitra a tracolla, la bandoliera, ma come se fossero dei San Michele Arcangelo. L’artista spagnolo Daniel Andujar realizza un notevole volume, dal titolo LTI – Lingua Tertii Imperii, che analizza, in omaggio al capitale libro di Viktor Klemperer, l’idioma della dittatura nella sua continua e distorta manipolazione della classicità e la reazione internazionale, tra ciclostili, riviste, volantini. All’Odeion, ossia Conservatorio, spazio notevolissimo, con auditorium brutalista di cemento di grande impatto, rende invece omaggio a un’altra figura capitale, Iannis Xenakis, e da lì presenta, incrociandoli con le notevoli opere pittoriche dell’albanese Eli Hila, che dipinge le spiagge di Albania segnate dai bunker di Hoxha, le partiture e le immagini di sperimentatori musicali come Pauline Oliveros e Alvin Curran. Ci vorrebbe molto tempo per poter vedere tutti i luoghi coinvolti, ma senz’altro il filo con la memoria cittadina è l’elemento più forte, disegnando un' immagine di Atene lontana dalle memorie classiche e ben collocata nelle trame del ‘900 e del presente.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!
Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.