Don Milani e i ragazzi di Barbiana

Con una nota di Lea Melandri

Don Milani e i ragazzi di Barbiana è il primo scritto di Elvio Fachinelli che mi è capitato di leggere. Non ci conoscevamo ancora, ma avevo già avuto modo di incontrare il movimento degli insegnanti e avviare tentativi di pratica non autoritaria nella scuola media dove ero entrata di ruolo nel ’68. L’anno successivo avrei fatto parte del gruppo da lui promosso che diede vita prima a un convegno e poi al libro L’erba voglio (Einaudi 1971). Avevo alle spalle un’origine contadina e la fortuna di un maestro alla scuola elementare, che aveva convinto la mia famiglia, nonostante la povertà, a farmi frequentare la scuola media e non l’avviamento. I tanti Gianni che avrebbero lasciato la scuola per il lavoro alla prima bocciatura, così come i Pierini destinati agli studi universitari, mi erano noti – compagni di banco nel percorso scolastico –, e sapevo che li avrei rivisti questa volta davanti a me, dall’alto di una cattedra.

Non avevo la “smemoratezza” dell’insegnante a cui i ragazzi-scolari, i ragazzi-maestri e Don Milani scrivevano per ricordare quanti dei suoi allievi erano “passati trasversalmente senza lasciare traccia”, “persi senza che lei se ne accorgesse”.

 

 Ma la “rovinosa dialettica”, la “tragica necessità del dualismo” – come la definiva Fachinelli –, da cui è attraversata la nostra cultura greco romana cristiana, teneva ancora così separati vissuto privato e sfera pubblica da rendere invisibili i nessi che ci sono sempre stati tra la selezione scolastica e la condizioni sociali economiche di provenienza degli alunni.

Dell’“attualità inattuale” di Don Milani, della sua concezione di “buona scuola”, ispirata a principi di uguaglianza e solidarietà, schierata dalla parte dei poveri e degli esclusi, nella ricorrenza dei cinquant’anni dalla sua morte, si discute molto: chi per addebitargli la paternità del progressivo decadimento della scuola – perdita di autorità dell’insegnate, svogliatezza dei ragazzi, crescente difficoltà nel corretto uso della lingua italiana, ecc. –, chi per celebrarlo come antesignano di un “passaggio epocale”, come la dissidenza giovanile del ’68, il movimento che cercò di sovvertire il privilegio elitario e il classismo della scuola.

Fachinelli riuscì a dare del libro, già al suo apparire, un’interpretazione originale, destinata a “sorprendere” più che a commentare, come avrebbe fatto ogni lettore acculturato, col “senso di colpa e il rimpianto” verso i Gianni che non avevano avuto il suo privilegio. C’era “qualcosa di più”, che inaspettatamente da uno sperduto paese del Mugello andava a ricongiungersi con l’ondata rivoluzionaria che stava montando dai più lontani punti dell’orizzonte: la Cina di Mao, Berkley, San Francisco, Chicago, Canton. Era l’“utopia” di una scuola che non boccia, e dove maestro e allievo potevano considerarsi reciprocamente “debitori” e “creditori”, imparare, divertirsi e modificarsi insieme. Ma era anche l’emergere della coscienza del “rimosso” che ha permesso per secoli alla storia di muoversi su traiettorie separate – l’individuo e la collettività, la natura e la cultura –, di non vedere il legame tra il privilegio dei pochi e lo scacco dei tanti, la “potente-impotente segregazione” di uomini di cultura che diventano “ciechi” nel punto in cui i Gianni diventano “muti”.

 

Riconoscere che la selezione, su cui la scuola cala una sorta di “schermo morale” – per cui “Gianni vive come colpa la sua eliminazione, Pierino come qualità, come dote, la sua promozione” –, interroga tutti per il modo in cui siamo stati formati, ci costringe a mettere in discussione la nostra identità personale. Soprattutto, apre le porte al ripensamento di tutte le esperienze dell’umano, le più universali, che la storia finora ha confinato nel vissuto “particolare” di ognuno. Che la linea di demarcazione tra privato e pubblico si stesse modificando e che i movimenti nati alla fine degli anni Sessanta ne fossero il sintomo più evidente, l’inizio di un ripensamento della politica sulla base di tutto ciò che ha “incluso escludendo”, trova la sua lucida anticipazione nel passaggio centrale dell’articolo di Fachinelli:

“Quello che ci dice il libro lo sappiamo già; o lo sapevamo; è già tutto inquadrato e sistemato. Ma lo dimentichiamo continuamente (…) La mia rimozione individuale del sociale è parallela alla rimozione sociale degli individui (…) questo rimosso permane, sta sempre sveglio, mi deforma dal di dentro anche se lo ignoro.”

 

Lea Melandri

 

I.

Un testo cinese. L’autore del libro di cui parlo è collettivo, Scuola di Barbiana, il titolo Lettera a una professoressa. L’appellativo: cinese, è più provocatorio, e meno indeterminato, di quel che può parere a prima vista. Se il libro non mi fosse capitato tra le mani per caso, e non temessi la mia disinformazione, oserei persino scrivere: il primo testo cinese del nostro paese. Penso che i motivi della denominazione – diversi ma non in contrasto fra loro, e tutti presenti, qui e ora – si andranno chiarendo man mano.

In forma di brevi capitoletti, accompagnati e spesso commentati da sottotitoli, senza grande ordine apparente, e con molte note esplicative, il libro è opera dei ragazzi-scolari, dei ragazzi-maestri e del loro maestro comune, don Lorenzo Milani, della scuola di un paese toscano, Barbiana di Vicchio nel Mugello. Notare le numerose stranezze del fatto. Il punto di vista da cui partono, da cui esaminano il mondo, è altrettanto strano: il ragazzo contadino, e anche operaio, bocciato a scuola.

«Entriamo il primo ottobre in una prima elementare. I ragazzi sono 32. A vederli sembrano eguali. In realtà c’è già dentro 5 ripetenti. [...] «Prima di cominciare mancano già 3 ragazzi. La maestra non li conosce, ma sono già stati a scuola. Hanno assaggiato la prima bocciatura e non sono più tornati. [...]»

«A giugno la maestra boccia 6 ragazzi. Disobbedisce alla legge del 24 dicembre 1957 che la invita a portarseli dietro per i due anni del primo ciclo.»

 

 

«Ma la maestra non accetta ordini dal popolo sovrano. Boccia e parte per il mare.»

«Bocciare è come sparare in un cespuglio. Forse era un ragazzo, forse una lepre. Si vedrà a comodo. [...]»

«A ottobre in seconda la maestra trova ancora 32 ragazzi. Vede 26 visi noti e le pare d’essere di nuovo tra i suoi ragazzi cui vuol bene. Poi vede 6 ragazzi nuovi. Cinque sono ripetenti. Uno di loro ha già ripetuto due classi, ha quasi 9 anni. Il sesto ragazzo nuovo è Pierino del dottore. [...]»

«Non ha avuto bisogno di far la prima. Entra a seconda a 6 anni. Parla come un libro stampato. [...]»

«Dei sei ragazzi bocciati, quattro stanno ripetendo la prima. Per la scuola non sono persi, ma per la classe sì. [...]»

«Per [la maestra], che ne ha 32, un ragazzo è una frazione. Per il ragazzo la maestra è molto di più. Ne ha avuta una sola e l’ha cacciato. Gli altri due non son tornati a scuola. Sono a lavorare nei campi. [...]»

«La maestra [...] è difesa dalla sua smemoratezza di mamma a mezzo servizio. Chi manca ha il difetto che non si vede. [...]»

«Alla fine delle elementari 11 ragazzi hanno già lasciato la scuola».

Tutti i cittadini sono eguali. «Ma quegli 11 no. Due hanno eguaglianza zero. Per firmare fanno una croce. Uno ha un ottavo di eguaglianza. Sa firmare. Gli altri hanno 2, 3, 4, 5 ottavi di eguaglianza. Leggono un po’ meglio, ma non leggono il giornale. Neanche uno di loro è figlio di signori. La cosa è così evidente che fa sorridere. [...]»

«Solo i figlioli degli altri qualche volta paiono cretini. I nostri no. Standogli accanto ci si accorge che non sono. E neppure svogliati. O per lo meno sentiamo che sarà un momento, che gli passerà, che ci deve essere un rimedio. [...]»

«In tutto, nei cinque anni, [la maestra] ha avuto per le mani 48 ragazzi e ne consegna 23. I 29 Gianni le son passati per la classe trasversalmente senza lasciare traccia. Dei 32 ragazzi che ha avuto in consegna in prima glien’è rimasti 19. [...]»

«In prima media i ragazzi sono 32. Per la professoressa son tutti visi nuovi. Degli 11 persi lei non sa nulla. Anzi è convinta che non manchi nessuno. [...]»

«Inesorabilmente la bocciatura colpisce i ragazzi più vecchi. Quelli che hanno il lavoro a portata di mano. [...]»

«Bocciando i più vecchi i professori hanno colpito anche i più poveri».

E per finire, «un quadro riassuntivo degli otto anni dell’obbligo».

«La classe ha perso 40 ragazzi. Sedici di loro sono andati a lavorare prima d’aver compiuto l’obbligo. Ventiquattro sono a ripetere. In complesso son passati per la classe 56 ragazzi. In terza media ci sono solo 11 dei 32 ragazzi che la maestra ha avuto in consegna in prima elementare. [...]»

«Voi dite d’aver bocciato i cretini e gli svogliati.»

«Allora sostenete che Dio fa nascere i cretini e gli svogliati nelle case dei poveri. Ma Dio non fa questi dispetti ai poveri. È più facile che i dispettosi siate voi».

A questo punto occorre cercare di capire l’emozione che nasce in chi legge queste notizie, queste cifre così scarne, elementari.

 

Chi legge, ho scritto – dunque uno di noi, uno che ha tutti i suoi otto ottavi di eguaglianza; dunque uno per cui è facile coltivare sentimenti di colpa, o di rimpianto, verso i Gianni che ne hanno meno, o non ne hanno nessuno.

È infatti ciò che facciamo di solito, in modi svariati che mi sembra superfluo descrivere. Ne conosciamo tanti.

Ma qui ci si svela qualche cosa di più. Quello che dice il libro – lo sappiamo già; o lo sapevamo; è già tutto inquadrato e sistemato. Ma lo dimentichiamo continuamente. La sorpresa, insieme al disagio, nasce appunto dal fatto che ora vediamo una cosa che sapevamo, e che abbiamo dimenticato, allontanato da noi.

Il testo che ho citato usa appunto le espressioni appropriate: «smemoratezza», «passati trasversalmente senza lasciar traccia», «persi», «non manca nessuno». Le stesse cifre da una riga all’altra traballano, si confondono, come quelle dei dispersi in guerra.

Si potrebbe inventare una prova individuale: quanti compagni di scuola ricordiamo e, tra questi, quanti sono quelli che abbiamo perso per strada, i bocciati, i ripetenti, i renitenti.

Poi si potrebbe fare la prova inversa, chiedere a loro se si ricordano di noi.

Si vedrebbe allora che, mentre noi li abbiamo perlopiù dimenticati, e se li ritroviamo ci sembrano lontani, estranei, essi non ci hanno dimenticato, non riescono a dimenticarci. Anzi, ogni giorno tocca loro d’incontrarci di nuovo da vicino.

 

Detto con una formula che qui suona, giustamente, povera: la mia rimozione individuale del sociale è parallela alla rimozione sociale degli individui. E ciò che è rimosso (i milioni di «timidi come me, cretini come Sandro, svogliati come Gianni. Il meglio dell’umanità»), questo rimosso permane, sta sempre sveglio, mi deforma dal di dentro anche se lo ignoro.

Infatti anche Pierino libro stampato non sta tanto bene. A scuola, «è vissuto sempre tra compagni più maturi. Non è maturato, ma si è allenato a affrontare adulti. [...]»

«A 18 anni ha meno equilibrio di quanto ne avevo io a 12. Ma passa sempre. Si laureerà a pieni voti. Farà l’assistente universitario gratis. Sì gratis. [...]»

«Pierino dunque diventerà professore. Troverà una moglie come lui. Tireranno su un Pierino a loro volta. Più Pierino che mai».

Il privilegio lo paga caro. «Deformato dalla specializzazione, dai libri, dal contatto con gente tutta eguale».

E se c’è con lui qualcuno che non è figlio di dottore, «cambia razza» e gli altri «lo accolgono come fratelli e gli regalano tutti i loro difetti». Qui non ci sarà uno di noi che non gridi al settarismo, allo schematismo cinese. Affiora alle nostre labbra, estrema risorsa, l’antica parola Cultura.
 Ciò che ci si mostra in questo libretto è la fragilità della nostra identità personale; ciò che ci spaventa, e di cui ci si minaccia, è in fondo la perdita di questa identità.

 

Siamo infatti costretti a vedere il modo in cui siamo stati formati come il modo della nostra deformazione. Riapprendiamo, in maniera semplice e convincente, che siamo il frutto di un sistema selettivo che, mentre lusinga noi, scarta altri, operando pressappoco come «un carro armato che fa la guerra da sé senza manovratore», ma nello stesso tempo senza mai sbagliare direzione di tiro.

Appare così in piena luce la vecchia radice della nostra potente-impotente segregazione di «uomini di cultura»: nel punto in cui gli altri, i Gianni, diventano muti, noi diventiamo ciechi.

Infatti, noi Pierini assumiamo come nostro diritto, merito e premio ciò che per loro si è dimostrato condanna, biasimo ed esclusione. La Cultura dunque, come Scuola e Istituzione, possiede una funzione di schermo morale in una doppia direzione, tale da mascherare il processo di selezione reale cui pure partecipa: Gianni vive come colpa la sua eliminazione, Pierino come qualità, come dote, la sua promozione.

Senza voler fare una fenomenologia della cultura, qui si delineano alcuni movimenti tipici.

L’escluso Gianni, che non può considerare non avvenuta la sua ferita, nutrirà un impacciato rispetto, o rancore d’amore, verso la cultura dell’altro. Potrà anche vagheggiare e plasmare una sua cultura, diversa. Ma mentre l’altro la chiamerà sottocultura, egli sarà costretto a ritrovarvi, invano rovesciato, il suo scacco reale.

 

Per Pierino promosso la questione è anche più complicata.

Pierino infatti è fondato ed esiste come incarnazione di valore. Ma la presenza dell’altro, per quanto rimossa, gli rimanda come un boomerang la deformità del suo valore.

Può allora tentare di fare come se l’altro non ci fosse: diventerà, in modi persino squisiti e sublimi, il Sacerdote o il Mago della cultura. È la soluzione più antica e gloriosa, è anzi la Storia della cultura come la conosciamo. Ma di fronte alla crescente evidenza di ciò che nega, questa impostazione si fa giorno per giorno più irreale; al limite delirante.
Il delicato cantore della continuità è costretto, per sopravvivere, a farsi il rozzo celebrante di se stesso.
 Si è allora imposta un’altra soluzione. In un certo senso, quella che finora abbiamo preferito. Siamo portatori di un valore monco; lo sappiamo. Possiamo allora illuderci di non essere ciò che siamo trasferendolo nell’altro: la partecipazione ci consente per un momento di sentirci integri. Ma questa partecipazione è di fatto illusoria: all’altro, a Gianni, abbiamo semplicemente attribuito la nostra figura, l’abbiamo dipinto secondo ciò che siamo (che include, evidentemente, anche ciò che vorremmo essere).

Passiamo perciò di volta in volta dall’entusiasmo alla delusione e all’indignazione, per qualcosa che è fuori di noi e ci tradisce continuamente. Di fronte a questi struggimenti senza fine, negli ultimi anni qualcuno ha deciso di dimettersi in persona, di morire alla cultura così com’è e di rientrare più o meno in fretta nelle file dei Gianni.

 

È vero, questi lo accolgono perlopiù come un esemplare di una curiosa specie di bocciati volontari. Ma la vocazione al suicidio è per definizione una scelta minoritaria, una domanda rivolta alla tranquillità delle maggioranze, e come tale accenna qualche cosa che noi ancora non percepiamo.

È dunque ben chiaro che questo libro di testo per genitori e insegnanti, come è stato definito, rischia di essere un testo di base per tutti. Il primo piano coinvolge necessariamente l’altro, e mentre ci si parla di ciò che occorre alla scuola, nel profondo sentiamo che ci si parla di ciò che occorre a noi. Quali sono infatti i principi per l’azione che ci propongono i ragazzi di Barbiana?

Primo, «tutti sono adatti a tutte le materie». È il principio scientifico che nega validità biologica ai criteri di differenziazione fra gli uomini, basati in realtà sulla differenza socioeconomica. Ed è insieme il programma minimo di Lenin: una cuoca al governo del paese.

Secondo, «il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Quindi fine di tutti i meccanismi di selezione degli uomini-cavallo.

Terzo, si accettano «consigli purché siano per la chiarezza. Si rifiutano i consigli di prudenza». Questo si commenta da sé.

E il fine? Rispondono i ragazzi di Barbiana e il loro Maestro: una scuola che non boccia, in cui si sta tutti insieme, una scuola che dura dodici ore al giorno e trecentosessantacinque giorni l’anno. Ma questa è la follia, diranno i professori e le professoresse, o perlomeno un’utopia. Appunto. Qualche cosa che confusamente si avvicina da molti punti dell’orizzonte, da Berkeley fino a Barbiana, da San Francisco e da Chicago fino a Canton.

 

II.

Per chiunque sia stato dentro, in qualunque modo, nelle cose successe in Italia in questi ultimi due anni, non c’è dubbio che Lettera a una professoressa è stato un testo di base che ha agito e lavorato in tutti. Cioè, esso ha ricostituito la verità e la forza del libro, del momento in cui siamo sommersi dalla – o stiamo diventando in parte – carta stampata. Queste Lettere di don Milani priore di Barbiana (Mondadori, Milano 1970), raccolte da Michele Gesualdi, non possono certo pretendere a quel significato, ed è probabilmente questa la ragione di fondo della divisione che si è creata tra i «barbianesi»: da una parte, quelli che volevano pubblicarle, dall’altra quelli che pensavano: «Don Lorenzo non avrebbe mai acconsentito alla pubblicazione».

Difatti il tono delle risposte che mi è capitato di trovare qua e là nella carta stampata è del genere: «recensione ammirativa e distaccata». Oppure, c’è chi ha rilevato l’odio di don Milani per i lettori e scrittori dell’«Espresso»; oppure ancora chi, come Lucio Lombardo Radice sull’«Unità» del 19 giugno 1970, ha accentuato, vedi caso, le motivazioni e necessità pastorali dell’azione di questo «parroco di una povera frazione di montagna». Tanto è longevo e resistente il mito del Buon Pastore.

 

Credo che le Lettere meritino di più e che perlomeno in un punto esse ci diano qualcosa che non era evidente nella Lettera a una professoressa, ma che ne continua il discorso. Per intenderci meglio, la cosa più semplice e più illuminante sarà riferirci direttamente al testo. Uno dei «ragazzi» di Barbiana, Michele (che ritroviamo come primo nominato nel testamento, tra coloro di cui il priore si sente creditore, e che corrisponde forse al curatore), è andato a Milano a fare il sindacalista e in una delle sue poche lettere lunghe, ha fatto diverse critiche alla scuola di Barbiana. Il priore risponde (lettera del 15 dicembre 1963) in tono da principio piuttosto duro: «La tua fissazione di chiuderti nel tuo guscio e tenere per te tutti i tuoi problemi è davvero una malattia». Ma in seguito si fa strada un accento diverso: «Stanotte, non potendo dormire per la tosse, ho pensato tutt’a un tratto che era meraviglioso veder sgorgare dalla mia scuola un virgulto vigoroso e diverso, con tutti i suoi segreti gelosi, con un’infinità di ideali in comune con me e con un’infinità di segreti suoi che non spartisce con nessuno, nemmeno col fratello prete babbo che io sono per lui. Che era meraviglioso da vecchi prendere una legnata da un figliolo, perché è segno che quel figliolo è già un uomo e non ha più bisogno di balia, e qui è il fine ultimo di ogni scuola: tirar su dei figlioli più grandi di lei, così grandi che la possano deridere. Solo allora la vita di quella scuola o di quel maestro ha raggiunto il suo compimento e nel mondo c’è progresso».

 

Per parlare crudamente, qui ci troviamo di fronte a un esempio, sia pure alto e accorato, della più tradizionale illusione pedagogica. Ma il tono cambia ancora: «Se la vita t’ha insegnato cose che io ignoro perché non me le insegni? Ma non in un momento di ira come se tu ti divertissi a farmi sapere che questi ultimi anni della mia vita li ho sprecati a preparare ragazzi non adatti alla vita, in un sogno tutto fantastico d’un mondo irreale, parto d’una povera fantasia malata d’un povero borghese educato sotto serra e poi esiliato in un deserto a ripetere vecchi luoghi comuni che non significano più nulla o peggio che non hanno mai significato nulla perché lui la «vita» in quarant’anni non l’ha mai conosciuta. So bene che molti aspetti della vita moderna mi possono sfuggire, ma questa è colpa anche tua. Informami meglio. Parlami delle ore quando sei qui».

Credo che a nessuno sfuggirà l’intensità, la domanda d’amore e di sapere contenuta in quest’ultimo passaggio: «Informami meglio. Parlami delle ore...». Don Milani ne sembra egli stesso colpito, se subito corre ai ripari: «Ora mi pare di capire che quest’ultima parte della mia lettera dica il contrario della prima parte. Perché quest’ultima parte è solo un’intuizione e le intuizioni son vere, ma solo in parte». L’intuizione vera di cui parla è il sapere dell’altro – si potrebbe dire: quel sapere dello schiavo cui allude in modo piuttosto ironico Platone in uno dei suoi dialoghi, riconoscendolo però oscuramente come il fondamento del sapere del padrone. Don Milani, per un momento, si è fatto allievo, schiavo, e si è visto, da fuori, maestro, padrone. Per un momento, è emersa la contraddizione implicita in qualsiasi, tra virgolette, «rapporto pedagogico» finora esperimentato. Per questo, forse, in una postilla al suo testamento, egli si riconosce debitore verso Michele e tutti gli altri.

 

In «Quaderni piacentini», n. 31, luglio 1967, pp. 271-75 (Intervento sul libro di don Milani) e n. 41, luglio 1970, pp. 203-04 (Lettere di don Milani).

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