(È un peccato morir)

Da adolescente, forse un paio di volte, mi sono ritrovato a un pranzo funebre, anzi una merenda, uno spuntino funebre perché i pranzi di quel tipo da noi erano già scomparsi o forse non ci sono mai stati, per povertà e consuetudine. Dopo il funerale, prima di dividersi ognuno diretto verso casa, il commiato avveniva per strada, salutandosi a una trattoria prenotata dai familiari del defunto. Si entrava dentro il locale trattenuti dal gelo dell'inverno e dall'umore per poi lentamente sciogliersi, rimuovendo la malinconia, il torpore avvelenato che la funzione aveva lasciato, 

Cresceva, tra chi seduto e chi in piedi, un vociare e un accalorarsi che lentamente prendeva forza. Come se i corpi si scuotessero a contatto con il cibo, riprendendo contatto con la vita, realizzandone con avidità la forza. Si mangiava e si beveva insieme in capannelli provvisori seguendo le parole, gli affetti, il nutrimento. 

Visto da fuori, era come se fosse un corpo unico quello che lentamente e poi sempre più decisamente raccoglieva le forze intorno al cibo e alle parole. 

 

Gloria sei nell’aria quale tu sia, solo uno, solo o in compagnia ma la vecchia storia… 

Melanconica e folgorante come sapevano essere i montanari degli Appennini così inizia quella stranita canzone di Zucchero che È un peccato morir

Adelmo Fornaciari si è intrattenuto spesso con le emozioni di quelle terre, lui Reggiano di origine e che ha scelto poi di vivere a Pontremoli. Sparse coordinate biografiche a cavallo dell’Appennino Tosco-Emiliano e che sembrano ritrovarsi nelle pieghe del suo sentire.

Gloria ai tempi d’oro io vi vorrei rivedere almeno prima di fare centouno…

 

Anche io vorrei rivedere quelle generazioni che troppo poco ho frequentato nell’infanzia e in gioventù. Chi, bambino o adolescente, ha attraversato il periodo tra gli anni 60 e 70 e lo ha fatto in un paese dell’Alpe dove il tempo viaggiava in ritardo, è come se avesse vissuto due volte: la testa dentro la società del benessere e i sensi a respirare gli ultimi sussulti della società preindustriale. L’odore del pane sfornato da ogni casamento è stato il contrassegno sensoriale di una comunità ancora viva ma che si stava esaurendo con la sua economia. Nei boschi i fuochi delle carbonaie erano ormai spenti mentre le greggi stavano diventando parte del paesaggio dei primi villeggianti.

 

Così, dentro i gesti e le parole di quelle persone abbiamo fatto in tempo a intravedere una storia antica, la stessa che si era trattenuta nei volti così come sull’arenaria delle case. Le pietre abitate erano ancora calde di quella civiltà… bastava poco per poterlo avvertire. 

La curva demografica, almeno sull’Alpe, scivolava verso il niente e ancora bastava poco per percepirne la malinconia incombente – gloria a te ogni volta, siam saprai, figli tuoi ma consumiamoci uno o due alla volta… che è un peccato morir – sì, una malinconia inconsapevole, anche nei balli e nei canti, delle generazioni che erano la residua forza di quell’antica civiltà…

 

Oggi resta soprattutto la memoria, la memoria come tradizione, come nostalgia, la memoria delle cose, la memoria quale strumento per orientarsi nel presente e nel mondo.

Ma nessuna di queste dimensioni viene in soccorso se penso a qualcosa che dia un senso e una consolazione, soprattutto un elemento di concretezza per quel che rimane. 

No, nessuna di quelle dimensioni può dare sollievo all’economia della montagna, perché è lì che tutto comincia per la vita di un paese, una comunità, una società, perché alla fine per una collettività l’economia significa semplicemente vita.

 

Poi, nella buona come nella cattiva sorte, di ogni destino comune, di ogni comunità, rimane sempre il piacere della condivisone o anche solo il suo sollievo: …Ai piatti pieni a tavola La gente nostrana, senza boria né buriana, e via… che l’anima mia va a questa bocca di sole che mi toglie le parole…

Sì, forse fra tutte le “memorie” di quella civiltà resterà soprattutto il cibo, traccia ed elemento essenziale del loro vivere. Il cibo come essudato di un popolo e di una catena montuosa non a caso allungata su tutto il paese. Il cibo come speranza di rinascita, se il cibo oggi in genere sembra essere diventato potente attrattore culturale, economico, turistico...

 

Per il resto, davvero è un peccato morir… un peccato che muoia una cultura unica perché per secoli affacciata su confini esistenziali incerti e sempre nuovi. Una cultura che con il suo periodico movimento ha ricamato sul paese un modo alternativo di vivere e di pensare. Oggi l’ordito di quei ricami è ormai invisibile; nel paese come in chi è restato. 

Rimane un tessuto vitale che è ormai sempre lo stesso, monotono e seriale lo consumiamo in città tutte uguali.

Per questo, comunque vada, comunque andrà, di quel modo di vivere, di quel modo di pensare siamo già tutti orfani.

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