David Foster Wallace, l'artista come spettro

Alessandro Raveggi. David Foster Wallace

Pubblichiamo oggi un nuovo ebook doppiozero: David Foster Wallace, scritto da Alessandro Raveggi.

Il libro vuole essere introduzione e commiato, presentazione e possibile via d’uscita, per amare e allo stesso tempo distanziare l’autore dal troppo amore. Il testo prende avvio dal punto di vista del lettore italiano e compie un arco che va dalla vita di Wallace alle sue opere più rilevanti, gli influssi filosofici, le relazioni e le coincidenze con gli altri autori di un’esplosiva nuova generazione americana. Ne pubblichiamo qui un breve estratto. Gli ebook doppiozero sono acquistabili sul nostro sito e sui principali store.

 


 

“Nei tempi bui, quello che definisce una buona opera d’arte mi sembra che sia la capacità di individuare e fare la respirazione bocca a bocca a quegli elementi di umanità e di magia che ancora sopravvivono ed emettono luce nonostante l’oscurità dei tempi.” (D. F. Wallace, in L. McCaffery, An Interview with David Foster Wallace)

 

Questa che state per leggere non è né propriamente un’introduzione alla lettura, né in fondo un saggio critico canonico, o una biografia di David Foster Wallace. Questo che state per leggere si potrebbe definire innanzitutto come un commiato sofferto di un suo lettore italiano. Un lettore che ha avuto la fortuna o meno di intrecciare il suo percorso di lettura, e scrittura, con l’influenza assai variabile dell’autore in questione. Credo che sia la cosa più sincera che si possa fare oggi su di lui: un’introduzione che sia omaggio e saluto, ricordo, ma anche necessario distacco.

 

Per motivi ancora pressoché bizzarri, il suo fantasma mi si è dato, diciamo, in apparizioni, epifanie, prima della sua lettura, durante il mio innamoramento, e precedentemente la sua morte, avvenuta tragicamente nel 2008. Niente spiritismi, però! Ho, per dirla in breve, incontrato tracce lampanti dell’autore come spettro, spettro di se stesso, e della sua esemplarità epocale. Accennerò anche a tratti a dove, come e quando, e questo mi servirà a interpretarlo dal punto di vista di un suo lettore italiano storicamente determinato. E mi servirà, questo commiato, come un esorcismo, a scacciarlo. Sarà in fondo un ritratto dell’artista come spettro da liberare.

Visto che il nostro Wallace è un autore che mi è sempre parso stregato: non tanto per il terribile epilogo della sua vita, terminata con un suicidio più volte anticipato, quanto perché il suo percorso artistico e stilistico è stato costantemente funestato di fantasmi, spettri molti dei quali attraenti, altri assai velenosi. Fantasmi di tradizioni passate, stili avversi, mode letterarie e crucci teorici. Contesti spettrali: come quello dei media, dell’infotainment compulsivo, della tv e video-dipendenza, dell’advertising pervasivo e di controllo sulle vite, ma anche il contesto fantasmatico di radicali solipsismi e incomunicabilità tutte umane […].

 

Con questo piccolo commiato-introduzione, salterò da un’opera ad un’altra, da un breve racconto illuminante come una saetta che incenerisce ad un brano lungo, galoppante e contundente senza respiri tipografici, che mette in moto neuroni arrampicandovicisi per un po’. Passerò per i più distesi reportage e i saggi creativi, creativi per voce, ma anche stilisticamente e a volte tipograficamente, paratestualmente. Metterò un po’ in luce i suoi personaggi maniacali, schivi o chiassosi che siano, obliqui, sofferenti e devastati dalle dipendenze, dagli autocompiacimenti, autolesionismi, insensibilità per il prossimo, perversioni amorose. Fino ai miei personali mal di testa per le Long Things, le Robe lunghe, come le ha definite lo stesso Wallace: Infinite Jest uscito nel 1996, e l’incompiuto e forse immeritato da darsi alle stampe Il re pallido, uscito postumo nel 2011. I due libri che hanno segnato l’inizio e ahinoi il testamento del nostro Dave come autore di culto, come mito: e come fantasma.

 

Nello scrivere su David Foster Wallace come spettro, sento però inoltre una necessità, una necessità che vorrei condividere con un’intera generazione di suoi lettori e scribacchini italiani, nati pressappoco tra gli anni 1975 e 1985. La nostra necessità è quella di pagare in qualche modo il debito, rilasciare anche il fantasma con la moneta in bocca, smetterla di farci e fare confusione in testa, con la sua genialità, il suo stile, i suoi tic, pose che lui stesso avrebbe detestato. Se affezionarsi troppo a un autore non è sempre positivo – l’abbiamo visto con Salinger e con Carver, e con i nostri Moravia, Calvino e Pasolini – affezionarsi a Wallace può avere aspetti letali e conturbanti che agiscono come un veleno: a maggior ragione in un una nazione così wallaceana e allo stesso tempo anti-wallaceana, per la sua classica indole settaria, come l’Italia.

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