Asia a perdita d'occhio

Le acrobazie balistico nucleari del nipotino del Presidente Eterno e figlio del Caro Leader costringono perfino i media italiani a sollevare lo sguardo dai minimalia di casa nostra (più che di provincialismo ormai s’ha da parlare di autismo). Pochi giorni fa mi si faceva notare che l’agenzia di stampa spagnola ha a Pechino quindici corrispondenti, l'Ansa ne ha uno solo che fa fatica a pagare una segretaria, mentre i solitari corrispondenti delle grandi testate coprono da qui un’area da due miliardi di anime.

 

 

Obama sta riposizionando i suoi asset militari sul Pacifico, noi facciamo show di scaramucce paramilitari sul prato di Pontida. Noi facciamo show, in generale. Ma è strano come i giornalisti (e soprattutto capiredattori) all’inseguimento di lettori in allontanamento esponenziale (e dei propri relativi stipendi) non siano ancora capaci di proporre storie più fresche (prodotti non scaduti, insomma), come quelle dell’Asia che lievita: mi hanno detto di un servizio su Vogue Uomo di febbraio (‘opinion leaders in Cina’, una dozzina di nomi a casaccio, tutti ben vestiti) e di un MarieClaire di marzo (‘scrittrici in India’, quelle belle). Encomiabile: nella povertà dei format consueti, almeno le coordinate geografiche sono in lentissima mutazione, ma quel che sorprende è l’incapacità di modificare, appunto, proprio il format: è quello lì, che è in discesa, gente, non vi pare lampante? Venditori di storie siete, almeno provate a produrne di nuove.

 

 

 

L’Asia, roba nuova ne ha prodotta, di recente. Per esempio: in Birmania i buddisti, guidati dagli stessi monaci militanti che guidarono il paese verso la democrazia solo poco fa, ripetono con regolarità sconcertante pogrom ai danni della comunità musulmana al confine con il Bangladesh. Moschee incendiate, baraccopoli distrutte, una quarantina di morti: come, mi dicono dall’Italia, i buddisti? Non ci credo. Eccola qui l’occasione non per raccontare la solita stessa storia (integralisti fanatici cattivi, le vittime sempre buone) a parti invertite (ocio però: in quest’Asia sud e sud est non di rado è l’Islam la parte lesa): ma perché non provare a raccontare la perversa relazione tra preti e società, tra gerarchie religiose e cittadinanze (lo ha fatto, non male, Marco Del Corona su La Lettura del Corriere della Sera) in ogni cultura, in ogni dove?

 

La Cina continua a proporre storie di rivolte operaie (e come la affrontano qui la cosa? Gli operai chiedono salari migliori, tempi di lavoro più umani, le alte sfere sono preoccupate per la possibile delocalizzazione dell’industria manifatturiera verso lidi più confortevoli, Indonesia, Vietnam: è un bello stimolo a discuterne no? A domandarsi quando avrà una fine questa migrazione infinita del capitale industriale, e che senso abbia, e cosa val la pena di fare). Ma in Italia se ne è parlato solo nel caso Foxconn: perché lì fanno gli Ipad e gli Smartphone, e quindi sono riconducibili al nostro già detto, già noto. (A Hong Kong: mi si dice di presidi dei portuali, canzoni e bevute attorno ai bracieri notturni, studenti che volantinano - e studentesse.)

 

Tra l’altro, da qui, la sensazione è che si stia selezionando una nuova leva di giornalisti freelance disposti (bendisposti) a andare a cercare le novità, consumando suole di scarpe: noi, di nuovo, ce ne rendiamo conto solo quando li rapiscono (Siria: han rapito quattro italiani! Che se eran svizzeri, ciccia). Fossi nei panni dei nostri padroni della comunicazione proverei a vendere queste voci più fresche: costa anche meno che ripetere la solita (ormai invendibile, e invenduta) cantilena.

 

 

A Pechino, intanto, arriva la primavera, i pioppi bianchi si riempiono di foglioline e ben presto si scatenerà la consueta tempesta di polline, altro che il PM 2,5 di febbraio. Marzo è invece stata la stagione dei festival letterari: M (Shanghai e Pechino) e Bookworm (Pechino, Chengdu e Souzhou – fuori Shanghai). Una sfilata di cognomi inglesi, la vittoria postuma del Commonwealth dopo la ritirata coloniale della metà novecento: è la guerra delle lingue, qui tutti si domandano perché non ci sia un festival di letteratura di stampo cinese (magari con tante belle traduzioni in cuffia), ma il discorso vale per l’Asia tutta: anglofoni sono i festival a Jaipur e Calcutta, a Galle in Sri Lanka, gli incontri APWT a Bangkok e il Singapore Writer Festival, nonché l’Ubud sull’isola di Bali. L’industria editoriale mondiale parla inglese, e dunque il maggior premio letterario a livello continentale (Man Asian Literary Prize a Hong Kong) premia testi tradotti, quindi magari vecchi di un anno o due: ha vinto Tan Twan Eng, scrittore di origini malesi ma residente a Città del Capo: e scrive in inglese. Sono Festival che, di riffa o di raffa, si fanno con soldi occidentali: e ripropongono le lingue dell’occidente.

 

 

Invece A Yi, scrittore di racconti brevi, l’altra sera, mi parlava a lungo di Pirandello, la sua passione: me lo ha praticamente spiegato (mi ha poi invitato allo stadio a vedere il Guoan, ma dice che preferisce le partite della nostra Serie A in televisione). Lijia Zhang mi ha invitato a cena: ma con due newyorkesi, redattori di n+1, rivista vicina a Occupy Wall Street: le sue figlie non facevan che chiedere. E Zhu Wen ha un nuovo progetto cinematografico: riguarda la relazione tra gli occidentali e i cinesi (a partire dal libro di un capital adventurer britannico, Tim Clissold, che venne in Cina a fine anni novanta per conquistarla - non la conquistò - e poi ne scrisse un libro, la cui perla è nelle prime pagine, quando il businessmen cinese dice al fighetto occidentale: in questo paese, se vuoi fare buoni affari, devi essere molto grasso e arrivare sempre in ritardo).  Ou Ning mi ha chiesto di tenere uno speech nella sua libreria: un editore italiano in Cina, con quali criteri giudica un romanzo? E a Bombay, di recente, mi hanno inchiodato per una cena intera a parlare di design italiano: dicevano: spiegaci perché in Italia non c’è più industria pesante, e invece c’è industria della creazione. Come siete fatti voi italiani? Già: spieghiamoglielo.

 

 

E’ un’Asia underground, questa, che risica e rosica di nascosto, in silenzio, forse con la subdola intenzione di non farsi notare fino al giorno in cui potrà dirci: voilà, siamo noi i vincitori. E la qualità che li fa superiori, la garanzia di vittoria, è che loro, di noi son curiosi. Noi, di loro, neanche un po’.
(Una possibile interpretazione ‘alta’: noi nel nostro postmoderno, abbiamo assunto una sorta di coazione a ripetere, quasi fosse un valore, mentre loro nella loro modernità incipiente han necessità di prender le misure del nuovo: e tengon gli occhi aperti sull’orizzonte, non sul proprio ombelico).



  • Yue Minjun
    Yue Minjun
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