Renzi e il foglio Excel

I politici emergenti dell’ultim'ora dovrebbero prender lezioni dai TQ. I quali, essendo spariti dalla scena (chi ne ha notizia?), sono già vecchissimi. Del resto, rivendicando un gap generazionale di principio, avevano finito per stilar manifesti su temi oltremodo vintage. Spariti anche loro. Avrebbero dovuto tenere a mente che la retorica dei giovani vigorosamente rinnovatori è molto antica. E qualche brutto danno, anche nel Novecento, l’ha fatto.

 

I politici emergenti dell’ultim'ora sono soprattutto giovani. Sembra la loro principale caratteristica. Oltre quella, ovviamente, di essere politici, prerogativa che da un bel po’ di tempo in qua soltanto Cetto La Qualunque è riuscito a riempire di caratteri positivi (nel senso di posti, esistenti, tangibili). Così, se l’esser politico è epiteto vuoto di proprietà e di contenuti, quel che resta è l’essere TQ, flebile garanzia di flebile rigenerazione della cosa pubblica.

 

Fa eccezione, manco a dirlo, Matteo Renzi, che non fa della sua giovane età il fulcro unico e solo del suo personaggio, della sua politicità. Certo, ha meno della metà degli anni del Presidente della Repubblica, ed è coetaneo di molti parlamentari grillini. Sa parlare ai trenta e quarantenni che, disoccupati cronici, non vogliono più fare i bamboccioni. E si orienta niente male coi nativi digitali, che, non avendo mai visto un telecomando, tengono il tablet sotto il cuscino.

 

Per il resto, fateci caso, è persona astuta che vuol tornare al passato. E lo sta già facendo, avendo perfettamente colto che l’unico modo per rinnovare la politica è andare indietro verso di essa, verso il momento storico in cui questa parola aveva un significato positivo (in tutti i sensi del termine). Per esempio, essendo segretario di un partito, fa il segretario di partito. E dato che al governo c’è un uomo del suo partito, dice “al governo ci siamo noi” (noi esclusivo), e considera normale indicare a costui (chi?) cosa fare e cosa non fare. Roba d’altri tempi, quando il segretario di un partito, soprattutto se di governo, contava molto di più del capo di quello stesso governo, senza farne parte. Altra cosa che colpisce, come è stato notato, è il suo recupero della forma comunicativa del comizio, considerata giurassica, traghettatandola nei media e adoperandola a più non posso.

 

A dispetto di conduttori e contendenti, nei talk show parla soltanto lui, senza alzare la voce più di tanto, di modo che, se nessuno riesce a interromperlo, sta lì e fa il suo comizio. Sui palchi delle numerose leopolde ormai sparse in giro per l’Italia, ostenta mancanza di appunti, va a braccio, e corre da un lato all’altro della scena come a segnalare prestanza fisica e tensione morale. E, soprattutto, a fronte della crescente antipolitica linguistica (che parla con la pancia, rigorosamente sotto la cintura), Renzi parla con gli organi preposti a farlo: il cuore, che non si nega a nessuno, ma anche – insospettata epifania – la lingua, l’idioma natìo, lo scilinguagnolo poetico (toscanità?).

 

L’intervista che ha rilasciato al Corriere della sera domenica 12 gennaio è da questo punto di vista molto ricca. Al di là delle risposte sui temi caldi del giorno, si coglie molto bene il lavoro che Renzi sta facendo per cambiare le metafore del linguaggio politico. Per esempio, la vecchia idea del contratto con gli italiani, che qualche studioso di pragmatica della comunicazione avrà suggerito vent’anni fa al Cavaliere entrando a far parte del lessico politico comune, viene sostituita con quella del file Excel. “Spiega anche a noi over 39 cos’è un file Excel”, chiede, perfido, l’intervistatore. E lui disambigua la metafora, spiegando che, molto semplicemente, si tratta di stilare una precisa lista di priorità, con obiettivi, tempi e responsabili per ciascuna di esse. Ma un buon comunicatore deve soprattutto saper metacomunicare: così Renzi chiarisce inoltre che il suo file Excel non dev’essere “un documento scritto in democristianese, con il preambolo e frasi arzigogolate”.

 

Per svilire l’avversario, messo alle strette e a corto di idee, ecco poi l’immagine del compito a piacere: “Ognuno di noi, quando a scuola il professore lo interrogava e non aveva studiato, aveva il suo argomento a piacere. Il mio era la seconda guerra mondiale. Quello di Alfano sono le nozze gay: se si trova in difficoltà su qualcosa lancia un’agenzia su questo tema e ‘mette in guardia’ da questa sinistra pericolosa”. Più che una metafora, ecco una solida allusione, forse anche un’apostrofe, e con tanta ironia. Per i più piccini.

 

Ma la cosa che colpisce maggiormente è l’opposizione fra esperti e dilettanti, che è ben più di un’argomentazione per figure retoriche. Dichiarando ostilità verso anglicismi come lo Jobs Act (altro atto metacomunicativo), eccolo rilanciare: “abbiamo sottratto la discussione sul lavoro agli ‘esperti’ e l’abbiamo portata in pubblico. I dilettanti hanno fatto l’arca. Gli ‘esperti’ hanno fatto il Titanic”. Ecco un gesto che riunisce azione politica e prassi linguistica: da una parte, ecco l’opposizione metaforica fra l’arca (che salva le specie viventi dal diluvio) e il Titanic (che affonda per un iceberg di troppo); dall’altra, emerge la distinzione concettuale fra gli esperti e i dilettanti (su cui c’eravamo soffermati qualche mese fa in questo stesso sito).

 

Gli esperti sono i burocrati, i tecnocrati, gli azzeccagarbugli, gli ignoranti istruiti. I dilettanti sono il pubblico, certo, ma da intendere nel senso alto di chi sa che occorre erodere gli steccati fra specialismi per ritrovare una felice, ed efficace, capacità di pensiero e di azione. Se questo è essere TQ, che ben venga.

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