Edward Abbey. The Brave Cowboy

C'è un uomo a cavallo che attraversa la prateria. Quest'uomo è un cow-boy, uno vero, con tanto di stivali, speroni, jeans e cappello. Il suo nome è Jack, Jack Burns. È talmente un cow-boy da competizione che a un certo punto molla le redini, tira fuori una chitarra e si mette a cantare vecchie canzoni d'amore al cavallo. Ha pure una bella voce, il cow-boy. Il cavallo apprezza, è una cavalla, si chiama Whisky.

Poi però succede qualcosa di strano, come una stonatura nel paesaggio, un anacronismo: il percorso del cow-boy è intralciato da una lunghissima ringhiera metallica con sopra un cartello di plastica che dice: Proprietà privata. Jack Burns non è tipo da lasciarsi scoraggiare, ha con sé un paio di tenaglie. Apre un varco nella rete e riprende il cammino, canta un'altra canzone e “controluce tutto il tempo se ne va”, come nei film di John Ford e nella canzone di Paolo Conte.

Quand'ecco che, all'improvviso, un'altra stonatura, un altro anacronismo viene a turbare l'immensità immemore del far-west, e questa volta è bella grossa: un'autostrada, rombante di auto, moto e camion, soprattutto camion. E Jack Burns deve per forza attraversarla.

 

I cavalli non amano i camion e, come si scoprirà in seguito, la cosa è reciproca. Ma la scoperta più importante, a questo punto della lettura, è un'altra: anacronistiche non sono le recinzioni, le autostrade, gli aerei che affettano il cielo e i mucchi di spazzatura che punteggiano la prateria, quanto lo è invece il nostro Jack Burns in persona, perché, ammesso che il far-west dei film sia mai veramente esistito, di sicuro è morto e sepolto da un bel po' all'inizio di questa storia.

Siamo infatti alla metà degli anni '50 e all'inizio di un romanzo di Edward Abbey che si intitola The Brave Cowboy, mai tradotto in italiano, dal quale è stato tratto il film Lonely Are the Brave del 1962 (in Italiano Solo sotto le stelle), con Kirk Douglas e Walter Matthau, sceneggiatura di Dalton Trumbo.

Anche l'avventura di Jack Burns ha un gusto vagamente antiquato e cavalleresco: il brave cowboy deve raggiungere la città di Albuquerque, New Mexico, dove il suo migliore amico è stato arrestato in quanto renitente alla leva. Lì si farà arrestare al solo scopo di trovarsi in cella con lui, per aiutarlo a evadere. Segue una fuga da sceriffo e FBI, da solo a cavallo verso la frontiera col Messico. Con un finale che querelatemi se lo rivelo.

 

 

Se il film di David Miller può annoverarsi senza esitazioni nella categoria dei “capolavori dimenticati” (con quel bianco e nero d'autore che ti tiene incollato allo schermo, Kirk Douglas più figo di qualsiasi Bruce Willis, Walter Matthau irresistibile nei panni del cattivo), la stessa cosa vale anche per il libro di Edward Abbey, nonostante le asperità giovanili di alcuni passaggi. È lui stesso d'altronde a segnalarlo, nella prefazione alla nuova edizione del 1971:

 

“Mi sono permesso di realizzare alcune piccole correzioni per eliminare gli errori più imbarazzanti dell'originale, resistendo tuttavia alla tentazione di riscriverlo praticamente riga per riga, fino a farne un libro diverso e del tutto nuovo. Perché mi sono detto che questo libro non mi appartiene più e non ho il diritto di cambiarlo. The Brave Cowboy appartiene al giovanotto appassionato e passabilmente imbecille che l'ha scritto, così come alla banda di fedeli ammiratori, tra cui l'attore Kirk Douglas, che hanno contribuito a tenerlo in vita in questi anni di calamità e rinnovata speranza.

Pace. E venceremos!” (Mie le traduzioni.)

 

L'inizio del romanzo in effetti è un po' lento, gravato da una Ballad of the Brave Cowboy che si può agevolmente saltare e da un Prologue anch'esso non proprio indispensabile. Passata la prima ventina di pagine, però, il ritmo accelera, i personaggi prendono vita, lo stile si fa scattante e ironico, non mancano i colpi di scena. E non è più possibile interrompere la lettura senza sapere come farà a cavarsela Jack Burns, il cavaliere indomito.

 

Vi è inoltre un aspetto del romanzo che il film evita accuratamente di affrontare, ed è la sua dimensione politica. Conviene riprendere la già citata prefazione del '71, che comincia così:

 

Questo libro l'ho scritto durante l'estate del 1955. Ben quindici anni fa! Strano periodo, perdio, la vecchia Era Eisenhower. Mi sentivo molto solo, ai tempi. Pensavo seriamente che Ammon Hennacy [1893-1970: fu un cristiano anarchico, vegetariano, pacifista radicale, nonché uno Wobblie, membro cioé dell'IWW, Industrial Workers of the World, la più gloriosa sigla della corrente anarco-sindacalista americana] di Salt Lake City ed io fossimo gli unici anarchici praticanti e proselitisti d'America. E il culto della natura selvaggia era agli albori, allora. Oggi invece queste idee prosperano, si diffondono, infiammano gli spiriti dei più coraggiosi dei nostri giovani. E questa è cosa buona e giusta.”

 

Ecco dunque cosa rende unici i personaggi di un romanzo come The Brave Cowboy, che il coltissimo lettore di Doppiozero potrebbe prendere per un crepuscolare omaggio al genere western: Edward Abbey non è tipo da crepuscolari omaggi, velate allusioni, strizzatine d'occhio meta-testuali. È invece uno di quegli scrittori all'antica che ha un messaggio da trasmettere e non vede nulla di male nel farlo con un romanzo, un bel romanzo, con personaggi, azione e suspense. E quello che Edward Abbey ha da dire e gridare con tutte le forze è il fiero appello alla disobbedienza civile di un Thoreau, di fronte al disastro ambientale, sociale e culturale del cosiddetto progresso tecno-industriale capitalista.

“Ovunque guardo, vedo la libertà strangolata come un cane. Vedo il mio paese crollare sotto la bruttezza, la mediocrità, il sovrappopolamento. Vedo la terra soffocata dalle piste di decollo degli aeroporti, dall'asfalto delle autostrade. Ricchezze naturali vecchie di millenni divorate in un lampo dalle bombe atomiche, dalle auto d'acciaio, dagli schermi della televisione”: sono parole di Paul Bondi, l'amico di Jack Burns che non vuole evadere perché, secondo lui, il posto di un militante pacifista è il carcere. Il confronto tra i due amici, ribelli ciascuno a modo proprio, produce un dialogo filosofico che difficilmente troveremmo nei romanzi western degli anni '50, a firma di Louis L'Amour, Zane Grey, o del primo Elmore Leonard. E il New Mexico del Brave Cowboy non è tanto il paese della frontiera agognata da fuggiaschi e fuorilegge, quanto lo stato in cui si trova la località di Trinity, sede della prima esplosione nucleare della storia, avvenuta il 16 luglio 1945.

 

 

Jack Burns non è solo lo strabiliante incrocio tra un Huckleberry Finn adulto e un Don Chisciotte del far-west. Non è solo l'ultimo discendente della schiatta dei banditi alla Jesse James. Non è solo il sobrio e tenace precursore della rivolta che infiammerà l'America un decennio più tardi. Non è solo il nonno ideale dell'Alexander Supertramp di Into the wild. Jack Burns è qualcosa di più e di diverso, qualcosa di mai visto nella tradizione letteraria e cinematografica, un'entità che reclama a gran voce il proprio posto nel dibattito intellettuale odierno, dopo decenni di censura e oblio: un anarco-ambientalista che non è nato né oggi né ieri, ma è radicato in un'antica e robusta tradizione di pensatori, artisti e attivisti, non solo americani, “figura cascata fuori da una storia dei nonni ascoltata nell'infanzia, uomo che si credeva dimenticato per sempre e cavalca ora davanti ai nostri occhi e alle nostre orecchie, nella soffice polvere bruna della strada”.

Ed eccolo qui, oggi, tra noi, fresco come una rosa, in anticipo su tutte le tendenze più urgenti: radicale come Noam Chomsky, ecologista come Murray Bookchin, decresciuto anzi mai veramente cresciuto come Ivan Illich o Cornelius Castoriadis, strenuo e lirico difensore della wilderness tanto di moda. O, con parole sue: “un tranquillo e irreprensibile anarchico jeffersoniano”.

 

D'altronde Edward Abbey non è solo l'autore di una ventina di romanzi di successo. Edward Abbey è, innanzitutto, un anarchico militante, laureato in filosofia con una tesi sul rapporto tra Anarchia e violenza. La sua raccolta di saggi intitolata Desert Solitaire (Baldini&Castoldi 2015), composta negli anni passati a fare il ranger nel deserto dello Utah, è un successo internazionale fin dalla pubblicazione, nel '68, ed è unanimemente considerato una pietra miliare del Nature Writing del secolo scorso. Il suo romanzo più conosciuto, The Monkey Wrench Gang, del '75, (I sabotatori, Meridiano Zero, 2001), illustrato da Robert Crumb, ha dato origine al movimento ambientalista Earth First!, di cui Abbey fu ispiratore, attivista e sorta di autoironico guru.

Stiamo parlando di uno scrittore e di un'opera che hanno lasciato un segno indelebile nella seconda metà del XX secolo americano, non solo negli ambienti letterari.

 

Al lettore curioso consiglio di dare un'occhiata all'intervista Abbey's road e al documentario Edward Abbey: A Voice in the Wilderness, entrambi realizzati da Eric Temple e facilmente reperibili in rete. Per quanto riguarda l'intervista (anche per chi capisce poco l'inglese, specie se bofonchiato da un cespuglio di barba in cui balla un sigaro grosso come un bengala), è semplicemente un piacere vedere gli occhi del vecchio Eddie accendersi in un lampo di orgoglio mentre dice: “I'm an anarchist. My father was a Wobblie. I-W-W”. E sorridere come un ragazzetto ogni volta che incrocia lo sguardo della giovane assistente alla regia.

Guardando il documentario si scopre invece che quest'oscuro romanziere in camicia a quadri è stato praticamente un idolo, dalle sue parti, per due buone generazioni di lettori, e si finisce quasi per invidiargli la banda di coloriti mattacchioni che sono i suoi amici, commossi, divertiti e fieri al ricordo delle tante avventure vissute insieme, ultima la morte dello scrittore, che sembra tanto quella di un filosofo d'altri tempi.

The Brave Cowboy di Edward Abbey: una boccata di fiero e sano spirito di rivolta.

Peace. And venceremos!

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