Errol Morris, “Wormwood”

Non esiste “la Verità”: esistono tante verità quante sono le persone che credono di possederne una. Questo assunto pirandelliano pare essere uno dei principi che in Wormwood – miniserie in sei episodi che, dopo le presentazioni estive a Telluride e alla Mostra del Cinema di Venezia, è approdata il 15 Dicembre su Netflix – guida lo sguardo di Errol Morris, uno dei più acclamati documentaristi al mondo. Uno sguardo che rinuncia all’elemento tecnico che aveva caratterizzato nel profondo il suo stile nei film più acclamati (The Fog of War, Mr Death, Thin Blue Line, Gates of Heaven, Standard Operating Procedure), l’Interrotron. Dietro a questo nome cacofonico, coniato a quanto pare dalla moglie di Morris, si cela un ingegnoso dispositivo formato da due macchine da presa e due teleprompter combinati per permettere il contatto visivo tra il regista-intervistatore e l’intervistato senza rinunciare allo sguardo in camera di quest’ultimo.

 

 

In Wormwood (il titolo fa riferimento a un’erba amara citata nel libro dell’Apocalisse e nell’Amleto di Shakespeare) Morris, come detto, decide di privarsi dell’Interrotron: l’intimità con l’intervistato, l’indagine della sua dimensione interiore non sono aspetti determinanti, in quanto il filo tematico che attraversa la vicenda è un altro: quello della paranoia e dell’ossessione.

 

Il 28 Novembre 1953 il chimico e biologo di successo Frank Olson cade dalla finestra della sua stanza al tredicesimo piano dell’Hotel Statler a New York. Olson lavorava per la CIA, nel team di scienziati impiegato nello sviluppo di armi batteriologiche (come l'antrace) e qualche mese prima della sua morte era stato coinvolto in un programma segreto, il MK-ULTRA, volto sperimentare l'uso delle sostanze psicotrope e allucinogene in campo militare come tecniche di spionaggio. Il caso viene frettolosamente archiviato come un inspiegabile suicidio.

 

Nel 1976, ventitré anni dopo, i servizi segreti americani, in seguito a uno scandalo sull’uso dell’LSD per lo spionaggio militare, ammettono che il suicidio di Olson è stato diretta conseguenza di quegli esperimenti (che Olson aveva fatto su se stesso), e si scusano pubblicamente con la famiglia. Viene elargita un’ingente somma di denaro per risarcire la grave perdita e viene organizzato anche un incontro cordiale alla Casa Bianca con il presidente Ford, tutto a favore di camera. Siamo negli anni immediatamente successivi al Vietnam e al Watergate, il governo americano segue il protocollo del politically correct, il mea culpa pubblico, il “non accadrà mai più”. Eppure qualcosa non torna, un enorme labirinto di segreti e bugie sembra affiorare: e se la confessione e le scuse fossero solo un modo per coprire una serie di fatti ben più gravi? Se fosse stato scelto il “male minore”? Se Olson avesse saputo cose troppo delicate e il suo suicidio fosse stato in qualche modo favorito e indotto per metterlo a tacere?

 


Eric Olson e Errol Morris alla presentazione di “Wormwood” a Venezia, settembre 2017


Queste domande guidano il figlio Eric Olson, psicologo con tanto di PhD a Harvard, specializzato nella terapia del collage, in un’indagine che, corroborata dalla paranoia, ha preso nel tempo la forma dell’ossessione. Morris asseconda e affianca questa indagine ossessiva e invece di cercare l’intima esplorazione del suo interlocutore attraverso l’empatia, decentra lo sguardo e usa fino a 10 camere simultaneamente per le interviste: il punto di vista si moltiplica e a volte elaborati split screen rimandano sullo schermo proprio questa moltiplicazione, suggerendo che cambiando la prospettiva con cui si osservano i fatti, finiscono per cambiare anche i fatti stessi. Le parole di Eric si ripetono ossessive, si sdoppiano, si duplicano, si sovrappongono a volte in modo esasperato. Altre volte ancora, l’inquadratura include anche lo stesso Morris, intento ad ascoltare Eric Olson in una stanza spoglia e disadorna in cui campeggia soltanto un orologio da muro perennemente incastrato tra le 2:30 e le 2:35, l’ora del decesso di Frank. Il tempo, per il figlio Eric, nonostante gli oltre sessant’anni trascorsi, è cristallizzato in quell’istante.

 

Opera di cupo nichilismo che nega qualsiasi possibilità di varcare il muro di gomma delle bugie di stato, Wormwood fonde magistralmente fiction e documentario (proprio come nel bellissimo The Thin Blue Line) e ricostruisce la realtà degli anni Cinquanta usando una forma di messinscena quasi hitchcockiana, con un cast di interpreti eccellenti come Peter Sarsgaard (nei panni di Frank), Tim Blake Nelson e Bob Balaban. Tra sigarette, drink e segreti bisbigliati, l’America della Guerra Fredda viene ritratta da Morris come un tetro groviglio di bugie e cospirazioni, terribile e suggestiva.

 


Peter Sarsgaard in “Wormwood”


Oltre a questi materiali, Wormwood si serve anche di frammenti dell’Amleto con Laurence Olivier, suggerendo un’analogia tra Eric e il principe di Danimarca, entrambi alla disperata ricerca della verità sulla sorte del padre. La vera analogia tra la tragedia shakespeariana e la serie di Morris, tuttavia, risiede nella forza sinistra con cui vengono ritratte le logiche della “Ragion di Stato”, che pur essendo questioni collettive hanno spesso una drammatica e imprevista ricaduta sulla vita del singolo. Come se, ci dice Morris, la Storia non avesse tempo per dare importanza alle numerose tragedie individuali che produce.

 

Più l’indagine di Olson e di Morris (documentarista che trent’anni fa faceva l’investigatore privato) procede e fa emergere dettagli, più la verità sembra allontanarsi, sommersa da una coltre profonda di informazioni contrastanti.

Wormwood riesce così a essere più cose simultaneamente: non soltanto un’efficace inchiesta giornalistica sul caso Olson, non solo una delle migliori serie Netflix dell’anno (insieme a Mindhunter segna il passaggio della piattaforma californiana all’età adulta) ma anche una delle più potenti e malinconiche riflessioni degli ultimi anni sul rapporto tra verità e potere.

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