Faccio solo quello che voglio fare

Settembre 1970

 

Nel maggio del 1970 Janis Joplin e il suo nuovo gruppo, la Full Tilt Boogie Band, hanno cominciato una tournée che la critica ha accolto con molto favore; in settembre si trovano a Los Angeles in studio. Ma a dispetto del successo e del suo entusiasmo per la band, la Joplin sta vivendo un momento di grave confusione esistenziale; lo ignorano perfino molte persone a lei vicine, ma ha ripreso con l’eroina. L’album che sta registrando, Pearl, rimarrà per nove settimane in testa alle classifiche, ma la Joplin non potrà godersi il successo: quattro giorni dopo questa intervista verrà trovata morta per overdose in una stanza di motel.

 

[La Joplin è al telefono da Los Angeles]

 

SMITH: Ho sentito che stai facendo un disco nuovo.

JOPLIN: Sì, ci sono su più o meno da un mese, ormai. Sta venendo proprio bene. Mi piace il mio produttore, è proprio il tipo che ci vuole per me.

SMITH: Chi è che produce?

JOPLIN: Paul Rothchild.

SMITH: Non avevate mai lavorato insieme, prima?

JOPLIN: No, mai. Però lo conosco da un sacco di tempo, e stiamo andando alla grande. Ci sa fare molto, in studio, ci aiuta tantissimo.

SMITH: A che punto siete con l’album?

JOPLIN: Dipende dalle canzoni che facciamo. Sai, ora ne abbiamo abbastanza per l’album, ma ne stiamo scrivendo ancora delle altre. 

SMITH: Che cosa farai di quelle che resteranno fuori? Le terrai per il prossimo album?

JOPLIN: Beh, se valgono la pena potremmo tenerle da parte. Se no, cosa vuoi, le butteremo via. Ora ne mettiamo giù più che possiamo, poi faremo una cernita, no?

SMITH: Ti va di parlarne? Che genere di canzoni stai facendo?

JOPLIN: Mah, non so. Mi pare che ci tengano più i critici degli artisti a mettere tutto in categorie. Ad ogni modo, il gusto è più country-blues che R&B, come nell’ultimo disco che ho fatto, anche se un po’ di R&B c’è comunque. Non so… Sono cose che dipendono molto dalla strumentazione della band, e ora io non uso nessun fiato, predominano le tastiere. Quindi la sonorità è diversa da quella del vecchio materiale.

SMITH: Le canzoni sono nuove o vecchie?

JOPLIN: Alcune, vecchie. Altre sono nuove. Alcune sono state scritte per me, altre le ho prese da qualche disco. Qualcuno me le ha portate in studio. Una l’ho scritta io.

SMITH: Perché sei andata in California per registrare?

JOPLIN: A Paul piacciono gli studi di registrazione che ci sono qui. E poi io qui ci vivo… Cioè, non a Los Angeles, vivo in California. Mi piace molto di più qui che la East Coast.

SMITH: Sì, qui è stato abbastanza deprimente negli ultimi tempi, un inquinamento terribile.

JOPLIN: Più che altro io preferisco il modo di fare delle persone, qui in California; mi sembrano un po’ più affabili, un po’ meno ciniche, più disposte ad accettarti come sei e a lasciarti vivere. Lì, invece, sembra che stiano sempre tutti cercando di farsi a pezzi.

SMITH: Una volta – ti ricordi? – dovevamo fare un’intervista, è stato parecchio tempo fa…

JOPLIN: Sì, sì…

 

 

SMITH: E proprio il giorno in cui dovevamo farla, su «Rolling Stone» era uscito un articolo che ti attaccava. E tu ci sei rimasta malissimo. Ci resti ancora molto male, quando ti criticano sui giornali?

JOPLIN: Vedi, so che non dovrei farci caso, ma è come… Tanti, ma soprattutto le ragazze… Sai come sono le ragazze, quando una dice «Come mi sta questo?», hai presente? In quel caso tu non puoi dire

«Mah, a me il viola non piace», oppure «No, è troppo lungo» o qualcos’altro. No, devi sempre dire: «Sì, stai benissimo!». Ecco, le ragazze vogliono sempre essere rassicurate, lo sai, che poi si può dire un po’ per tutti ma per le donne in modo particolare, e a me sembra… Cioè, anche se io so benissimo che quelli sono una manica di stronzi che non sanno nemmeno quello che dicono, e che dovrei semplicemente andare avanti a fare la mia musica e per quello che me ne frega loro possono venire a sentirmi o stare a casa a farsi una sega, ecco, so che dovrei pensare così ma nel… dentro di me, mi rode veramente quando non piaccio a qualcuno. Hai capito? È sciocco.

SMITH: Sì, mi ricordo che quella volta ci eri rimasta proprio malissimo. 

JOPLIN: Sì, beh, quello poi per me era un momentaccio. Per me e per la nostra… Sai, quando stavo con i Big Brother era importantissimo per me se la gente mi accettava oppure no.

SMITH: Una cosa che ultimamente mi capita di sentire, in relazione al movimento di liberazione delle donne, che ora si è fatto molto militante, molto forte… Ecco, sento molte donne dire che l’ambiente del rock, nel complesso, non è altro che un grande fregatura maschilista. E se io obietto, «Sì, ma allora, Janis Joplin? Lei ce l’ha fatta», mi rispondono, «Oh, sai, quella lì». E non è della tua musica che parlano; sembra piuttosto che a molte donne del movimento dia fastidio il fatto che tu sia sessualmente così disinibita.

JOPLIN: Ah beh, è un problema loro, non mio.

SMITH: A te nessuna è mai venuto a dire niente?

JOPLIN: No. Anzi, non ho proprio mai neanche provato a parlare con nessuna del movimento di liberazione. Finora nessuna mi ha attaccato. Che senso avrebbe? Io rappresento tutto quello che loro dicono di volere, non so se mi spiego. Comunque io un’idea me la sono fatta. In un certo senso, uno non è niente di più di quello che si accontenta di essere. Non so se sono chiara… Sei quello e nient’altro. E allora, se quelle sono contente di fare da sguattere a qualcuno, il problema è loro, che cazzo. Perché sai, se invece non ti accontenti e tieni duro, puoi diventare tutto quello che vuoi. Ma come fanno ad attaccarmi? Io faccio solo quello che voglio fare e quello che mi sembra giusto, non accetto stronzate, e va bene così. Come fanno ad avercela con me?

 SMITH: Una che conosco mi ha detto: «Com’è che non ci sono mai donne nei suoi gruppi?».

JOPLIN: Trovami una brava batterista e io la prendo. Trovamene una capace. A parte che io, una ragazza in giro con me non la porto.

SMITH: Ah no?

JOPLIN: Di concorrenza ne ho già abbastanza, guarda. No, a me piace stare con gli uomini. Perché dovrei andare a cercarmi dei guai?

SMITH: Ti piace sempre andare in giro a suonare o invece preferisci lavorare in studio?

JOPLIN: Mi piace lavorare invece di… Mah, dipende, poi. È un altro paio di maniche. Una cosa è registrare, un’altra suonare in giro. La strada è faticosa se ci stai troppo a lungo, ma se pianifichi una tournée in modo intelligente, se non ti ritrovi a dover girare, non so, cinquanta settimane all’anno, allora a me lavorare di fronte al pubblico piace. Tutte quelle menate che ho detto sulle donne, dici che era meglio di no?

SMITH: No, figurati, hai detto quello che ti sentivi di dire. Non credo che tu debba preoccuparti. Quanto al movimento delle donne, se solo tutti dicessero quello che pensano, l’atmosfera migliorerebbe subito, sai?

JOPLIN: Vedremo, perché, insomma, io leggo questi giornali, «Youth», «L.A. Free Press»… Vedo che succedono un sacco di cose di cui io non ho la minima idea. Cioè, è molto strano, ma una volta che lavori nella musica, praticamente tutta la tua vita comincia a girare intorno a impresari e musicisti, musicisti e discografici, musicisti e musicisti, musicisti e chitarristi e autisti e buttafuori e impresari e musicisti. Mi spiego? Non ci vuole niente a finire praticamente imprigionati in un, come si dice, in un gruppo esclusivo di persone. Non esclusivo nel senso che esclude qualcuno, ma semplicemente perché è fatto di gente che è lì perché lavora in quel certo campo. Quindi non è che ho tanto l’occasione di andare per la strada e di vedere tutta questa gente, tutti con la loro menata. Perché se io parlo di cose come la promozione, il botteghino, i turnaround di cinque accordi, o, non so, di un’eco di tre decibel sul basso, e uno non capisce di cosa parlo, allora non è che abbiamo molto da dirci, ti pare? Ecco, la mia vita mi ha portato a questo punto. Penso in termini di Holiday Inn, di buon feeling con il pubblico, di un buon suono di basso, cose così. È per questo che di donne del movimento di liberazione ne incontro poche. Quelle che conosco io hanno già abbastanza da fare nella loro vita.

SMITH: Sono curioso di sapere una cosa, perché ne ho sentito parlare. Si sente sempre di cantanti che hanno problemi con la voce…

JOPLIN: Io non sto perdendo la voce; non è mai andata meglio.

SMITH: Ah. Ecco, questo volevo chiederti, perché delle volte, quando ti guardo sul palcoscenico, mi chiedo come tu possa farcela.

JOPLIN: È più forte che mai, basta che non debba lavorare troppo, capisci? Se riesco a non lavorare più di tre sere alla settimana, andrò avanti per l’eternità.

 SMITH: Bene, tanti auguri. Vediamoci, magari, la prima volta che vieni a New York… 

JOPLIN: Chiama Myra [Friedman] e dille un po’ quello che ho detto, se non ho detto qualcosa fuori posto; magari non vorrà che la usi.

SMITH: Ma davvero, non ci pensare.

JOPLIN: No, è che non voglio offendere nessuno. Perché insomma, tu lo sai, tutto l’insieme di cose che mi trovo sul groppone, tipo l’educazione repressiva, cose così… Perché ho anche quella… Cioè, cosa credi, che a Port Arthur, Texas, non abbia ricevuto un’educazione repressiva? È solo che, siccome rischiavo di uscire matta, io non mi sono mai arresa. Non credo proprio che tu possa convincere qualcuno a resistere a una cosa del genere se non ce l’ha dentro, quel bisogno di qualcosa di più… Solo un bisogno di qualcosa di più: se hai bisogno di qualcosa in più, lo otterrai, cercherai di ottenerlo, non so se mi spiego.

SMITH: Capisco bene che cosa intendi.

JOPLIN: Però davvero, lo faresti per me, di parlarle, casomai abbia detto qualcosa di sbagliato?

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