Semiosi illimitata.
(Umberto Eco, Interpretazione e sovrainterpretazione)
Nella raccolta A volte ritornano di Stephen King (ed. Bompiani) si può leggere un’introduzione firmata dallo scrittore John D. MacDonald. È un’introduzione molto piacevole scritta dall’autore del romanzo The Executioners trasposto in due versioni cinematografiche, la prima del 1962 col titolo Cape Fear interpretata da Robert Mitchum e la seconda del ’91 diretta da Martin Scorsese con Robert De Niro e un cast all star. The Executioners è grosso modo un romanzo dell’orrore, anche se John D. MacDonald, morto nel 1986, non viene certo ricordato come scrittore horror, ma piuttosto per i suoi romanzi hard-boiled, pulp e persino science-fiction. Come mai, allora, l’autore di un solo romanzo più thriller che horror ha firmato la prefazione di una raccolta di racconti dell’orrore scritta da uno scrittore dell’orrore?

Nell’introduzione, MacDonald suggerisce una risposta a questa domanda: “Per una strana coincidenza, oggi il romanzo Una splendida festa di morte di Stephen King e il mio romanzo Condominium, sono entrambi sull’elenco dei bestseller. Non siamo in gara tra noi per rubare la vostra attenzione. Siamo in gara, immagino, con i libri inetti, pretenziosi e sensazionali pubblicati da editori che non si sono mai preoccupati di imparare veramente il proprio mestiere”. Vale la pena però di soffermarsi un momento sull’espressione usata da MacDonald ad inizio paragrafo ossia “strana coincidenza”. MacDonald starebbe dunque scrivendo la sua prefazione al romanzo di King per questa “strana coincidenza” che, come abbiamo appena visto, lui stesso ha indicato.
Ma è la sola?
Per rispondere a questa domanda, proviamo a dare un’occhiata al romanzo Una splendida festa di morte di Stephen King. È il romanzo da cui è stato poi tratto il famigerato capolavoro di Stanley Kubrik Shining. Ne sono state date dozzine di letture, ma forse nessuno fino ad ora si è mai davvero accorto di questo particolare: i nomi dei protagonisti del romanzo sono gli stessi di alcune delle catene fast-food più popolari negli Stati Uniti d’America: Jack, Wendy e Danny. Danny riprende il nome della catena fast-food Denny’s, Wendy di Wendy’s e quanto a Jack, Jack riprende addirittura il nome di una catena fast-food che riassume in tre parole l’idea stessa del romanzo di cui egli è protagonista: Jack-in-the-box, ossia Jack-nella-scatola, che fa moltissimo pensare a Jack-Torrance-chiuso-nel-suo-albergo-di-fantasmi-come-in-una-scatola.

Va detto che Wendy’s, all’epoca dell’uscita del romanzo, era già in circolo dal 1969, Jack in the box dal 1959 e quanto a Denny’s (che si scrive con la “e” e non con la “a” come il Danny del romanzo di Stephen King) dal 1953. Dunque questo romanzo scritto da un autore omonimo della catena fast-food Burger King e che ha scritto un romanzo dove i tre protagonisti principali portano il nome di tre catene di ristoranti fast-food (Denny’s, Wendy’s e Jack-in-the-box) nel 1979 finisce, guarda caso, nella classifica dei bestseller in contemporanea col romanzo di un autore anch’egli omonimo di un’altra delle più celeberrime catene di fast-food al mondo ossia MacDonald’s – e questo stesso autore firma la prefazione della successiva raccolta di racconti del collega (MacDonald/King).
Perciò, ecco che la risposta alla domanda che ci siamo posti tre paragrafi fa, per quanto in modo piuttosto inquietante, si fa strada da sé. No, quella di cui parla MacDonald nella sua prefazione non è la sola coincidenza: la coincidenza più importante è probabilmente l’accoppiamento dei cognomi MacDonald-King.
La risposta si fa largo in modo piuttosto inquietante perché se fosse questa la reale ragione che ha fatto sì che nel 1980 MacDonald firmasse la prefazione alla raccolta di King, allora significherebbe che in sé e per sé non sia stato per la sua importanza d’autore che MacDonald abbia scritto la sua prefazione, ma per il semplice fatto di portare il cognome omonimo della più famosa catena fast-food al mondo.

Già, perché se ti chiami col cognome che richiama uno dei colossi industriali più giganteschi che siano mai esistiti (Burger King) e se per sventura ti succede di diventare a tua volta un colosso industriale di proporzioni mastodontiche (non è nemmeno il caso di ribadire qui che Stephen King più che un autore di bestseller è un’industria di bestseller), ciò potrebbe significare che la tua presenza costituisca ipso facto una pubblicità a getto continuo (sia pure in via subliminale) all’altro colosso e una minaccia potenziale per gli altri concorrenti sul mercato – tra i quali, nel caso qui in esame, MacDonald’s, Wendy’s e Jack-in-the-box. Si vede la copertina di un romanzo di King, si pensa al cartello pubblicitario di Burger King. E forse è possibile che questa valutazione sia stata fatta anche da altri e da qui sia nata l’idea di tirare in ballo lo scrittore John D. MacDonald.
Ma da chi esattamente?
Se scartiamo l’ipotesi che si tratti solo di un caso, entriamo nel campo scivoloso del puro speculare romanzesco. Entriamo nell’amplissimo reame della dietrologia. Forse Stephen King ha ricevuto qualche forma di pressione dal colosso MacDonald’s in persona oppure Stephen King stesso ha voluto semplicemente giocare con le omonimie. C’è però un’ipotesi forse più suggestiva. Forse l’autore di romanzi di genere dell’orrore che porta il cognome di una delle più famose catene fast-food al mondo e che ha scelto come perno della sua poetica una sorta di critica alla società capitalistico-consumistica occidentale (nel mondo di King, ricordiamolo brevemente, i mostri possono essere camion, cornicioni, compressori, falciatrici, cellulari, tritarifiuti, automobili, insomma merci e oggetti di cui consta complessivamente il mondo capitalistico consuma-e-godi in auge negli Stati Uniti dal boom degli anni ‘50, oltre a quanto di più innocuo solitamente consideriamo, come cani, gatti, campi di grano, fiori…) ha voluto consapevolmente fare utilizzo dei cognomi che richiamano quelli dei fast-food nel modo qui illustrato allo scopo di inserire cripto-messaggi nelle sue opere.
A sostegno di quest’ultima interpretazione va considerato che Stephen King non sarebbe nuovo a usi criptici della lingua. Tutto sembra facile, scorrevole e senza complicazioni con l’autore nato a Portland nel Maine nel 1947, ma non tutti sembrano pensarla in questo modo. Ecco ad esempio che cosa scrive lo scrittore di fantascienza Harlan Ellison nella sua introduzione a un saggio in Italia edito da Fanucci:
“Come Harold Pinter, ed Ernest Hemingway, Ray Bradbury e Stephen King sono scrittori profondamente allegorici.
Questi quattro sembranoessere degli scrittori mimetici, ma non lo sono! Sembrano scrivere semplicemente, senza complicazioni, ma non lo fanno! Come con la danza di Fred Astaire… che sembra così libera, naturale e facile, che persino il più intronato di noi dovrebbe essere in grado di ripeterne i movimenti – sino a quando non proviamo e cadiamo – quello che fanno questi scrittori è fare in modo che la creazione High Artsembri ripetibile. […]
Le trame contano poco. I racconti non sono sfrenatamente inventivi. La sequenza degli eventi non è eccellente. È lo stile in cui sono scritti che li fa volare. […] I libri di Stephen King vanno bene come sono perché lui scrive più di ombre che di sostanza. Lui si insinua nel flusso del fluido cerebro-spinale con la funzione dialettica di un moderno mito americano, occupandosi di immagini archetipali provenienti dal preconscio o dal conscio che presagisce la crisi della nostra cultura proprio mentre diventa realtà”
Dunque con Stephen King niente è scontato come sembra.

Si pensi ad esempio a uno degli ultimi romanzi di King Under the dome. Da alcuni commentatori è stato rilevato come ci siano somiglianze tra quest’opera e il film dei Simpson e, anche se Stephen King nega ogni volontarietà, va ricordato che ci sono almeno quattro puntate della famosa serie televisiva che si riferiscono ai romanzi di King e che esiste una puntata dove Stephen King viene addirittura messo in scena direttamente – sta cercando di spaventare una segretaria con una lampada da tavolo. Davvero Stephen King ha agito involontariamente? Oppure ha inserito di proposito una lunga cripto citazione per rispondere alle provocazioni lanciate dagli autori dei Simpson?

Pensiamo al romanzo Cujo. Parla di un cane San Bernardo che contrae la rabbia e comincia a sbranare tutte le persone che fino a quel momento si sono fidate di lui. Il romanzo non ha molto a che fare col soprannaturale, ci viene quasi cacciato a forza col capitolo iniziale dove si descrive uno spirito che aleggia sulla cittadina dove i fatti si svolgono e che si sarebbe impadronito prima del corpo di un poliziotto e ora appunto di un cane. Nel film tutta questa faccenda non viene nemmeno trattata. Invece il soprannaturale entra nella storia attraverso un’allusione piuttosto difficile da cogliere. Cujo ficca il muso in un anfratto dove stanno nascosti centinaia di pipistrelli e alcuni finiscono per beccargli naso e ganasce trasmettendogli la rabbia e anche qualcosa di malvagio. Al termine della pellicola Cujo verrà finito con una mazza da baseball e forse la scelta di far finire la vicenda proprio in questo modo si può interpretare così: Cujo-pipistrello-vampiro viene messo fuori combattimento da una mazza-da-baseball-crocefisso. Del resto, è noto quanto per gli americani il baseball sia più che uno sport quasi una religione.

In ogni caso, a parte questa breve digressione, interessante è forse notare che nel mezzo del film, durante una scena piuttosto secondaria, uno dei personaggi citi per scherzo Lo squalo di Spielberg canticchiandone anche la colonna sonora. Cujo di King è del 1980, Lo squalo di Spielberg del 1978. Forse nel film attraverso questa citazione si vuole suggerire che le idee si assomiglino talmente da essere di fronte tutto sommato quasi a una sorta di novelization da parte di King – se non addirittura a un plagio involontario? In On writing, circa vent’anni più tardi, lo stesso King ammetterà di aver scritto quel romanzo in pochi giorni sotto effetto di cocaina e quasi di non ricordarsene più affatto. Forse si può pensare che quel film (ritenuto più o meno unanimemente piuttosto brutto) sia stato intenzionalmente girato allo scopo di suggerire che ci sia una somiglianza troppo evidente tra le due idee?

I film anni ‘80-‘90 tratti dalle opere di King rendono ad esse così poca giustizia che viene quasi voglia di crederlo: che ci sia stata una sorta di complotto contro l’autore del Maine per abbassare di qualche quota la sua popolarità. I film tratti dai romanzi di King di sicuro, come ogni buon fan dell’autore di Dolores Claiborne sa bene, non rendono certo il miglior servizio possibile alle sue storie e non invogliano certo alla lettura dei libri – non se si pensa a pellicole come I figli del grano o L’incendiaria o Cujo stesso, per non parlare delle parole terribili spese da Kubrik sul romanzo di King da cui il grande regista ha tratto il suo capolavoro Shining: “Il romanzo non è affatto un’opera letteraria seria – ha sentenziato Kubrik – ma la trama è, in gran parte, molto ben elaborata, e per un film ciò è spesso tutto quello che importa davvero”. Forse quella del complotto è dopotutto un’ipotesi plausibile. Del resto, i qui citati Under the Dome e Cujo, non sono gli unici romanzi di King che utilizzano formule e archetipi già presenti in altre pellicole cinematografiche di successo. Si pensi a Rose Madder del 1995. Non assomiglia tremendamente in versione fantasy al film interpretato da Julia Roberts conosciuto in Italia col titolo A letto col nemico del 1991? Il romanzo Christine – La macchina infernale del 1981 non assomiglia alla pellicola del 1977 Macchina nera a sua volta influenzato da Duel ancora una volta di Steven Spielberg? Secondo gli appassionati la macchina nera che si muove nella cittadina di Santa Ynez è una sorta di “Squalo” su quattro ruote. Gli stessi Goonies (1985) e It (1986) hanno evidenti legami di parentela. La prima cosa che verrebbe da pensare è che sia stato King a ispirarsi a queste pellicole. Ma se lasciamo cadere l’occhio sulle date di composizione dei romanzi dell’autore di Il gioco di Gerald si delineano ben altre ipotesi. Forse qualcuno può aver passato le idee di King a qualche sceneggiatore e produttore, mentre l’autore del Maine era ancora a lavoro? Come mai Stephen King segna la data d’inizio e di fine delle proprie opere in calce alle stesse? Si tratta solo di un vezzo oppure è una forma di tutela proprio da simili situazioni di “spionaggio”? Ha davvero senso parlare di spionaggio tra mondo del cinema, della televisione e della letteratura? Si potrebbe ipotizzare che cinema e televisione negli ultimi anni hanno battuto la letteratura anche perché hanno saputo giocare d’anticipo appropriandosi delle sue idee migliori – e senza versare, tra l’altro, un centesimo d’investimento. In ogni caso, e ciò è quel che più importa qui in questo scritto, le opere di King, film o romanzi che siano, sono disseminate di cripto-citazioni, rimandi e allusioni più o meno dappertutto.
Pertanto, stando così le cose, è forse possibile ipotizzare con un certo grado di credibilità che partendo dalla premessa di vivere in tempi di mercificazione di ogni cosa, persino del cibo (Burger King, MacDonald’s, Wendy’s, Jack-in-the-box), e della letteratura (il mercato dei tascabili, i generi letterari, le tirature su larga scala…), Stephen King si sia calato dentro questa realtà fingendo di avere il suo stesso aspetto (ossia quello di romanziere popolare; autore di romanzi pocket da quattro soldi in mezzo a romanzi pocket da quattro soldi) per cercare, tale realtà, di mostrarla, denunciarla e contrastarla. Attenti, ci sta dicendo King da più di trent’anni. Fate attenzione. Letteratura horror. Cibo horror. Cellulari horror. Virus horror. Società horror.
Se si accetta quel che abbiamo appena scritto, allora si può forse affermare con assoluta sicurezza che Stephen King sia uno scrittore eccezionale. Lo è perché appunto il suo cosiddetto horror è tutto sorretto e circondato da una spinta etica evidente senza essere mai gratuito – persino quando lo è, ci sono segnali nel testo che lo indicano chiaramente. Solo per fare un esempio, nel racconto Torno a prenderti della raccolta Al crepuscolo proprio nel mezzo di una narrazione che, pur essendo estremamente godibile, sembra essere solo di puro intrattenimento, Stephen King inserisce la citazione di una canzone country che recita: “Mi sono accorto di non essere tagliato a farlo quando ormai avevo guadagnato troppi soldi”. C’è spesso se non sempre controllo e consapevolezza nelle opere kinghiane. E appunto spinta etica, opera moralizzatrice. Qualche volta l’autore del Maine è stato accusato di alimentare con le sue opere le paure della gente, ma “alimentare le paure della gente”, se non è fatto in modo barbaro e gratuito - e questo non pare certo il caso di Stephen King -, significa renderla più consapevole e farla vivere maggiormente all’erta. Avere paura di qualcosa significa ragionare su ciò che si sta facendo. Costringe a porsi domande. Ciò che mette paura sveglia dal torpore. È un antidoto all’annichilimento. Del resto, anche le favole per bambini, come sappiamo, sembrano avere il compito di mettere in guardia, spaventandoli, i propri ascoltatori - e sul loro valore educativo non si discute.
È poi scrittore fenomenale perché riesce a rendere popolare la letteratura utilizzando al massimo livello l’insieme di tecniche di cui la letteratura stessa dispone. È facile infatti dimostrare come ogni opera di King sia anche un esercizio di stile di massima altezza. Per fare solo un altro esempio, sempre nella raccolta Al crepuscolo è possibile leggere un racconto che si intitola Il gatto del diavolo e questo racconto è tutto quanto giocato sugli spoiler. Si anticipa in due righe un fatto e poi lo si riscrive nel paragrafo successivo gonfiandolo di particolari. È un esercizio molto divertente e tra l’altro, per restare in tema di allusioni, il protagonista di questo racconto guida una Plymouth del ’73 con un motore Cyclone Spoiler. Insomma leggendo King ecco che la letteratura spinta al massimo delle sue possibilità piace, vende, diventa accessibile, avvince milioni di lettori. Questo è ciò che rende l’autore di Misery uno scrittore eccezionale. King è la dimostrazione che in tempi di new media il buon vecchio inchiostro sulla carta, se fatto girare al massimo voltaggio, diventa bello, acquista appeal, funziona.
Altra cosa che rende King uno scrittore d’eccezione è che tutto questo impiego sontuoso di mezzi tecnici (nelle opere di King troviamo metafore, similitudini, dialoghi, flussi di coscienza, prolessi, analessi, periodare icastico, fraseggiare lungo, omaggi letterari, stile alto, stile kitsch, tutto mescolato insieme nello stesso romanzo, creando una vorticosa variatio che ipnotizza milioni di lettori, non li stanca, li tiene lì) avviene all’interno del genere dell’orrore. Forse per questo King è tanto popolare. Perché opera all’interno del genere dell’orrore e del pulp. La letteratura al massimo delle sue possibilità probabilmente di per sé disorienta e allontana (spessissimo succede così), ma se ciò che disorienta e allontana viene presentato all’interno di un genere che tratta per definizione ciò che allontana e disorienta, allora per il pubblico di lettori ecco che improvvisamente essa diventa accettabile, diventa persino quello che è e che vuole essere, ossia diventa uno spettacolo gradevole.
Questo porta a considerare che forse la letteratura più pura è sempre un po’ ontologicamente iperbolica (nonostante il germogliare costante di spesso pretesi realismi e verismi) e che il narratore popolare è colui che riesce a trovare il miglior modo, il modo più onesto, più pulito, ma soprattutto il modo più esatto, di presentarla. Forse si potrebbe obiettare che presentare la letteratura nel modo più esatto è ucciderla, farle cessare di essere letteratura vera – come si sarà senz’altro compreso qui il termine “letteratura” è inteso in senso qualitativo. Per intenderci, sarebbe come portare a casa uno straniero e, anziché farlo passare per un amico di famiglia, presentarlo esattamente per quello che è: ossia uno straniero. A questo punto si capisce benissimo che chiunque sarà in grado di ricondurre alla griglia interpretativa più appropriata ogni reazione disorientata di fronte a questo soggetto presentato appunto come straniero. Fa paura perché deve fare paura. Stranisce perché deve stranire. Non importa che a farlo sia una metafora piuttosto che un flusso di coscienza; che sia come viene trattato il soggetto piuttosto che il soggetto stesso: tutto rientra comunque in un quadro comprensibile e gestibile. Non c’è da preoccuparsi troppo. Anzi è accettabile. Anzi è persino gradevole e bello. Anzi, ci si sta totalmente a proprio agio.
Magari è proprio per quest’ultima ragione (ossia perché nelle opere di King ogni cosa è chiara fin dal principio) che un autore da centinaia di milioni di copie in tutto il mondo ancora oggi non riesce a convincere interamente le élite della critica. Romanzi come Cecità di Saramago o La strada di McCarthy o La moglie dell’uomo che viaggiava nel tempo della Neffinger o i romanzi di Bret Easton Ellis o dello stesso Franzen e di molti altri autori che si muovono ai confini del genere fantastico, e in certi casi dell’horror, riescono a essere popolari e allo stesso tempo convincono la critica perché le loro opere conservano un’ambiguità di fondo e riescono a ottenere quell’effetto perturbante nel modo che si è prima tentato di descrivere e che le opere di King invece non riescono proprio a ottenere; oppure le opere di King non riescono a convincere ancora le élite per la ragione molto più prosaica che nessuno si è fino a oggi dato reale contezza dell’assetto pluristratificato di significati della maggior parte di esse.
In alcuni casi ancora ci si domanda se Stephen King sia o non sia scrittore nel senso più pieno di questo termine, senza rendersi conto che, scrittore o cantastorie, quel che conta è produrre letteratura, arte, etica. Solo per fare qualche esempio, riferendoci anche alla produzione nostrana, Dario Fo ha fatto letteratura attraverso il teatro così come lo ha fatto il genio italiano Carmelo Bene – e spesso in vita si è sentito criticare a causa del fatto di non essere stato attore vero. Carmelo Bene usava la sua categoria di attore e il linguaggio teatrale per produrre letteratura più o meno come Bob Dylan usa la sua figura di cantautore e la forma della canzone per produrre letteratura, arte, poesia tanto quanto… Stephen King usa la categoria di romanziere popolare muovendosi all’interno di circuiti iper-commerciali per fare la stessa cosa.

A tal proposito il romanzo It sembra proprio costituire una silloge definitiva all’aspetto pluristratificato di significati a cui si è appena accennato.
It è un romanzo horror a tutti i livelli. Anche solo esteriormente. Mentre si tiene in mano il tomone di 1238 pagine pubblicato nel 1986 e ci si trova, poniamo, a pagina 400 o 500, si ha infatti per davvero l’impressione di avere tra le mani non un libro, ma un mostro di libro, qualcosa che va al di là delle categorie convenzionali e accettabili di libro, qualcosa che le fa esplodere e che è già di per se stesso un It, un “robo”, se così si può tradurre, piuttosto indefinibile e inclassificabile. It è insomma già nel suo aspetto mimesi-critica a tutti quei bestseller rigonfi che riempiono da anni gli scaffali dei supermarket e delle discount librarie da quando è nata e si è rinforzata nel secolo scorso la realtà della cosiddetta industria culturale. Ancora una volta la presenza di King sembra avvertirci di far attenzione. Libri horror. Letteratura horror. Scaffali horror. Non c’è niente di buono qui in mezzo. It stesso, poi, che è un mostro in grado di assumere ogni sembianza di mostro (può diventare lupo mannaro, mummia egizia, uccello preistorico, mostro del lago …) e che dunque per il lettore si presenta sotto questo aspetto estremamenteeasy e popolare, è però anche rappresentazione metaforica di una delle malattie più spaventose e catastrofiche della nostra società attuale ossia l’AIDS.
It è del 1986. Ci si trova dunque in piena crisi epidemica e all’interno del romanzo (specialmente se letto in lingua inglese) è possibile rintracciare numerose allusioni alla terrificante malattia – come per esempio nei capitoli riguardanti Adrian Mellon o quelli relativi a Eddie Kaspbrak. Molto rapidamente, ciò che, ad esempio, nel capitolo intitolato Eddie Kaspbrak prende la sua medicina in italiano Tullio Dobner ha tradotto con “stivali di gomma”, in inglese è “rubbers” che significa non solo “stivali di gomma” ma anche “preservativi”. Allora le esortazioni della madre di Eddie a prendere gli “stivali di gomma” prima di uscire perché, cagionevole di salute com’è, suo figlio si ammalerebbe di sicuro, acquistano un doppio senso ben più inquietante e si legano per via allusiva al capitolo precedente che ha per protagonisti la coppia omosessuale Adrian Mellon e Don Haggarty. L’AIDS è una malattia mutante così come mutante è It. L’AIDS si trasmette attraverso uno dei gesti più belli che un uomo e una donna possano fare ossia fare l’amore (oppure attraverso gli aghi infetti per iniettarsi droga ovvero per andare alla ricerca di allucinazioni, consolazione, felicità) e It si presenta sottoforma di colorato e divertente - ed eccoci tra l’altro rientrati in pieno nel nostro tema - clown. Interessante anche notare che questo clown distribuisca palloncini colorati - i quali. in qualche modo, possono richiamare l’immagine, ancora una volta, dei preservativi. E naturalmente It non assomiglia che a Ronald MacDonald ossia all’icona dei fast-food MacDonald’s.
Di nuovo MacDonald’s.
Questa volta associato all’AIDS.
Si tratterà soltanto di un’altra “strana coincidenza”?

Arrivati a questo punto ognuno è libero di interpretare e istituire le connessioni che ritiene migliori (come ad esempio che Stephen King abbia firmato fino a quel momento un solo altro libro dalle stesse sembianze di It ossia L’ombra dello scorpione, 929 pagine, il quale tratta la propagazione di un virus che annienta l’umanità) cercando di decidere se lo scrittore del Maine ci abbia detto e ci stia a tutt’oggi ancora dicendo, attraverso le sue opere, molto più di quel che può sembrare a una prima vorace quanto svagata lettura seduti in metropolitana o nella sala d’attesa di un aeroporto.
Poscritto. È un fatto che King e MacDonald fossero grandi amici e con questo scritto non si vuole certo far torto al valore di quella amicizia. Nelle prefazioni, nelle dediche, nei ringraziamenti il nome di John D. MacDonald compare ancora oggi spessissimo nei libri del Maestro che sempre ne ha un ricordo affettuoso e assai rispettoso.
- Materiali
- 17 gennaio 2012







Molto, molto interessante. Penso che in questo articolo siano contenute varie mistificazioni, ma la base, l'intuizione dalla quale si dipanano ragionamenti e idee, è innegabile: King è autore imbevuto di cultura pop, e i suoi romanzi e racconti altro non sono che una riscrittura -- a volte senza infamia né lode (come nelle primissime raccolte di racconti, piuttosto che nel romanzo in fondo abbastanza incolore "Le Notti di Salem"), altre volte supportata da un'abilità narrativa senza confronti (provate a leggere una perla come "I Langolieri" e vedete se non vi scorre davanti come olio purissimo) -- di storie già trite e ritrite: oggetti posseduti, case infestate, città invase, e via discorrendo. Ciò che cambia è solo la trasposizione dall'antico al moderno.
Faccio però notare un dettaglio. Se King è chiaramente, anche oggi, indipendentemente dall'età, un ragazzotto vitaminizzato figlio della cultura rurale democratica americana, bisogna anche considerare che le sue letture non sono unicamente rappresentate da fumetti e best seller. Anzi. King cita spesso e volentieri autori raffinatissimi e di certo non mainstream, da Borges a Melville. Io credo che lui voglia in qualche misura "farli trapelare" anche se a un livello diverso dalla pura e semplice efficacia della narrazione. Insomma, vuole vendere, e sa vendere, ma il suo scopo ultimo non è solo vendere, ma anche essere uno scrittore. La questione dell'horror -- da lui peraltro sempre affrontata in questi termini -- è congiunturale: si mette a scrivere, e le cose gli escono così, indipendentemente da quelle che sono le sue letture complessive e i suoi gusti complessivi.
Ecco, questa lettura -- per quanto originalissima e ben documentata -- non mi stupisce più di tanto. Aggiunge semplicemente un ulteriore filone di analisi kinghiana, molto stimolante.
Questo articolo andrebbe messo nei libri di scuola.
Condivido tutto e dunque non mi dilungherò, aggiungendo qualcosa di superfluo a quel che Marco Candida ha già detto con straordinario nitore e ammirevole cultura.
L'immaginazione di Stephen King, per qualche misterioso motivo, è sintonizzata meglio di quella d'ogni altro scrittore sui nodi oscuri, sulle pendenze, sulle rese dei conti insomma della nostra epoca. Ed essa, in virtù di tale connessione e d'una forza visionaria incomparabile, funge e fungerà da dinamo per molti scrittori, registi e in generale per chiunque sia realmente creativo, oggi e per tanti anni ancora - forse per sempre.
Una cosa soltanto: anche l'ultimo libro di King - 22/11/63 - è un lavoro, al pari di It o L'ombra dello scorpione, nient'affatto perfetto o ripulito, ma davvero geniale; è un'opera-mondo che riflette acutissimamente sul tempo, ovvero sull'enigma in cui noi umani siamo immersi. Ne vien fuori un racconto poetico e a tratti struggente, che consiglio vivamente di leggere e riflettere perchè in definitiva ci parla di noi.
Attenzione però a non divinizzare troppo il talento di King. Tempo addietro, leggendo un romanzo di Thomas Tryon, autore abbastanza misconosciuto qui da noi, anche se a suo tempo pubblicato e apprezzato, ho avuto modo di riscoprire "tutto un mondo orrorifico" (sintetizzo) che lungo gli anni settanta ha caratterizzato una sorta di substrato narrativo dal quale lo stesso King ha tratto linfa vitale. Penso che pochi dei lettori conoscano questo Tryon, eppure il suo "Harvest Home" è uno dei massimi capolavori che la cosiddetta narrativa horror americana possa vantare, e ha fornito a King una quantità di ispirazioni che solo la lettura di questo autentico gioiello può squadernarvi davanti.
Ne parlo in questo post, aggiungendo un'ispiratissimo commento di Danilo Arona. http://thephilgeekplace.blogspot.com/2011/11/riscoperte-il-caso-harvest-... Sul serio, non è minimamente per fare pubblicità al mio modestissimo blog, che vi potete da subito dimenticare, ma per far conoscere a chi non lo conosce un autore che a livello di profondità, mistero, capacità di suscitare interrogativi di profondità cosmica eppure incredibilmente umana, sta sopra a King di qualche spanna. (Il post, se lo seguite, contiene anche il pdf di questa edizione introvabile e fuori commercio.)
Ulteriore dettaglio: il soprannaturale. Quasi sempre King, per rappresentare ciò che rappresentare vuole, si avvale del soprannaturale. Ebbene: immaginate Tryon come un autore capace di ottenere lo stesso... ma non voglio anticiparvi niente.
Tornando a noi, Stephen King -- il parallelo è pindarico, ma da musicista ve lo posso garantire -- è un po' come il nostro Franco Battiato. Se non ci fosse stata la musica elettronica progressiva, non avrebbe fatto la svolta degli anni settanta. Se non ci fosse stato il compositore di Castelfranco Giusto Pio (e il suo stile), non avrebbe tramutato le esperienze d'avanguardia dei seventies in quel capolavoro che fu l'album "L'Era del Cinghiale Bianco" (1979) immediato preludio allo stile che lo fece diventare, con "La Voce del Padrone" (1981, prima tiratura a un milione di copie), quello che conosciamo tutti. E se non ci fossero stati successivamente i vari musicisti, scrittori e filosofi coi quali ha stretto legami profondissimi, facendosi di volta in volta suggerire ambiti di esplorazione -- dall'opera musicale, con quella prima "Genesi" (1987) che vide l'entrata in classifica pop di un brano paragonabile a lavori di Philip Glass e Terry Riley, fino addirittura al cinema, al documentario, al balletto e infine addirittura all'opera musicale multimediali a base di ologrammi -- banalmente non sarebbe diventato quello che è. Questo significa che vale di meno? No. Anzi. Significa che ha saputo sintetizzare in un corpus organico una molteplicità di apporti che sarebbero rimasti isolati.
Non credo a una precipua superiorità di King nel fare dell'horror un genere letterario, se non nobile, profondo. Credo che King abbia solo in mente ciò che dice sempre di avere in mente: piluccare a destra e a manca per scaricare addosso al lettore badilate di emozioni, mettendo in scena l'America della gente comune di fronte all'ignoto.
Intendiamoci: non è poco.
@ filippo albertin
Quello che dici a proposito degli spunti di King è giusto (voglio approfondire Tryon, che non conosco e che ha destato la mia curiosità), ma consentimi un parallelismo azzardato: King sta alla letteratura horror/fantasy come Shakespeare sta al teatro. Cioè pure lui spizzica qui e là, trae ispirazione da questo e da quello eccetera, ma poi rielabora creativamente e lo fa con la sua inconfondibile cifra - che sembra "facile" ma resta a mio avviso tuttora misteriosa, un'alchimia la cui formula egli ci ha nascosto per sempre. Il talento di King, come quello di autentici "mostri" artistici (penso pure a Mozart) è anche un talento da assorbimento, da assimilazione e digestione rapida ed efficace. Lui inghiotte e passa a un altro...
In tal maniera King ha creato nel corso d'oramai quattro decenni un'opera colossale da cui, nell'ambito fantasy/horror, non si potrà mai più prescindere. Ha marchiato il nostro immaginario molto più di quanto noi stessi ci rendiamo conto. E grazie alle pellicole cinematografiche è entrato nella fantasia anche di chi non l'ha mai letto e crede di non conoscerlo.
Il mondo/King insomma è vastissimo (non c'è un'opera singola che lo rappresenti, ma tutte le sue opere costituiscono un infinito continuum), e noi lo abitiamo irrevocabilmente.
Ma certo, siamo d'accordo. Lui ha sintetizzato mirabilmente questi apporti, e ne ha fatto scrittura viva ed efficace. Ribadisco che non è poco.
Aggiungo un'altra coincidenza che mi è sfuggita durante la stesura del testo. John D. MacDonald è deceduto nel 1986 che è lo stesso anno di uscita di It e che ruota, evidenziamolo, attorno alla figura di un personaggio simile a quello dei fast-food MacDonald's.
Un'analisi dettagliata e interessante. Certo, King è un universo più che un mondo e un universo ha luci e ombre. E' una macchina che macina chilometri, ma attraversa sempre paesaggi particolari. Non sono certo un intenditore, ma sono sempre rimasto affascinato di come King usi tutte le tecniche possibili e immaginabili per narrare un fatto. Considero Dolores Cleiborne una sfida e un capolavoro, per come sia riuscito a svolgere un intero romanzo attraverso un unico ininterrotto monologo
una lettura magistrale, approfondita, ampia, documentata, interessantissima. Chi può negare che l'osservazione e l'analisi dei protagonisti culturali del secolo precedente siano una chiave di lettura ineludibile della cultura contemporanea? Ecco che questa analisi puo' tranquillamente essere usata per integrare la lettura e la comprensione delle opere d'arte contemporanee in un ambiente scolastico, anzi mi sembra irrinunciabile. Per capire la "destruttrazione" e i temi di fondo degli artisti cresciuti con questi stimoli, immersi in queste suggestioni. Grazie, DOPPIOZERO.
Marco Candida compie una comparazione ed un analisi attenta, approfondita, impareggiabile!
Credo che questa bella lettura trasversale e comparativa di opere che sono infine fondamentali per la formazione di alcuni aspetti della cultura fenomenologica odierna possa essere utilmente utilizzata in ambiente scolastico, per capire, insieme ai ragazzi, come questi autori e questi libri abbiano contribuito alla costruzione non solo della loro stessa "forma mentis", ma anche alla formazione della cultura visiva degli stessi artisti contemporanei, molti dei quali cresciuti con queste suggestioni. Nella loro produzione, infatti, gli artisti più giovani operano fondamentalmente attraverso "destrutturazioni", allegorie, rimandi, ma soprattutto citazioni, e non è dunque superfluo valutare questi aspetti, ritenendoli, senza lungimiranza, non influenti. Anzi la superficialità starebbe proprio nell'ignorarli! Questo articolo mi sembra dunque non solo utilissimo, ma addirittura irrinunciabile, perchè non solo permette di approcciare questo aspetto, di cui fornisce un panorama completo e lucido, ma, anche perchè, insieme ad esso, vengono forniti i necessari spunti di riflessione che consentono di trasformare la curiosità in approfondimenti ulteriori.
Roberto Santachiara (a cui ho solo inviato un'e-mail) mi ha fatto notare, in riferimento a Cujo, che in inglese la parola "bat" designa sia il pipistrello (da cui il dramma di Cujo comincia) che la mazza da baseball (per la quale il dramma di Cujo si conclude).
bellissimo Stephen King
Articolo molto interessante, che mette in luce come la scrittura di King sia stratificata, forse non tanto nell'intenzione diretta (anche se gli incroci di letture e motivazioni presentate da Marco sono a loro volta un vero e proprio intrigo da romanzo!), quanto nell'approccio che il Re ha verso la narrazione in generale. Si tratta in buona sostanza di un raccontare che offra la ricchezza e la polisemia della realtà, mai esauribile con una lettura realistica tout court.
Dopo aver letto l'articolo, mi sono chiesto se in Italia ci sarà mai un autore in grado di fare ciò che King fa con i suoi romanzi, qui ben sottolineato e illustrato. Tuttavia, riflettendo ancora un poco mi sono reso conto che nemmeno nel mondo anglosassone si raggiunge facilmente un tale livello di lettura e una simile ricchezza di possibilità interpretativa. Per stare ai due altri autori che preferisco tra tutti, Paul Auster e Ian McEwan, nessuno dei due riesce a offrire questa profondità, sebbene entrambi offrano quasi sempre opere mai esauribili alla narrazione che traspare dalla pura lettura e dal puro fatto narrato.
Di Fabrizio Valenza un commento più esteso qui:
http://hotmag.me/geshwa/2012/01/25/con-che-atteggiamento-si-scrive/
Filippo Albertin, naturalmente il senso del mio testo non voleva essere celebrativo (o meramente celebrativo). Circa la faccenda di Thomas Tryon, che già conoscevo bene, secondo me va considerato questo dato. E cioè che la raccolta A volte ritornano dove è contenuto I figli del grano (racconto assai somiglante al romanzo di Tryon; e va pur considerato in qualche modo che un racconto non è un romanzo, son cose separate), se non vado errato (ma non ho il volume sotto mano), a differenza delle raccolte successive, in questa mancano le introduzioni a ciascun racconto che King di solito inserisce. Nelle altre raccolte queste introduzioni ci sono e quando il racconto è un omaggio (a Conan Doyle piuttosto che a Chandler, ad autori grandi come ad autori non conosciutissimi) King lo dichiara tranquillamente. Magari è così che le cose sono andate con Tryon. Omaggio letterario non dichiarato.
Ora, non sono un biografo ufficiale di King e certamente non sta nelle mie competenze il conoscere tali dettagli. Ma, per quel che so, King non ha mai avuto problemi a dichiarare le sue varie ispirazioni. Esistono però interi racconti che prendono "para para" le intuizioni di altre narrazioni, e spesso queste appartengono ad autori abbastanza sconosciuti ai più. In questo specifico caso, non so cosa dire. Possono essere semplici casi? Sì, certo, possono esserlo. Ma anche non esserlo. (Per esempio, leggetevi Rose Madder, e poi andate a leggervi la raccolta di racconti Xelucha, di M. P. Shiel -- http://en.wikipedia.org/wiki/X%C3%A9lucha_and_Others -- e ditemi se non ci sono delle notevoli analogie: il quadro che si anima, il colore rosso, etc...) Essendo un amante della "scrittura dimenticata" mi capita molto spesso di leggere cose che non appartengono al mainstream, e altrettanto spesso mi capita di dire: "Ehi, ma qui King ha copiato di brutto."
Tornando a Tryon, il riferimento che lega Harvest Home e I Figli del Grano è stato evidenziato, se non da King, da moltissima critica, ivi compreso quell'articoletto di Danilo Arona che ho citato. Ma la cosa non si ferma lì, però, perché la parte più importante è che King piega (ovviamente) l'originale al suo volere. E secondo me, spesso, crea qualcosa di più vendibile, ma di meno profondo.
Pensiamo ad Harvest Home. Lì il dio delle messi ESISTE, ma esiste nella realtà (leggetelo!), e pone interrogativi infiniti sull'identità umana, sull'uomo e sulla donna, sulla società e il suo rapporto con la terra. Nel racconto I Figli del Grano il dio delle messi esiste invece come entità soprannaturale, l'ennesimo mostro mezzo alieno e mezzo lovecraftiano, che nel nostro caso ipnotizza e porta alla follia una comunità di bambini per indurli a nutrirlo col sangue degli adulti. Cioè, King riscrive semplicemente il solito racconto della serie "cultori di riti mostruosi", utilizzando però intuizioni che arrivano da altre fonti.
Questa riscrittura quasi sempre produce cose molto, molto godibili e avvincenti, ivi compreso il racconto in oggetto. Quindi non si tratta certo di sminuire, ma semplicemente di dire che King è prima di tutto un bravissimo scrittore "da intrattenimento". Lancia indubbiamente dei messaggi, e molti. Ma secondo me (e questa, intendiamoci, è solo un'opinione personale) i suoi messaggi sono piuttosto semplici, poco profondi, molto legati al buonsenso.
@ filippo albertin
Non sono così sicuro che King lanci messaggi semplici. Il fatto che quasi tutti i suoi romanzi costituiscano una metafora, e quindi parlino di una cosa intendendone (almeno in parte) un'altra, è già di per sé una complicazione. Faccio qualche esempio: CUJO è la storia di un cane assassino oppure è la storia d'una famiglia in crisi? CHRISTINE è la storia di una macchina posseduta o è la storia di quell'universale tragedia chiamata adolescenza? MISERY è la storia d'uno scrittore torturato da un'ammiratrice sadica o è una riflessione su cosa significa scrivere, e scrivere "intrattenimento", e sulle conseguenze che ciò può comportare sin nei gangli più minuscoli dell'esistenza? 22/11/63 è la storia del delitto/Kennedy o è una riflessione sul tempo, sul caso e/o sul destino, e sull'assunzione di responsabilità che ciascuno di noi deve affrontare nella vita? Eccetera eccetera, all'infinito.
Il problema è che lo stile di King suona semplice, a volte rozzo e trascurato; ma questo stile - l'ho capito solo da poco, e leggo King dal 1991 - questo stile è straordinariamente funzionale all'immaginazione che esprime, aderisce in maniera perfetta a quel che deve dire; è lo stile di chi racconta una storia la notte attorno al fuoco, è lo stile di chi, all'occorrenza, sa parlarti all'orecchio fregandosene di farlo "bene", concentrato sulle tue viscere, sul modo di raggiungerle e turbarle.
@ Fabrizio Valenza
Anch'io mi sono domandato spesso se in Italia possa nascere un King. Tutto può accadere, ma io sono convinto che King poteva essere (nel bene e nel male) solo americano, così come un critico tipo Harold Bloom (che detesta King) poteva essere solo americano. Credo sia questione, più che di tradizione letteraria, di humus immaginativo, di storia e geografia, di spazi e luoghi insomma. In Italia non abbondano gli scrittori diciamo cosmici, apocalittici; siamo più narratori intimisti e ripiegati, siamo più petrarcheschi che danteschi insomma - lo dico non in senso deteriore, la mia è una constatazione. Magari mi sbaglio.
Filippo Albertin, Harvest Home (nel 1975 è stato un best seller e nel 1978 è diventato una serie televisiva di un certo successo) riprende un filone "neo-pagano" che ha come capostipite una pellicola del 1973 più nota, almeno in Italia, col titolo di "Il prescelto" interpretato da Nicholas Cage grazie al remake girato da Neil LaBute nel 2006. Questo film ha inspirato anche la commedia nera Hot Fuzz del 2007 e un episodio della serie televisiva Psych - e ha inspirato il romanzo di Tom Tryon Harvest Home. Ma c'è qualcosa che si può notare confrontando le date di pubblicazione di Harvest Home, la relativa serie televisiva, I figli del grano e la raccolta di racconti nella quale I figli del grano è inclusa - ossia l'antonomastico A volte ritornano di Stephen King. Harvest Home è stato pubblicato nel 1975. Il figli del grano è uscito per la prima volta sulla rivista per adulti Penthouse nel 1977. Nel 1978 sono usciti sia la serie televisiva tratta dal romanzo di Tryon che la raccolta di racconti di A volte ritornano. Non è curiosa quest'ultima concomitaza di eventi? E' possibile ipotizzare che essendo prevista in uscita una serie televisiva inerente culti "neo-pagani", gli editori abbiano incluso il racconto nella raccolta di King per vendere di più. Ma possiamo spingerci anche oltre e ipotizzare molto più capziosamente che King stesso abbia scritto "di proposito" quel racconto in accordo con agenti, editori, produttori televisivi e sponsor vari. Perché no? Mi spingo addirittura oltre. Arrivo a ipotizzare che la serie di pellicole cinematografiche che sono state poi tratte dal racconto I figli del grano (se non vado errato nove sequels; ma io ho il brutto vizio di non controllare quasi mai su Google o Wikipedia - molto spesso vado a memoria) siano state girate in economia, e siano film, la maggior parte, bruttissimi, proprio per spirito di vendetta nei confronti dell'espropriazione kinghiana ai danni di Tryon. Probabilmente a questo complotto possono avere partecipato vari soggetti - tra i quali Bette Davis interprete femminile della serie televisiva tratta da Harvest Home nel 1978. In fondo la stessa Davis aveva interpretato nel 1945 il film "The corn is green" poi adattato, più o meno proprio come Harvest Home, in un musical. Forse per questo è stata tirata dentro nel progetto riguardante la trasposizione televisiva del romanzo di Tryon e forse per questo Stephen King ha intitolato il suo racconto Children's Corn: forse lo ha fatto per omaggiare Betty Davis e il suo The corn is green. D'altra parte se le cose stanno così, sapendo che King ha scritto il suo racconto nel 1977 ossia prima dell'uscita della serie televisiva (1978), allora, nel preparare il suo omaggio a Bette Davis, King deve essere stato 'già' in possesso dell'informazione che il film sarebbe uscito l'anno successivo - se davvero ha voluto far riferimento a Bette Davis col suo titolo. In questo modo si può seriamente pensare che King abbia agito in accordo con altri soggetti - almeno che questa informazione non fosse negli Stati Uniti di dominio pubblico. In ogni caso, è possibile ipotizzarlo. Se la semiosi illimitata è possibile, e lecita, allora tutto è possibile - a parte il fatto che certe accuse andrebbero provate su basi un po' più solide che il semplice confronto di date di pubblicazione e titoli di racconti e vecchie pelliccole. Ma è sempre bello giocare a fare un po' gli Sherlock Holmes. Non credi, Filippo Albertin?
Io credo che qualsiasi elucubrazione di questo genere sia sempre per metà vera, anche quando molto ardita. Cioè, ritengo che a certi livelli possa valere una sorta di "idem sentire" che spinge gli autori verso determinate direzioni, ovviamente ciascuno col suo stile. Da questo punto di vista, dunque, non posso esserti più di tanto d'aiuto, perché il mio interesse per la letteratura si ferma a ciò che leggo e molto meno a ciò che può stare dietro, magari in modo molto recondito, a ciò che leggo.
Tornando a King, io credo che -- dal lato del lettore -- tutto sia lecito se serve a produrre qualcosa di efficace e originale. King ha prodotto molte cose, forse troppe cose, dunque è comprensibile che qualche volta si sia per così dire stimolato pescando altrove in modo un po' barbaro. Di certo la sua capacità di sintesi è servita.
Piccola parentesi: Parlando della "profondità" dei messaggi di King non intendevo accusarlo di superficialità. Dico semplicemente che ci sono vari livelli di profondità. Per esempio, secondo me la dicotomia Bene/Male allude a un grado di profondità piuttosto banale, diffuso, intuitivo, già sentito, oltre che reso canonico dal comune buonsenso. I messaggi di King a me sembrano orbitare in questi campi "predigeriti), dove lui propone più che altro delle risposte, e non delle domande. Altri autori, invece, aprono il campo, producono interrogativi, questioni aperte. King punta molto all'emozione, al viscerale, al senso dell'ignoto. Altri autori la prendono molto più alla lontana, e ti costringono a pensare.
Tornando ai culti neopagani, trovo che in ogni caso la "versione" di King sia parecchio banalizzata rispetto all'affresco sociale, antropologico e culturale che si propone al lettore nel citato romanzo di Tryon. In definitiva, "I Figli del Grano" non è altro che un racconto di stampo lovecraftiano riportato alla fine degli anni settanta, dove i cultisti sono dei bambini impazziti e il mostro da loro servito/nutrito è una copia abbastanza fedele di qualche entità stile "miti di Cthulhu" (che compare a fine racconto in una fugace descrizione, che ricorda molto i fumetti della EC Comics tanto cari allo stesso King). L'unica nota di originalità è data appunto dall'intuizione legata al sangue come nutrimento, e dalla sovrapposizione di tale parallelo all'elemento vegetale del granoturco, con tutta l'atmosfera rurale che ne deriva. Cioè, sembra che a King interessi solo questa intuizione, unita al relativo scenario. In Tryon -- che, lo ricordiamo, parla di cose che suonano perfettamente soprannaturali senza arrivare mai ad aver bisogno del soprannaturale -- il parallelo compre un'infinità di altri campi, dalla sessualità alla vita dell'uomo sulla terra, dal rapporto con la natura a quello con la civiltà, in un continuo gioco di specchi dove Bene e Male sono concetti estremamente relativi.
Filippo Albertin, la questione che poni sulla "profondità" del messaggio - e non è certo per la "profondità" di un messaggio che un autore è grande; quella al limite è solo una delle componenti - è interessante. Interessante sarebbe anche che tu fornissi esempi di opere che raggiungono queste "profondità" - fornendo anche una breve spiegazione come quella, ad esempio, fornita da Enrico Macioci, sul come e perché le raggiungono. Se ne hai voglia.
Banalizziamo un poco, e proviamo a dir questo. Avverto subito chi legge queste righe che ben altre profondità toccano le opere kinghiane, ma proviamo lo stesso a ragionare su un terreno semplice per capirci. Se uno dei possibili messaggi di It è che "i panini del MacDonald's fanno male" o uno dei possibili messaggi del romanzo Cell (che in inglese significa "Cellulare" ma che riproduce anche il suono del verbo "to sell" coniugato nel modo verbale imperativo ossia "sell" "Vendi!) se, come dicevo, nel romanzo Cell uno dei possibili significati è "i telefonini fanno male alla salute", allora la domanda è: questi messaggi sono meno "profondi" di un racconto borgesiano come il Menard dove diventa fiaba, exemplum l'estrema flessibilità e soggettività di un testo scritto (il Menard, ricordiamolo, è la storia di un uomo che ricopia sillaba per sillaba un testo proveniente da un'altra epoca, ma dati contesti culturali e epoche diverse il significato del testo stesso - e quindi il testo stesso - diventa diverso) oppure di un racconto come Il libro di sabbia (un libro composto da pagine infinite - e che sembra proprio l'esemplificazione degli odierni e-books)? Non siamo forse in presenza di là (King) di un testo che dice qualcosa di estremamente utile e concreto, che denuncia qualcosa che ha impatto immediato sulle persone, e di qua (Borges) di un messaggio più raffinato, e intellettuale, certamente più ricercato, ma d'impatto più morbido per le nostre esistenze? Dobbiamo insomma intenderci sulla parola "profondità" - posto che la "profondità" di un testo sia elemento così determinante. Trovo, invece, che dalle opere kinghiane (in alcune più che in altre; ma questo è scontato) ci sia un assetto multistratificato di significati e che dire il messaggio possibile di It è "i panini del MacDonald's fanno male" non è esaurire per niente la gamma di messaggi possibili di quell'opera - e questo potrebbe essere un criterio per stabilire che cosa è "profondità".
La magia di King è che dimensioni considerate spesso diametralmente opposte riescono a coesistere. Macioci dice che la lingua di King è semplice. Io dico che in alcuni momenti può essere vicina al kitsch (anche se non ne sono completamente sicuro) e in altri momenti ci sia invece gran prosa. E che addirittura questo avvenga nella stessa pagina e a volte nella stessa riga. Nella stessa riga. Davvero è possibile? Questo è comunque il gioco di magia di Stephen King. La magia di Enrico Macioci consiste nella sua precisione descrittiva, se c'è qualcuno più bravo a descrivere di Enrico Macioci in Italia, si faccia avanti. Quella di King è appunto di impastare stili e storie, suggestioni, in un grande unicum (e mi scuso per la rozzezza delle espressioni che sto utilizzando: ci vorrebbe qualcosa di molto più enfatico e preciso). Infatti altra leggenda su King è che dietro Stephen King si nasconda una rete di scrittori - e mi pare che in alcune interviste lo stesso King in persona alimenti questa diceria. In un'intervista ad esempio afferma di vivere in una "casa di scrittori". E' davvero possibile ipotizzare che sua moglie e suo figlio Joe lo abbiano aiutato a scrivere qualche romanzo? In un documentario che ho visionato su Youtube King si lascia riprendere mentre sta scrivendo al suo laptop nella sua splendida villa nel Maine. Ci si aspetterebbe che uno scrittore come King (che pubblica uno o due libri all'anno di settecento, cinquecento pagine) batta sulla tastiera a tutta velocità e invece King batte appena qualche tasto... Chissà che non abbia voluto suggerirci qualcosa di proposito...
King è un grande autore - gigantesco, immenso - e sentirlo parlare nelle interviste me ne ha dato conferma. Forse come dice Filippo Albertin il trucco c'è, ma ho l'impressione che nel caso di King il trucco serva soprattutto a nascondere una magia che sarebbe altrimenti troppo grande.
Ma sì, concordo. Penso solo che King si fermi lì. Con una bravura eccelsa, ovviamente; con un'incredibile capacità di narrare, usando tecniche, punti di vista e cornici in modo grandioso. Ma pur sempre lì: non sulla domanda, ma sulla risposta. King narra, porta il lettore a vedere quello che lui vuole mostrargli. Ma non gli mostra delle domande. Gli mostra delle risposte.