Fiaba di Natale

Caro Bubi, cara Schnuppi,

da quando ho sentito che la mamma ha preso, di tanto in tanto, l’abitudine di restarsene seduta in mezzo ai vostri due lettini, dopo che vi siete coricati, a leggervi qualche storia, non ho più pace se non vi racconto anch’io qualcosa, e cioè quello che mi è capitato ieri, ultima domenica d’Avvento, alle quattro passate.

Ero scesa in città, dalla nostra collina, a comperare candele per l’albero di Natale. Giù non v’era affatto tutto quel trambusto di vetture, cavalli e gente affannata che si nota, alla vigilia delle feste, da voi nella capitale. In cambio però, in queste stradine silenziose e nella tortuosa piazza del mercato, accanto al municipio, la cui fioca illuminazione viene ora solo scarsamente migliorata dalla luminaria dei tanti alberi di Natale che fanno capolino dietro le vetrine, ci si potrebbe immaginare più facilmente un prodigio: di veder sbucare di nascosto, tra i bambini presenti, un servo Ruprecht intento ad annotarsi i loro desideri, che riesca anche a sottrarre qua e là qualcosa dalle vetrine, per ficcarlo nel suo sacco capace e scomparire poi di nuovo, dietro le bancarelle di abeti, senza che nessuno, nemmeno stavolta, se ne accorga.

Con le mie brave candele in tasca stavo uscendo dalla città e cominciavo a risalirmene verso casa, perché volevo tornare costeggiando i boschi della collina. Dopo alcune limpide giornate di sole, subito dopo mezzogiorno il cielo si era fatto nuvoloso, e tirava vento, accompagnato da qualche spruzzatina di fine pioggerella. Non mi stupii per nulla, quindi, al vedere un uomo con il cappuccio calato fin quasi sugli occhi. Era un vecchio di alta statura, con una folta chioma bianca e candide sopracciglia cespugliose; in mano teneva un bastone nodoso e sulle spalle una sacca verde poggiata sul mantello grigio a pieghe, dalle tasche rigonfie e ben vistose.

 

Mi meravigliai invece perché l’uomo con il cappuccio pareva seduto, a poca distanza da me, su una panca, proprio in un posto dove non riuscivo a ricordare di averne mai veduta una. Continuando a procedere non tardai a rendermi conto, con stupore inorridito, che di panche non v’era neanche l’ombra. Che quell’uomo, con tutto il suo pesante bagaglio, sedesse per aria?! Eppure sedeva in modo così stabile, e si appoggiava così comodamente (doveva addirittura essere una panca dotata di spalliera e per giunta imbottita), proprio come uno che si stesse riposando perfettamente a suo agio.

Tentai di sgattaiolare via passandogli dinanzi il più in fretta possibile, perché, francamente, mi mancava il respiro dal turbamento e dal raccapriccio. Ma poi pensai che la cosa peggiore è lasciarci alle spalle ciò che ci turba e preferii perciò voltarmi ancora una volta verso di lui. Dato però che ora dovevo per forza rendergli qualche spiegazione sul mio comportamento, profferii con voce tremante: “Scusi tanto, ma … lì dove Lei siede non vedo nessuna panca!”

 

Lui rise un poco, non tanto forte, solo tra sé e sé, ma abbastanza da scuotere le spalle. “È vero, non c’è – rispose affabilmente – o perlomeno non Le consiglierei di sedercisi, cara signora. Ma non crede che un povero Babbo Natale con tutte le sue letterine di desideri finirebbe stremato se non avesse neppure il potere di esaudire per se stesso un desiderio così piccino, come quello di procurarsi una panca quando è stanco? Sono preposto a questo incarico soltanto perché so come si fa… perché, come si dice, sono del mestiere.”

D’un tratto ci vidi più chiaro… Succede anche a voi, non è vero? Non appena si era messo a parlare l’uomo aveva perso ogni aspetto inquietante. Il senso di raccapriccio e l’affanno si erano placati e io rimasi naturalmente come inchiodata, perché ora mi struggevo quasi dalla curiosità di fare la conoscenza di un tipo così interessante.

“Lo sa perché si festeggia il Natale?”, mi domandò il vecchio con uno sguardo inquisitore, probabilmente per saggiare se ero degna di quella conoscenza che mi era toccata senza merito.

“Certo che lo so! – risposi svelta, come si fa a scuola quando si alza la mano. – Succede tutti gli anni per via di Gesù Cristo.” Lui fece un movimento con il bastone, anche questo più o meno come a scuola, quando il maestro traccia un segno per indicare “insufficiente”. “Questa storia di Gesù Cristo è già superata da un pezzo! – spiegò quindi – Spero bene che lei sappia quanto tempo è passato dalla nascita del bambinello nella stalla di Betlemme! Da allora sono venuti al mondo molti altri vispi bimbetti che vogliono tutti quanti festeggiare il Natale. Ognuno di loro ha il suo piccolo compleanno personale, e ognuno in quel giorno non è stato, per i suoi genitori, altro che il bambinello di Betlemme. Natale non è che il giorno del compleanno universale di tutti i bambini, il giorno della vita. Lo si festeggia perché tutti i genitori hanno deciso che in quel giorno vogliono in modo particolare esser lieti, insieme ai loro bimbi, del loro affacciarsi all’esistenza.”

 

 

Io ascoltavo a testa china, e questo mio atteggiamento dovette a ogni modo piacergli perché, mentre nel suo sacco stracolmo era tutto uno scricchiolare e un tintinnare, egli osservò benevolmente: “Ci sarà bene un bambino che le è particolarmente caro e di cui mi potrei occupare, non è vero?”

“Certo, ce ne sono due! – esclamai svelta, senza più ombra di modestia. – Ma a Natale non sarò con loro! – aggiunsi subito rattristata. – E inoltre le loro letterine dovranno essere approvate anche dai Babbi Natale di Charlottenburg… per via dell’ordine prussiano.” 

Questa volta gli risero solo gli occhi. Ma era un riso così chiaro e ne sprigionava un tale sfavillio di luce che a quel chiarore luccicava tutto ciò che faceva capolino dalle tasche sporgenti: monete d’oro e addobbi natalizi. “Io e i miei colleghi la pensiamo allo stesso modo! – ci tenne a sottolineare, alzandosi con circospezione dalla sua panca aerea, – Ma di che genere di bambini si tratta? Mi parli un po’ di loro.”

Mi slanciai allora in un’entusiastica descrizione di Bubi e di Schnuppi. Seppi anche abilmente accennare al fatto che Bubi a scuola era stato definito come un’oasi nel deserto e che Schnuppi, per tre marchi che le aveva regalato il suo papà, aveva smesso proprio allora il suo unico vizietto: quello di succhiarsi il pollice. Tutti e due gli faceste una grossa impressione. Sorrise tra la barba e sotto le sopracciglia cespugliose i suoi occhi continuavano a mandare bagliori sempre più frequenti, mentr’egli risaliva accanto a me su per la collina; ci si sarebbero potute accendere là per là tutte le candeline di un abete natalizio.

 

Fu molto contento che le cose vi andassero così bene. Così bene che non gli passò più nemmeno per la testa che poteva darsi da fare per voi ancora un pochino… cosa che di solito gli viene in mente prima di ogni altra, dato che si tratta del suo mestiere, che egli esercita con molta solerzia.

Ovviamente la cosa non mi garbava per niente: aver agguantato Babbo Natale in carne e ossa, e lasciarmelo sfuggire senza consegnargli la lista dei desideri! Tirai perciò un profondo e doloroso sospiro: “Poveri bambini” gemetti.

“Perché poveri?”, sbottò lui vivacemente, arrestandosi concitato.

“Perché questa volta i loro desideri più grossi resteranno completamente insoddisfatti”, mi lagnai.

“Genitori snaturati!” – esclamò lui ancora più forte, trafitto da compassione per voi, estraendo subito il suo bravo notes. – E quali sarebbero dunque questi desideri?”

Mi affrettai a spiegare con foga: “Bubi vorrebbe un dirigibile, e Schnuppi dei bambini veri.”

“Avrà ben più di un dirigibile, e potrà così guardarsi attorno nel mondo più di quanto non pensi. Perché è giusto che lui non voglia più rimanere attaccato alle gonne della mamma!… E i bambini veri, quanti devono essere?”

 

Non ricordavo che Schnuppi ne avesse indicato con precisione il numero. Dissi perciò: “Il più possibile”, sebbene mi paresse che come inizio potesse bastare fin dove Schnuppi riusciva a contare in francese. Anche i bambini per Schnuppi furono prenotati per qualche tempo più tardi e segnati su una tavoletta di marzapane con un lapis di cioccolata.

“Non sarà facile riuscire a non scambiare e confondere tra loro gli appunti segnati su tutte queste tavolette di marzapane!” dissi ammirata, ma anche con una certa apprensione, perché tutto era stato rimandato al futuro.

“I desideri dei bravi bambini li tengo bene a mente! – assicurò il vecchio – I cattivi invece non faccio altro che mangiarmeli.”

“I bambini!”, gridai inorridita.

“I desideri – mi tranquillizzò lui. – I desideri delle tavolette che finiscono nello stomaco non posso naturalmente trattenerli a lungo.” E continuava a salire e discendere su e giù lungo il sentiero ineguale, ansimando e sbuffando di tanto in tanto, sotto tutte le sue carabattole, a nessuna delle quali può rinunciare, perché ognuna di esse è destinata a un bambino.

 

Io meditavo intanto se potevo dare per certo a Schnuppi che avrebbe avuto tutti i bambini che voleva, soltanto consegnati con un po’ di ritardo, così come Bubi avrebbe avuto un giorno il suo dirigibile.

Con cautela arrischiai una domanda: “Una volta non erano solo le cicogne a occuparsi di solito delle ordinazioni di bambini?” Intanto pensavo dentro di me che se ora questa mansione era passata ai Babbi Natale, presto sarebbe stata assunta dai corrieri e alla fine dalle agenzie di spedizioni. E si sarebbe poi finiti a commissionare i propri bambini tramite cartolina postale o addirittura per telefono. Alle cicogne eravamo ormai talmente abituati! Soltanto che il vecchio pareva non tenerle in alcun conto.

“È roba passata! – replicò accennando all’indietro con la mano – Mi pare proprio che Lei, signora cara, conosca solo cose vecchie di almeno mill’anni e forse più. Non Le è giunta notizia dello sciopero generale indetto dalle cicogne–porta–bambini? Per via del loro faticoso orario di servizio nel reparto bambini, le cicogne richiesero un aumento di stipendio, oltre all’equiparazione alla categoria degli angeli custodi. Le grandi ali candide le possedevano anche loro, sostenevano. Ma quel che proprio non andava erano le gambe, e anche i becchi; e c’era pure il fatto che gli angeli cantano e non schiamazzano. Fu in quella circostanza che il padrone, il quale è poi il Signore Iddio in persona, licenziò le cicogne dal reparto bambini.”

 

Il vecchio tornò a ridere e, mentre gli si scotevano le spalle (anche questa volta era un riso sommesso), per un istante mi parve assomigliare un poco al vostro nonno. Non era lui, naturalmente, ma qualcosa mi dice che anche nella vostra famiglia ci debba essere un Babbo Natale.

“Da quel tempo le cicogne hanno poi perso molto del loro fascino – continuò lui. – Nessuno tra gli uomini le onora più. Di colpo ci si è accorti che esse si cibano con grande gusto di uccelli e leprottini, e nel loro nido si son trovati ossicini sospetti appartenenti proprio alle bestioline più tenere… Chiaramente si tratta della vecchia predilezione per i bambini che ora, offesa, si è trasferita sull’appetito. Sull’argomento si stanno già scrivendo fior di trattati.”

“Ma dopo di allora sono gli angeli a sbrigare tutto il lavoro?”, domandai vivamente interessata.

“E come farebbero? Gli angeli non potrebbero mai saperne quanto le cicogne a proposito di simili affarini tanto piccoli. Chi potrebbe averglielo insegnato? Non sono mica andati, come Schnuppi, a lezione dalla mamma! E nemmeno giocano con le bambole. No, soltanto le mamme delle Schnuppi ne sanno qualcosa. Perciò è stato deciso che i bimbi non vengano più lasciati cadere giù dal comignolo, quando già pesano qualche chilo, dal becco di una cicogna, ma che vengano invece sin dall’inizio ospitati dalle mamme: non nel grande stagno da cui le cicogne prendevano tutti i bambini, bensì in un piccolo stagno personale. Da principio il bimbo è talmente piccino da assomigliare a un bruscolino che cresce sotto il cuore della mamma, finché non diventa troppo grosso per riuscire a stare ancora in quello spazio; quindi cerca di uscire fuori, e vorrebbe già sgambettare un poco, gridare e succhiare. Poi passa in una cesta di vimini e la mamma gli deve ancora dare, traendolo interamente da se stessa, soltanto cibo e bevanda, quando lo prende al seno.”

 

“Già, già. In questi tempi tanto convulsi tutto cambia così in fretta! – ammisi. – Peraltro devo anche confessarLe che, francamente, neppure io credevo più tanto alla cicogna. E quello che Lei mi racconta è tanto più simpatico!”

Il vecchio mi osservò con una di quelle sue occhiate gioconde che, se non potessero celarsi dietro le candide e cespugliose sopracciglia, ci consentirebbero forse di riconoscerlo sempre.

“Presto nessuno ci crederà più! Né alla cicogna, né a Babbo Natale – osservò. – Perché non esistono.”

Sulle prime ritenni di non aver capito bene. Come poteva infatti, proprio lui, asserire di non esistere affatto? Voleva forse con ciò farmi capire come mai avesse potuto sistemarsi tanto comodamente su una panca fatta d’aria? Di nuovo tentò di insinuarsi in me un senso di turbamento e di inquietudine, come mi era già capitato all’inizio, ma stranamente ne scaturì solo la sensazione di trovarmi di fronte a un profondo segreto sapete, come quando ci si sente prossimi a scoprire un mistero che è troppo grande per noi e sin troppo bello perché lo si possa guardare in faccia direttamente; all’incirca come i doni natalizi che, dietro la porta chiusa, attendono il momento della festa per svelarci ciò che i nostri desideri segreti presagivano.

 

In cuor mio bruciavo dalla curiosità al pensiero di quante cose il vecchio che mi camminava al fianco, con passi svelti e vigorosi, avrebbe ancora potuto raccontarmi, cose anche più interessanti delle cicogne e di come nascono i bambini. E glielo dissi.

“Sicuro, sicuro! – convenne lui, sorridendo e ammiccando soddisfatto con la barba. – Di solito la curiosità su come nascono i bambini non è che un inizio. Ed è importante che già da piccoli i bambini siano ansiosi di avere informazioni su cose che non avrebbero affatto bisogno di conoscere, curati e protetti come sono comunque. In quei bimbi che incominciano ora a presentare le loro domande, la voglia di sapere non si affievolirà mai e non cesserà mai neppure in seguito riguardo a quelle nozioni che essi devono conoscere perché sono loro necessarie e utili, ma con questa stupenda smodatezza nel voler capire si procureranno per tutta la vita le più ricche gratificazioni che gli uomini possano mai offrirsi. Scopriranno cose talmente meravigliose, come quella della mamma e del bimbetto che vive in lei, in modo tale che i bambini non debbono più aver bisogno ancora per molto della favola di un uomo e di un animale che operano prodigi.”

 

 

Si arrestò. “Non crede Lei che, se un vecchio come me fosse autorizzato a sciorinare anche soltanto qualcuna delle verità che l’uomo è ancora destinato a conoscere… non crede che tutti i bambini si precipiterebbero da me abbandonando le scuole e le stanze dei giochi, tanto che il bosco di abeti qui sopra ne strariperebbe? E che assumerebbero un’espressione così meravigliata, come se dagli abeti scintillanti pendessero pigne d’oro e stelle di diamanti, tanto che perfino i bambini più incontentabili si dimenticherebbero addirittura di cercare i regali disposti sui tavoli sottostanti?”

Intanto eravamo giunti al margine del bosco, segnato dalle grandi cavità sabbiose, dove dovevo svoltare, per tornare a casa. Chi poteva sapere dove abitasse quel vecchio? Dappertutto? Da nessuna parte? Neppure lui pareva intenzionato a proseguire; si sedette invece su una sporgenza della frana (questa volta non per aria, ma su una buona e solida roccia) e depose il pesante sacco.

 

Curiosa e impertinente vi allungai la mano, ma mi spaventai non appena tentai di sollevarlo. Non si poteva dire solo pesante, no, era quasi come il macigno su cui era posato, come fuso con esso, impossibile da sollevare per forze umane. Fui colta allora da grande compassione per il vecchio: “Posso ben immaginare che queste giornate natalizie siano per Lei molto stancanti e faticose – esordii. – Posso anche immaginare che a volte La colga improvviso il desiderio di esser messo a riposo come le cicogne. E dato che Lei, come mi diceva poco fa sulla panca d’aria, è in grado di esaudire i Suoi desideri… allora capisco pure perché mai Lei sostenga che fra poco dovremo cavarcela anche senza un Babbo Natale in sovrappiù… Ma in fondo, caro e buon Babbo Natale, per Lei si tratta poi soltanto di poche moleste giornate di superlavoro all’anno! E chissà poi quanti saranno gli appunti di marzapane che Lei si limita semplicemente a mangiarsi!”

 

Mentre sedeva ripiegato su se stesso, fra le nubi che galoppavano nel vento, il vecchio si era calato il cappuccio sul viso. Così seduto, d’improvviso mi parve stranamente ingobbito.

“Ma guarda che stupidella mi doveva capitare! – andava intanto bofonchiando. – Come se fossero importanti soltanto i vostri quattro giorni! Sarebbe come se qualche alberello di Natale messo a lustro fosse sufficiente a far scomparire un’intera foresta di abeti. E poi quanti desideri esistono anche solo nel vostro mondo umano, e non in quello soltanto! E quanti non ne esprimono ancora i vispi piccolini tra gi animali che se ne vogliono rallegrare senza bisogno di nessun Natale! Per non parlare infine di qualsiasi pianticella! O sciocca, sciocca creatura che non sai quanto ci sia da fare in ogni minuto, anche solo per raccogliere le liste dei desideri…”

 

Egli si limitava a borbottare a bassa voce, tanto che non riuscivo più a intendere le sue parole che, stranamente, si confondevano con il soffiare del vento. O invece non poteva darsi che egli non dicesse più nulla alla fine, e che io non udissi altro che la voce del vento che mi sibilava agli orecchi…?

Certo, in realtà lui se ne restava lì a sedere, tutto raggomitolato per il riso trattenuto, e dato che ora rideva per canzonarmi, siccome non voleva che me ne accorgessi per non essere scortese, si curvava sempre di più su se stesso, l’affabile Babbo Natale. Di tanto in tanto scorreva in cielo una nube, la quale, nella luce incerta, mi rapiva il profilo del suo corpo più di quanto non mi sembrasse ragionevole, finché, nella cavità sabbiosa, egli assunse l’aspetto di un grigio spuntone di roccia sullo sfondo giallastro.

Intanto però incominciai a sentirmi sempre più raggiante e felice, al punto che mi sedetti accanto a lui, protesi la mano verso il suo mantello a pieghe e… toccai la pietra. Il vecchio era scomparso, e al suo posto era rimasta solo la roccia su cui era seduto. Il sacco c’era ancora. Di color verde, come poc’anzi, e altrettanto morbido al tatto. Il suo contenuto però era stato inghiottito dalla sabbia e non rimanevano che poche macchie grigioverdi di muschio a ricoprire un piccolo rialzo.

 

Io comunque non mi rendevo affatto conto che il mio vecchio così interessante si era dileguato dopo essersi tramutato in roccia. Mi sentivo talmente felice e piena di giubilo che avrei quasi continuato a riderci sopra, come se egli avesse improvvisato un’allegra mascherata.

Ad ogni modo, proprio questa grande felicità era il dono che lui mi aveva lasciato. Ed ecco ora spuntare perfino un raggio di sole, come se il nostro astro avesse voluto aiutarmi a scoprire quel che mi rimaneva di lui, che si era nascosto in qualche angolino. Là, dietro gli abeti un tordo iniziò a fischiare, come succede ai primi accenni di primavera; forse era stato ingannato dai tiepidi raggi di sole… o forse gli era comparso dinanzi Babbo Natale, e quelli erano i suoi conversari con lui? Perché lui si dava da fare anche tra i tordi, annotandosi i loro desideri, sia pure senza forse segnarli sul marzapane. Uno scoiattolo color di ruggine diede, come un funambolo, la scalata a un ramo d’abete e, sventagliando la sua folta codona, si arrampicò fin sulla cima. Lassù stavano appese già delle pigne che la fitta cortina di aghi non lasciava prima intravedere, e che ora, accarezzate dal sole, luccicavano come pigne natalizie.

 

E d’un tratto io, la stupidella, riuscii meglio a capire il mio Babbo Natale… come se egli mi ammiccasse dall’alto, anzi: da ogni luogo! Compresi che egli è solo un nome che serve a indicare tutto quanto v’è di piacevole nella vita, tutte le cose gradevoli che capitano in noi o di cui noi possiamo essere ovunque gli artefici. Pressappoco come le cicogne-porta-bambini rappresentano dei semplici nomi per indicare il meraviglioso evento che si attua in virtù di una mamma. Naturalmente quando i bambini desiderano qualcosa di totalmente irrealizzabile – sia perché al di là della loro portata, sia perché i loro desideri sono troppo pretenziosi – è facile che essi pensino che soltanto un portentoso Babbo Natale potrebbe mettere le cose a posto, e si aspettino di vederlo comparire con tutto il suo bravo armamentario di barba, cappuccio e sacco dei doni. Se invece non solo la mensa natalizia è provvida di doni, ma ogni giorno reca con sé copiose soddisfazioni, allora Babbo Natale non si farà più vedere, perché le sue ordinazioni vanno avanti assolutamente da sole.

Ed ora scommetto anche che indovinerete, senza tema di errori, dove stia di casa il vero Babbo Natale, nonostante che sulla guida telefonica il suo indirizzo sia registrato presso l’Ufficio postale di Charlottenburg. Avrete certo capito com’egli abbia dovuto rendersi invisibile a poco a poco, dissolvendosi completamente in ogni cosa bella e gentile, e come sia pur sempre a voi vicinissimo, non solo un giorno all’anno, ma anche in ogni giorno della settimana, perché egli si cela in tutto ciò che succede sotto gli occhi di mamma e papà.

 

Adesso mi domanderete come sia potuto capitare allora che proprio io abbia incontrato Babbo Natale. Devo dirvelo sul serio? Beh, sarò sincera. Ecco, mentre me ne uscivo dalla città e incominciavo a risalire verso casa mia sotto un vento pungente, avevo anch’io un desiderio grande grande. E si trattava anche di un desiderio irrealizzabile, come quelli dei bambini poveri davanti alle bancarelle natalizie: desideravo trovarmi con voi.

Babbo Natale, che sa quasi tutto, lo è certo venuto a sapere. Per questo si sedette, proprio davanti al mio naso, sulla panca d’aria, in modo che non potessi fare a meno di riconoscerlo. Esaudire il mio desiderio non poteva, perché non sono più una bambina. Ma alla fine, quando si trasformò in uno spuntone di roccia, per lasciare dietro di sé qualcosa ancora, oltre alla sabbia e al muschio, mi ha regalato questa storia per voi. Quando fui tornata a casa, difatti, me la ritrovai in tasca insieme alle candeline per l’albero.

E se ho ben capito quel tipo, ci dovrà essere anche un seguito.

 

Questa fiaba è tratta da L. Andreas-Salomé, Il mio ringraziamento a Freud e Tre lettere a un fanciullo, traduzione di M.A. Massimello, ©Bollati Boringhieri, Torino 1984 e 2006.

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