Fotografie di Ernaux

Ferdinando Scianna una volta ha detto: «Dopo quarant’anni di mestiere e di riflessione sono arrivato alla convinzione che la massima ambizione per una fotografia è di finire in un album di famiglia». La frase la troviamo in documentario uscito per Contrasto nel 2009. Scianna lascia la frase sospesa, non la spiega perché non è necessario. La fotografia degna di finire in un album di famiglia è innanzitutto quella che vorremmo conservare, in seconda battuta è quella che ci parla, quella che dice qualcosa di noi. Un fotografo del livello di Scianna sa che quello che uno scatto include (insieme a quello che il fotografo sceglie di escludere), se riuscito, ci parla, ci racconta una storia; l’immagine è destinata a raggiungere un livello di dialogo, scambio e intimità con noi che la guardiamo, che emotivamente ci tocca così come potrebbe fare una foto in bianco e nero di nostra nonna. Non possiamo che essere d’accordo con Scianna, anche perché ci è capitato a volte davanti a una sua fotografia di provare quella sensazione. L’ambizione che Scianna ritiene debba accompagnare una fotografia prende per mano i romanzi di Annie Ernaux, che raggiungono lo stesso effetto partendo da un contesto diverso. L’album di famiglia per Ernaux è la partenza e – dopo la lettura dei suoi libri e il viaggio che facciamo con lei dagli anni ’40 del novecento ai giorni nostri – diventa per noi l’arrivo.

 

«Tutto veniva raccontato alla prima persona plurale.» 

Annie Ernaux è pubblicata in Italia da L’Orma editore, ed è considerata una delle maggiori scrittrici francesi contemporanee. I romanzi usciti da noi sono: Il posto; Gli anni; L’altra figlia; Memoria di ragazza; e Una donna; tutti tradotti da Lorenzo Flabbi. Il suo percorso di scrittura mi pare che sia uno dei pochi possibili per l’autofiction. I romanzi di Ernaux parlano della sua storia personale e della sua famiglia, ma non smettono mai di parlare di ciò che è avvenuto dalla seconda guerra mondiale in avanti; di ciò che è accaduto in Francia, in Europa, a noi. La strada che sceglie Ernaux meraviglia e appassiona perché scopriamo da subito che non ne esisteranno altre e perché il boulevard lungo il quale dispiega le sue memorie è bellissimo. Un modo per attraversare i suoi romanzi è quello di farlo tramite alcune fotografie, reali che l’autrice usa molto spesso, immaginarie che sono quelle che vengono in mente quando leggiamo.

 

Il posto

 

Il primo libro di Ernaux pubblicato in Italia evoca due fotografie ben definite e sono le prime che andremo a mettere nel nostro album, l’ordine non sarà cronologico ma di lettura. La prima ritrae la scrittrice che inizia il suo lavoro di insegnante, il suo passo verso la vita che verrà, il futuro, il distacco. La seconda è di due giorni dopo, di suo padre appena morto. Questi scatti nel romanzo non ci sono, ma c’è il racconto di un centinaio di pagine che Ernaux fa mettendo insieme ricordo e lontananza, raccontando il padre e la sua casa, le origini, il rapporto con il posto, che non è solo il luogo, ma è un territorio sentimentale in cui si cerca di mettere a fuoco ciò che è stato per non perderlo e per affrontare quel che sarà; per la prima volta Ernaux ci racconta che tutto il futuro che è avvenuto è partito da quella cosa che chiamiamo radici, e le radici sono scontro e affetto. 

 

 


«Scrivo lentamente. Sforzandomi di far emergere la trama significativa di una vita da un insieme di fatti e di scelte, ho l’impressione di perdere, strada facendo, lo specifico profilo della figura di mio padre. L’ossatura tende a prendere il posto di tutto il resto, l’idea a correre da sola. Se al contrario lascio scivolare le immagini dal ricordo, lo rivedo com’era, la sua risata. E la sua andatura, mi conduce per mano alla fiera e le giostre mi terrorizzano, tutti i segni di una condizione condivisa con altri mi diventano indifferenti. Ogni volta, mi strappo via dalla trappola dell’individuale.»

Il linguaggio di Ernaux è questo, chiaro e scientifico, capiamo – ed è per questo motivo che ci piace – che il rapporto tra padre e figlia non riguarda solo l’io di chi scrive, riguarda più correttamente un noi; il noi che Ernaux ci spiegherà portandoci di libro in libro, di immagine in immagine.

 

Gli anni

 

Il noi, in questo romanzo, è più evidente che mai; Ernaux fa del racconto individuale una straordinaria cronaca collettiva, gli anni sono i suoi anni, ma sono tutti i nostri anni. Dal dopoguerra al 2006, Ernaux sceglie due unità di trasporto: le riunioni familiari e le fotografie. Queste ultime stanno lì a scandire il tempo, ogni fotografia sintetizza un decennio. L’autrice francese è capace di una prosa sontuosa e mescola con apparente facilità il ricordo personale alla memoria pubblica, com’è cambiata nel tempo la sua vita e come è cambiata la Francia. Lavoro, matrimonio, nascita dei figli, separazioni, divorzi, nuovi amori. E dall’altra parte il dopoguerra, il maggio francese, il sessantotto, gli anni settanta, la televisione, la politica, Chirac, Mitterand. Ernaux passa di continuo dalla prima persona singolare a quella plurale. “Ero”, “Eravamo”, e poi lo sguardo esterno: “Erano”, “Andavano”. Il ritmo che ci impone fa scartare rapidamente da “Eccomi, sono io”, “Eccovi, siete anche voi”. Il soggetto entra e esce dal racconto sociale, lo osserva da fuori ma ne fa parte, proprio come la narratrice descrive le fotografie che la ritraggono. Ernaux si vede e si descrive negli scatti come fa un osservatore esterno, in terza persona. 

«Il futuro è troppo immenso perché lei riesca a immaginarlo. Arriverà, tutto qui. Quando in cortile durante l’intervallo sente cantare le bambine delle elementari Cueillons la rose le pare che la sua infanzia sia qualcosa di accaduto molto tempo prima.»

Mi domando se il segreto di Ernaux stia nell’apparente semplicità con cui mette insieme le parole, accostandole come se fossero dei colori, facendole suonare come se fossero delle note. Riflettendo mi convinco che la forza di Ernaux vada cercata nella sua struttura mentale, nella sua grande capacità analitica, nel coraggio con cui si guarda dentro e si racconta, e nell’abilità di fondere poi quel racconto personale con il mondo che la circonda, con i tempi passati e presenti, con la storia, la politica e il costume. Ernaux è tutte queste cose, che non possono essere liquidate semplicemente con la parola talento. 

 

 

L’altra figlia

 

«Ma tu non sei mia sorella, non lo sei mai stata. Non abbiamo giocato, mangiato, dormito insieme. Non ti ho mai toccata, abbracciata. Non conosco il colore dei tuoi occhi. Non ti ho mai vista. Sei senza corpo, senza voce, sei giusto un’immagine piatta su qualche foto in bianco e nero. Non ho alcun ricordo di te. Quando sono nata eri già morta da due anni e mezzo. Tu sei la figlia del cielo, la bambina invisibile di cui non si parlava mai, la grande assente da tutte le conversazioni. Il segreto. Sei sempre stata morta. Sei entrata morta nella mia vita nell’estate dei miei dieci anni. Nata e morta come in un racconto, come Bonnie, la figlia di Rossella e Rhett in Via col Vento.»

Tra i romanzi di Ernaux questo è forse il più sconvolgente, lo scatto qui è in assenza. Una fotografia vera c’è, in bianco e nero, e ritrae una bambina, i genitori le hanno fatto sempre credere che si trattasse di lei, fingendo. Annie Ernaux scopre di aver avuto una sorella, morta prima della sua nascita, lo scopre ascoltando una conversazione tra adulti quando ha già dieci anni. Una sorella che non c’era improvvisamente c’è, c’è stata e incombe in maniera terribile e prepotente. Di colpo Annie diventa la seconda, si sente diversa, meno amata, più distante, si sente in colpa senza sapere bene per cosa. Comincia una battaglia su amore dato o non dato, su affetto reale o subordinato Un affetto minore, di riparazione. Il libro è una lettera alla sorella che passa dal rimpianto alla nostalgia, che commuove per come rende il dolore, per come spiega le difficoltà del comprendere e per come ci mostra le ragioni della propria scrittura.

 

In Caro Michele (Einaudi) Natalia Ginzburg scrive: «E anche se siamo stati brevemente e raramente felici, tutto poi è stato sporcato, calpestato e travolto. Ma non si amano soltanto le memorie felici. A un certo punto della vita, ci si accorge che si amano le memorie». Non ho dubbi sul fatto che anche Ernaux la pensi così, tutto ciò che ha scritto ruota intorno alla parola memoria, ma la memoria poi cos’è? Esistono tante memorie, piccole, piccolissime memorie, brandelli di memoria, ricordi che tornano in mente senza alcuna ragione. Tutte queste memorie, una sull’altra, agganciate tra loro come tasselli di un puzzle, formano la memoria individuale, che a sua volta, poi, incrocia e scambia con la coscienza, con i cambiamenti vissuti, con le scelte fatte o non fatte. Le memorie individuali, i castelli costruiti su conservazioni e scarti compongono la memoria collettiva: la storia della gente, di un paese, di una città, di uno stato e del mondo. Il lavoro di Annie Ernaux è il nostro lavoro.

 

Memoria di ragazza

 

Un’altra fotografia, prende quasi un intero capitolo, Ernaux descrive la foto, quello che contiene e poi scrive: «Ho scattato questa foto dopo aver passato la prova scritta di filosofia.» Siamo nel giugno del 1959.

«Non so che senso avesse per me quel gesto, fotografare la stanza. Nei quarant’anni successivi non l’ho più fatto, non ci ho nemmeno mai pensato. Forse volevo conservare la traccia di un’infelicità e di una metamorfosi che, oggi, mi sembrano simboleggiate dai due oggetti al centro dell’immagine: il vestito, quello che avevo indossato più spesso alla colonia l’estate precedente, e il tavolo, su cui avevo passato tante ore a studiare filosofia.»

Quando si scrive di Ernaux si vorrebbe citare quasi tutto, ma poi si deve scegliere. Memoria di ragazza comincia nel 1958, sono gli anni del diploma e di una diciottenne ancora vergine (Ernaux specifica quanto contasse quell’aspetto e che peso e ansia le recasse) che va a fare l’educatrice in una colonia estiva. I giorni delle prime libertà, ma anche della paura, quelli in cui si accorge della propria ingenuità e di come questa sia evidente a ragazzi che hanno più o meno la sua età, quelli in cui scopre il sesso, la vergogna, l’abbandono. Il sentirsi inadeguata. Una nuova diversa inquietudine percorre queste pagine, inquietudine che facciamo nostra; e la piacevole conferma dell’uso letterario potentissimo che Ernaux riesce a fare della memoria, di cui lei stessa ci dà conferma: «Ho iniziato a fare di me un essere letterario, qualcuno che vive le cose come se un giorno dovessero essere scritte».

Di libro in libro Ernaux rafforza e perfeziona la sua scrittura; si tratta di un solo lungo memoir? Ebbene, no. Si tratta di due romanzi, di un racconto lungo, di una lettera scritta a qualcuno che non c’è mai stato e di una sorta di diario nato dopo la morte della madre, che è l’ultimo libro uscito qui in Italia i primi giorni di aprile.

 

Una donna

 

La foto che immagino viene dall’incipit, Ernaux scrive che la madre è morta, specifica la data e il luogo, da quel punto parte perché non può far altro che scrivere della donna che più ha contato nella sua vita. La vedo mentre scrive quella frase e da quel momento vedo il suo dolore e il modo in cui la figura di una donna del novecento riempie le pagine facendo venire fuori case, povertà, orgoglio, guerra, fame, amore, riscatto, perdita, determinazione, volontà. Raccontando sua madre, e ciò che prova per la sua perdita, Annie Ernaux mette in una luce più chiara anche suo padre, ma durante la lettura non ho fatto altro che pensare ai miei nonni, a una certa dignità, a un modo di tenere a cuore le cose, di rispettare gli altri, di sbagliare in nome di una morale che a quel tempo pareva giusta, e a una serie di cose che perderemmo se qualcuno non ce le raccontasse.

«Conosceva tutti i gesti che addomesticano la miseria. Questo sapere, trasmesso per secoli di madre in figlia, si ferma a me, che ne sono ormai soltanto l’archivista.»

L’archivio infinito della memoria non sarebbe letto da nessuno se non fosse trasferito dentro frasi dal suono perfetto e da un ritmo che incalza e culla, di questo dobbiamo essere grati ad Annie Ernaux, ma pure a Lorenzo Flabbi che ha reso nostra la lingua di una grande scrittrice. Leggere i libri di Annie Ernaux è di certo un’operazione solitaria, perché si è sempre da soli con un libro, ma è allo stesso tempo essere parte di un percorso collettivo, perché la memoria, così come è intesa dall’autrice francese, non è mai un cammino individuale.

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