Freddie Mercury: for ever young

Morire da rock star è qualcosa che accade nel fiore degli anni, lontano dall'idea del declino fisico e ancor prima dalla sua concretezza. 

Freddie Mercury aveva solo 45 anni ma quella concretezza l'ha attraversata fino in fondo. Gli effetti dell'Aids, così come si manifestava nel 1991, sembrano lontani ai nostri occhi, ma gli ultimi suoi video sono implacabili nel far intuire la dissoluzione del corpo.

Morire da rock star come la versione contemporanea dei poeti maledetti, pur con un contrappasso lancinante: cos'altro se non l'ingombro impossibile del for ever young...?

Perché nella cultura giovanile raccontata attraverso la musica beat, pop, rock fino ai nostri giorni, insieme alla protesta sociale, all'"esser contro", il "for ever young" – finché dura, finché ce n'è... – sono l'essenza stessa della musica giovane dagli anni 60 in poi.

 

Gli anni 60 nella storia contemporanea, non è un caso... quegli anni sono una vera cesura con il passato, curva secca nella nostra recente storia, l'alfa e l'omega di un modo nuovo di stare sulla terra, almeno in Europa, e già un decennio prima negli Stati Uniti. A partire da quegli anni insieme alla "nascita" dei consumatori e dei giovani come categoria, si afferma in fondo un nuovo modo di consumare la vita.

Così, inevitabilmente essere stati bambini, adolescenti o giovani negli anni 60 significava appartenere in maniera variabile alle generazioni del boom economico o a quelle del benessere tour court, il benessere come diritto, il benessere come destino, il domani sempre migliore....

Basta leggere le strofe dell'omonima celebre canzone di Bob Dylan. Per qualcuno una preghiera laica, e probabilmente tale è, ma non c'è una sola frase nella canzone che non sottintenda la condizione privilegiata che da quegli anni irrompeva nella storia ("May your wishes all come true"...). Quella condizione, crisi o non crisi, è ancora la nostra...

Perché cantare, dire, pensare, anche per un solo momento irrealisticamente sperare  for ever young è una libertà concessa da sempre solo ai pazzi, ai poeti o a chi ha vissuto nel nostro "mondo dei balocchi"...

 

 

Ognuno di noi vive le parole e anche i "sensi" delle due generazioni che lo hanno preceduto... tanto ci è concesso nel condividere il tempo comune della famiglia, dei, parenti, degli amici. "Mute", dopo che il suono si è spento, quelle parole ci formano come e forse più di tutti i libri che leggiamo, mentre qualcosa di quei sensi resta attaccato sulla pelle, insinuandosi in ogni parola che conosceremo, ogni sensazione che penseremo essere stata solo nostra. 

Così, molti di noi nati nel "mondo dei balocchi" hanno potuto ancora avvertire–

 secondo il caso e i luoghi – gli ultimi aliti della società contadina... indirettamente abbiamo immaginato qualcosa del lungo respiro della fame e l'alone delle malattie infettive ha insinuato la sua ombra nei racconti dell'infanzia, nei ricordi che abbiamo ascoltato dei vecchi di allora.

La fragilità della vita l'avremmo poi riconosciuta nei classici e nei libri amati, ma prima, con i sensi (e poi con una memoria già "adulta") l'abbiamo intuita negli occhi dei padri, ci è arrivata nelle narici da solai intrisi di generazioni...

Solo per questo so che a nessuno tra quelle generazioni sarebbe mai venuto in mente di pensare, cantare, irrealisticamente sperare, neppure da ubriaco, for ever young...

 

Gli ultimi tempi per Freddie Mercury sono stati implacabili, lontani anni luce i giorni dissoluti, spesi nell'ebbrezza degli eccessi.

Freddie Mercury (all'anagrafe Farrokh Bulsara) era del 1946, entrò perciò negli anni 60 da adolescente (e in Europa solo a 18 anni proveniente con la famiglia da Zanzibar) in tempo dunque per vivere e ricordare le sensazioni del mondo prima del boom economico, così come deve essere accaduto per Brian May nato nel 1947 ed autore del primo singolo dei Queen Keep yourself alive, del 1973.

Forse è anche per ragioni anagrafiche che questo pezzo non sembra avere niente del destino dei "for ever young", anzi. Per ragioni anagrafiche forse, ma non solo.

Difficile del resto classificare Freddie Mercury, difficile fare altrettanto con la musica dei Queen, glam rock, hard rock, rock inclassificabile in realtà, aldilà di ogni giustizio estetico si abbia oggi o si abbia avuto nei giorni del loro successo.

Keep yourself alive, la loro prima canzone, è anch'essa fuori dagli schemi. Keep yourself alive è il ritornello non profetico che Freddie Mercury sembra cantare a se stesso sul testo di Brian May. Mantieniti vivo ripete Freddie Mercury... mantieniti vivo... già. 

 

Lontano anni luci dal for ever young gli fanno da controcanto in un'unica strofa:

"Do you think you're better every day? No, I just think I'm two steps nearer to my grave" (Pensi che ogni giorno sarai migliore? No, penso solo di essere due passi più vicino alla mia tomba).

 

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