Che città vogliamo

Che Milano vogliamo? II Pgt, che avrà comunque negli anni come esito finale la forma visibile della nostra città, quella costituita dagli edifici che verranno costruiti con le sue norme, non ce lo ha detto e non sembra ce lo dirà mai. Qualche giorno fa su queste colonne Gianni Biondillo ha segnalato con giusta irruenza lo scempio che va profilandosi davanti al Cimitero Monumentale, il doppio sgorbio della demolizione di un palazzo esistente che gli amanti della buona architettura vorrebbero venisse lasciato in eredità ai nostri figli - perché possano continuare ad ammirare i loro predecessori - e della ricostruzione al suo posto di un nuovo palazzo di dimensione e di aspetto offensivi.

Ma a queste rimostranze - che sempre su queste colonne mesi fa avevo del resto sollevato sulla nuova lottizzazione della cascina Merlata - il sindaco ha sorprendentemente obiettato che il progetto era stato approvato dal consiglio comunale, sottintendendo che le procedure della democrazia siano garanti della bellezza. E invece non è così, perché quello che molti di noi vorrebbero è che la discussione sul Pgt avesse come preliminare un chiarimento proprio su questo aspetto: se l’esito delle norme edilizie è la forma della città, la nicchia entro la quale i suoi cittadini dovrebbero avere il piacere di vivere, allora è il caso di mettere in primo piano quali siano i criteri condivisi della sua bellezza, una discussione i cui esiti non sono oggi neppure intravisti dal nostro sindaco e dal consiglio comunale. Ma la bellezza visibile è la sola eredità che i nostri figli riceveranno, quella bellezza che continuiamo a cercare nei quartieri antichi delle nostre città, quelli che a Milano vediamo distruggere e che vorremmo fare rivivere in quelli nuovi dei quali continuiamo a replicare il tanto deprecato squallore. La bellezza di una città è da secoli in Europa un campo sostenuto da regole che tutti i cittadini conoscevano fino a cinquant’anni fa e che ancora conoscono - seppure forse in modo inconsapevole - quando mostrano di apprezzare appunto i quartieri antichi e di criticare quelli moderni, un apprezzamento del resto rispecchiato dai valori immobiliari. Queste semplici regole sono elementari, sono le sequenze di strade e di piazze, di passeggiate e di square, di giardini pubblici e di monumenti, strade e piazze che non impediscono il sorgere di grattacieli moderni, come quello del Centro svizzero, come la torre Velasca, come quello della Pirelli, che i milanesi hanno subito amato. Regole troppo semplici, si dice, per il mondo contemporaneo: l’irrompere del capitale finanziario comporta, si dice, una città senza regole - un Pgt flessibile - così da permettere a questo capitale non soltanto di avere distrutto con la recente crisi economica la nostra ricchezza materiale, ma anche la nostra ricchezza spirituale, la bellezza della nostra città: come chiunque può accertarsene sulle rovine della vecchia Fiera e delle ferrovie Varesine, anche i consiglieri comunali.

 

 

Questo articolo è apparso sul Corriere della Sera Milano.

Sei arrivato fin qui da solo, ora andiamo avanti insieme: SOSTIENI DOPPIOZERO e diventa parte del nostro progetto. Basta anche 1 euro!