Che vecchio potrei essere?

Ci sono due grandi ostacoli, ha scritto di recente Philip Roth (Al mio Maestro, La Repubblica), nel crescere un giovane ben disposto a imparare, e sono “l’impurità del mondo e l’impurità di se stessi”. E nell’educare un vecchio, mi chiedo? Nel preparare cioè un adulto alla sfida finale? Di fronte alle prove estreme che la vecchiaia chiede a un individuo, fatte di resistenza fisica e psichica, di capacità di sopravvivenza in terreno ostile, la vita sembra essere (stata) solo un lungo addestramento per affrontare questa ultima guerra. C’è chi si arrende, chi lotta eroicamente, chi passa al nemico, chi muore in battaglia, chi nelle retrovie mentre netta cessi. Ma è una guerra, ed è una guerra pura, per così dire, svincolata dalla possibilità di un esito felice, il finale è imposto. Ci si batte non per “vincere”, ma, semplicemente, in quanto esseri appartenenti alla vita.

 

Bisogna poi tener conto, aggiunge Roth nello stesso luogo, delle “enormi imperfezioni di intelligenza, emozione, lungimiranza e giudizio di un individuo”. Lui riflette sul giovane allievo (se stesso) in relazione a quello che ritiene essere stato un  suo Maestro (Bob Lowenstein). Ma poiché gli adulti invecchiano con le loro imperfezioni (e questo proprio Roth ce lo ha spiegato nel modo migliore) questo significa che le imperfezioni sono anche dei vecchi. E se queste imperfezioni sono “enormi” esse non possono non marchiare la vita delle persone anche nella sua fase conclusiva.

 

 

Con in mente questa avvertenza, io posso intravvedere la mia vecchiaia. Ciascuno di noi ha la facoltà di immaginare una proiezione di sé nel tempo prefigurando la propria vita da vecchio. Magari sotto forma di gioco tutti lo facciamo, e io credo più spesso di quanto ci se ne renda conto.  Che vecchio potrei essere? Provando a rispondere a questa domanda si riesce, volendo, con tutta l’approssimazione necessaria e un po’ di equilibrio, a individuare una sorta di “classificazione” dei diversi tipi di vecchio. Con una precisazione, che poi sarebbe la prima tipologia: tutti noi da vecchi possiamo finire nella nebbia della malattia, della deriva biologica, ma questa eventualità abbraccia chiunque, a prescindere da tutto il resto, per cui l’aspetto “sanitario” non lo consideriamo, il tipo di vecchiaia che chiameremo Nella nebbia lo escludiamo dal gioco.

 

Ora, nebbia a parte, proviamo a giocare, e vediamo quali altri tipi di vecchio riusciamo a individuare con uno sguardo macroscopico (il gioco, ovviamente, è aperto e ci saranno senz’altro altri tipi e sotto-tipi possibili):  
Tipo E’ così: è la vecchiaia naturale, all’antica, nella quale tutto scorre per il suo verso senza che nessuno debba metterci mano, c’è solo da viverla adattandovisi via via.
Tipo No: è la vecchiaia reattiva di chi, con atteggiamento costantemente assertivo, non riconosce la fase conclusiva della vita come un ostacolo e, comunque e ad ogni costo, la affronta cercandovi dei valori costruttivi.

Tipo Ascolta: la vecchiaia da saggi, di quelle persone che intendono la elevata età come elevata padronanza dei perché del mondo, pensando di essere beni preziosi per chiunque, il loro motto è “ti insegno, ascolta”.

Tipo Ricordo che: è la vecchiaia memore, completamente piegata alla funzione mnestica, quella delle persone che sono tutto un ricordo, poco importa quanto attendibile e quanto pregnante, purché sia rinvenibile indietro nel passato.

Tipo Sei scemo?: è la vecchiaia folle, quella dei mattocchi, una sorta di deriva tutta personale nella quale abbandonarsi senza freni a un libero sproloquiare “che tanto io so, io ho vissuto e non c’è niente da capire”.

Tipo Liaisons avantageuses: è la vecchiaia in comunità, di chi riunisce, anche materialmente, la propria piccola comunità per viverci dentro in perenne mutuo soccorso.

Tipo Io, mai!: è la vecchiaia “antiage”, quella che rifiuta il riconoscimento stesso della vecchiaia, sono persone che mettono in campo ogni sorta di artificio contro l’età che avanza, dal bisturi in su.

Tipo Io rido/Io piango: è la vecchiaia ilare/mogia di chi in ogni caso ci ride/ci piange su con una prospettiva comunque nulla di vacuità.
Tipo Via di qui: è la vecchiaia asserragliata, di rinuncia totale al mondo, di  chi si rifugia definitivamente in casa chiudendo la saracinesca a ogni forma di relazione significativa.
Tipo Old friends: è la vecchiaia elegiaca, equilibrata, fatta di ricerca di atmosfere e profondità, una vecchiaia armonica senza alcuna esasperazione.



Inutile dire che non c’è alcuna gerarchia tra i diversi tipi di vecchiaia, per la semplice ragione che tutti noi conteniamo potenzialmente tutte le tipologie. Semplicemente si tratta di capire che, prima o poi, la nostra indole, come dire, esploderà nelle diverse manifestazioni della vecchiaia e ragionevolmente una di queste prenderà l’egemonia sulle altre.



“How Terribly Strange To Be Seventy” (Com’è terribilmente strano avere settant’anni), cantavano Simon e Garfunkel in Old Friends, nel leggendario Bookends del 1968.   

 

 

Il fatto è che la vecchiaia è un pensare se stessi come esseri da salvare, una sorta di meta-pensiero, ci si vede come gli esiti di un certo investimento, e non si pensa più all’investimento, ma ai suoi frutti, solo a quelli. Per questo, credo, è terribilmente strano. Dopo un’esistenza di prudenze, accaparramenti, risparmi, accantonamenti, gruzzoli e riserve, con la vecchiaia arriva l’ora di spendere e consumare, centellinando; e si spende e consuma solo ciò che si è riusciti a mettere da parte. Non intendo qui riferirmi allo status economico delle persone, quello ha un’evidenza tutta sua (drammaticamente attuale). Io penso piuttosto al capitale interiore, quello, per altro, con cui ci si ritroverà a combattere anche il nostro status economico. Al netto delle “impurità” del mondo e delle “imperfezioni” dell’individuo, la mia “azione” da vecchio godrà o patirà dei limiti che avrò stabilito per me, e probabilmente solo io sarò il responsabile della mia appartenenza a questa o quella tipologia di vecchiaia.

 

Quante precauzioni nel ragionare sulla vecchiaia, sento bene il guazzabuglio di obiezioni, di precisazioni, tutte legittime, naturalmente, ma di sicuro marginali e parziali rispetto al nocciolo duro/evanescente della questione. Si faccia prima il gioco del “Che vecchio potrei essere?”, poi si facciano le obiezioni, così credo funzioni. Perché l’immaginazione, a questo punto della vita di un uomo, credo possa più del raziocinio. L’una implica l’altro, ma l’immaginazione può ancora e sempre sprigionare la sua potenza, il raziocinio no. Avessi scomodato delle scienze più “dure” (neuroscienza, statistica, sociologia, medicina, gerontologia…) mi sarei impaniato in grovigli intersecantisi all’infinito, ciascuno con una sua propria fortissima ratio, e il gioco di proiezione immaginativa sarebbe risultato troppo inchiodato alle quantità scientifiche. Al contrario, ritengo che l’interiore vada “mollato”.

 

Pensavo alla letteratura narrativa dedicata alla vecchiaia o costruita con la vecchiaia (si vedano i bei repertori bibliografici della Biblioteca Cantonale di Bellinzona), e senza tanto inoltrarmi e approfondire (un altro lavoro da fare) osservo che molte delle storie parlano dell’unicità di ciascuno, del bello del disvelamento di una vita, racconti che ribaltano prospettive, rivoluzionano consuetudini di lungo corso, illuminano al fine un io. E noto un bisogno crescente di narrazione dal punto di vista della vecchiaia, l’esigenza di esercitare l’immaginazione, di liberarla, per produrre un nuovo immaginario, appunto, all’altezza dei tempi,  perché si invecchia di più, perché la massa empirica preme e produce sempre più scienza e coscienza del dato. E’ bene, dunque, descrivere la vecchiaia, raccontare la vecchiaia, raccontare con la vecchiaia, ma sono convinto che bisogna anche giocare alla vecchiaia, con ferma determinazione, perché, facciamolo dire al poeta, il “vecchio” Elio Pagliarani:

 

Lasciamolo dire al più anziano, cioè a me:
ogni implosione arteriosclerotica
ovverosia casino confusionale
può garantire lo stato di grazia necessario
a proseguire nel nostro lavoro.

(da Album Sanguineti, 2002)
 

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