L’altro giorno sulle Prealpi vicino Como, tempo straordinariamente limpido, mi son voltato per vedere Milano dall’alto, ma una cortina caliginosa la nascondeva completamente; alla fine l’ho localizzata perché spuntava il pirla da luna park del nuovo grattacielo: con tutto il rispetto che porto a Mitridate, l’idea di dovermi reimmergere in quel mare di polveri sottili mi faceva star male. Da giovane facevo l’urbanista e conoscevo il Bernardo (Secchi) che al PIM già si occupava di promuovere il centro direzionale: ci sono voluti quarant’anni per realizzarlo e il fatto che io abbia abbandonato la partita dopo i primi tre giustamente a voi non frega niente. Era l’epoca delle Città Nuove inglesi, all’università erano un mito; mi sono sentito obbligato a visitarle e l’idea che Milano spostasse il suo baricentro dal triangolo ottocentesco Montenapoleone, Vittorio Emanuele, Manzoni alle Varesine non mi dispiaceva: era un modo per decongestionare la città, purché si creassero nuovi centri anche in periferia. Accortomi che erano tutte chiacchiere, di più, che l’urbanistica era il braccio tecnico di una classe politica corrotta (nei casi più patenti passavano sotto i miei occhi mazzette di vario colore e dimensione, anzi mazzone – le diecimila lire di allora erano dei lenzuoli) e che in Italia la professione che avevo scelto era un completo fallimento, ho cambiato radicalmente mestiere.
L’articolo di Gianni Biondillo uscito sul Corriere e ripubblicato in Doppiozero, nonché quelli successivi di rincalzo (a firma oltre che dello stesso Biondillo, di Belpoliti, Biraghi, Marone e Molinari e poi successivamente quello più ampio di Stefano Chiodi, questo però pubblicato mi sembra solo su Doppiozero) mi trovano perfettamente d’accordo; anzi mi hanno fatto tirare un sospiro di sollievo, addirittura di entusiasmo: in città c’è ancora qualcuno che ragiona e ha il coraggio delle proprie idee. Non cambierei una virgola a nessuno di questi scritti, perché sono importanti e direi addirittura sacrosanti, ma mi permetto di chiosare.
L’attenzione che le amministrazioni delle città devono avere per la memoria legata ai luoghi è un punto di partenza, ma non la si ottiene se non si risolvono a monte le questioni relative ai rapporti di forza che si instaurano nelle decisioni relative agli interventi urbanistici che condizionano non solo la loro elezione, ma tutte le scelte successive. Senza contare che le nuove amministrazioni non nascono dal nulla e si portano appresso tutte le decisioni firmate dalle precedenti. Nel mestiere che ho scelto dopo l’abbandono dell’urbanistica (la scultura fa al caso della mia eccessiva radicalità), io stesso lavoro sulla memoria e ho ben piantato dentro di me il ricordo di una frase di uno dei miei professori a Firenze (Ludovico Quaroni): sosteneva (siamo alla fine degli anni Cinquanta!) che le città sono come il corpo umano, non possono vivere senza memoria. Benissimo quindi il testo di Biondillo al sindaco e indirizzato con finezza, tatto e coraggio: bisogna partire da lì, dalla memoria dei luoghi. Però scusate il mio scetticismo: il punto fermo irrinunciabile, perché sia realizzabile, va inquadrato in un contesto politico complesso in cui giocano fattori diversi e interessi contrapposti molto potenti. Per dirla in maniera brutale e inevitabilmente grossolana: che ne facciamo del capitalismo? Sarà il solito ritornello di un sessantottino mancato, ma la domanda a un sindaco che è stato eletto a sorpresa da una maggioranza di persone unite solo dall’incazzatura nei confronti della precedente amministrazione non mi sembra fuori luogo o veteropopulista o peggio ancora leninista.
Finché ci sarà connivenza, finché il potere sarà nelle mani della densità piramidale del capitale, finché la logica sarà solo quella delle banche, praticamente dirette dai palazzinari riciclatori di denaro sporco, il modello baricentrico avrà la meglio e che sia direzionale (verso dove poi, quando l’esterno è comunque uniformato a quella stessa monodimensione marcusiana) o storico, poco importa. La battaglia sarà sempre persa. Inutile attaccarsi a qualche particolare. Prima o poi alzando gli occhi ci accorgeremo che dall’oggi al domani hanno abbattuto le Torri degli Asinelli per sostituirle con i nuovi grattacieli della moda, perché questi sono funzionali al capitale, mentre la storia e l’estetica no. Io non sono contro il nuovo e nemmeno contro il grattacielo perché subisco il fascino dell’audacia costruttiva, ma la città è un organismo che va pensato e progettato nel suo insieme.
Molti parlano di rivoluzione informatica e della democrazia instaurata da Internet. Certo oggi gli intellettuali, e non solo loro, hanno una voce libera e la capillarità della rete rende possibile la diffusione rapidissima delle idee. Ma il potere di pressione dal basso è ancora troppo debole per consentirci di coltivare molte illusioni. Stando così le cose, per ora nella migliore delle ipotesi Internet ci permetterà di strappare qualche parchetto e qualche angolo pittoresco ma va da sé che potrà stringere d’assedio le varie giunte più incisivamente solo se le proposte che saprà mettere in campo saranno culturalmente rivoluzionarie e anche politiche in senso lato. Le idee tecniche precise sostenute dalla nuova democrazia di base, che viene appunto da questo mezzo, devono fondare la loro attuabilità concreta su una valutazione attenta del contesto politico esistente nel quale si calano. Se è vero che con una certa funzionalità del denaro occorre fare i conti, il problema si può sintetizzare in questi termini: come evitare il suo totalitarismo?
Mi rendo conto di avventurarmi in un terreno pericolosissimo, ma il dibattito cui devono poter partecipare tutti deve saper selezionare le competenze. Inutile parlare solo di verde o di spazi pubblici, occorre entrare nel merito dei costi sociali dell’inquinamento e della densità edilizia e forti della denuncia delle ferite inferte forse irrimediabilmente dal liberismo selvaggio, quello ereditato dal capitalismo (il denaro può pagare un negozio di merda in piazza Duomo e nessuna giunta ha il potere di impedirlo), far leva sui temi più sentiti dai cittadini. Uno è quello per esempio della salute, un altro quello dell’enorme spreco sociale di tempo negli spostamenti, ma non sono i soli. Il bello non è tale per la raffinata idea estetica di qualche intellettuale, ma perché è buono. La forza dell’esempio è quella di alimentare l’immaginazione del possibile (per questo sono d’accordo sull’importanza della vittoria nella battaglia per lo spazio dell’ex Enel), ma occorre il tempo necessario perché la sua verifica venga dal consenso sostanziale dei cittadini. Naturalmente sappiamo tutti che denunciare il disastro a cui ci ha condotto il modello studiato per primo da Gottmann (Megalopoli, Einaudi, 1970) non è sufficiente, occorre una pratica dell’esempio continua e martellante e soprattutto una capacità propositiva alternativa a costi competitivi a quelli del modello.
Tanto per avanzare qualche proposta: nulla impedisce di vincere la battaglia sulla eliminazione dello sconcio pubblicitario (di cui il graffitismo è una conseguenza, un epifenomeno): basta far presente che le democrazie capitaliste del nord Europa ne fanno benissimo a meno. Certamente, l’Italia è imbrattata da cima a fondo dagli ecomostri, ma soprattutto dallo strapotere della lobby dei pubblicitari. La pubblicità dovunque è stata la peggior maestra nell’educazione al bello: bello e brutto dietro le insegne pubblicitarie si equiparano e il primo perde il suo carattere propulsivo. Così ci è venuto naturale chiuderci in casa a curare il nostro particulare, ma anche lì siamo stati costretti a tappare le finestre! Per essere concreti dobbiamo sapere che la pubblicità paga fior di tasse alla municipalità e la ricatta e quindi che è necessario saper proporre alternative fiscali sostitutive, dando vita contemporaneamente a una politica della pulizia del visivo.
Ancora, porto solo degli esempi e azzardo, forti dei danni alla salute comprovati dalle statistiche, non è vero che non si possa legare la densità edilizia consentita all’indice d’inquinamento e che questo non debba essere valutato a trecentosessanta gradi, comprendendo quindi anche l’acustico e il visivo (e qui qualcuno mi deve spiegare se è stata fatta un’analisi seria su cosa comporta in termini di riscaldamento e di traffico – e quindi di inquinamento dell’aria e acustico - l’aver piazzato tutta quella serie di costruzioni nel nuovo centro direzionale: nel giro di un anno non è cambiato solo lo skyline di Milano, che mi trova favorevole, ma la densità edilizia di una zona che se non sbaglio è fuori addirittura dall’area C, sbandierata come un grandissimo passo avanti - altrettanto naturalmente vale per l’area della vecchia Fiera). Qualcuno ha il coraggio finalmente di dire che il perno di qualsiasi operazione urbana, dovunque, dovrebbe essere il rispetto del bene collettivo e che esso comprende anche il diritto a udire e vedere oltre che a quello di respirare? È questa la cultura effettuale che può e deve sostituirsi allo strapotere del denaro: sensibilizzare la gente sul proprio diritto alla vita, intesa in senso lato e non solo come garanzia economica.
Internet può dare una mano, ma anche sulla rete non bisogna farsi troppe illusioni, perché la sua indubbia potenzialità democratica ha parecchi limiti: i vecchietti come me, gli extracomunitari e quei poveracci che non hanno o non sanno usare il computer vengono tagliati fuori (e non è un caso che il berlusconismo abbia fatto leva sull’ignoranza media, giocando addirittura a diffonderla). Il dibattito che Internet può incoraggiare deve essere riempito di contenuti e di proposte concrete. Insomma dribblare il modello fondato solo sul denaro con uno scatto culturale alternativo.
- Materiali
- 2 febbraio 2012







Condivido le considerazioni di FDL; vorei tuttavia introdurre alcune semplificazioni e proporre alcune esperienze a sostegno delle tesi proposte.
Allo sviluppo delle città contribuiscono: cultura, economia e organizzazione sociale (politica). L'equilibrio fra i diversi aspetti un tempo non lontanissimo era ricercato nella formulazione di leggi e piani urbanistici. Il punto più alto della ricerca di quell'equilibrio si ebbe con la proposta di legge urbanistica proposta dall'on. Fiorentino Sullo, che il potere economico provvide a massacrare sul campo assieme alla sua legge.
Per qualche tempo i piani urbanistici cittadini resistettero, ma non a lungo. Il gran quantitatvo di denaro accumulato con attività illegali cercava impiego: lo trovò nell'edilizia, ed in misura finanziariamente meno rilevante in attività commerciali e nello smaltimento dei rifiuti. Per aver mani libere i piani urbanistici vincolanti si trasformarono in piani di fabbricazione di indirizzo tanto flessibili da potersi sempre adattere alle richieste del potere economico finanziario. Si è avuta una resa della politica alla finanza, la cultura segue.
La piccola comunità di Migliarino Pisano (comune di Vecchiano, provincia di Pisa) resiste per 5 anni alle insistenti richieste di IKEA , che vuole costruire un suo centro di vendita in quel territorio in contrasto con i piani di sviluppo di quel comune. Dopo 5 anni di insistenza IKEA decide di formulare la stessa richiesta al vicino comune di Pisa che la accoglie con favore. Sembrerebbe una storia edificante , se il Presidente della Commissiane Europea Barroso non avesse rimproverarto la Toscana (non poteva abbassarsi fino al sindaco di Vecchiano) per non aver accolto subito la richiesta del potere economico finanziario.
Mi sembra un esempio emblematico della sudditanza della politica alla finanza. E la cultura? Si adegua.
Come dici, le mani sulla città sono quelle di interessi ciclopici, che le possibilità offerte dalla condivisione informatica orizzontale molto difficilmente per ora riescono a scalfire.
Credo però che sia opportuno chiedersi cosa ne è dello spazio urbano e rendersi conto, come ancora dici, di quanto è congestionato visivamente, uditivamente, olfattivamente, di quanto ci si possa piazzare qualunque cosa (a Piazza Duomo il negozio che vende merda, appunto) con la massima noncuranza, nonostante lo vegli un cumulonembo legislativo... Gli edifici cercano raramente di portare urbanità, la strada stessa, quello spazio dove si prospetta è sempre più occlusa, ogni categoria di utenti pretende di sottrarne una parte per il proprio uso esclusivo. E ogni frazionamento porta con sé ingombranti istruzioni per l'uso, abbiamo le piazze e le vie piene di didascalie, che a volte è impossibile riuscire a leggere in movimento, sono troppo lunghe e quando ben hai finito forse sei già andato a sbattere (qualcuno ha notato le contorsioni della ciclabile in corso Venezia e la complicazione, sembra uno svincolo, dell'incrocio con via Palestro? Sarebbe per il nostro benessere...).
Il sospetto che ho è che anche le forze capitalistiche più moralizzate, più benevole (ah ah!), magari anche scritturando il fiorfiore dell'architettura, non riuscirebbero a configurare un ambiente urbano compiuto, non solo delle architetture corrette. La domanda è pertanto se la nostra cultura ha ancora la capacità di fare città. Serbiamo un ideale di spazio urbano, che si declina dai modelli greci, ai fori romani, alle piazze medievali e rinascimentali, fino ai grandi sistemi barocchi e borghesi. Già meno evidente, per l'enorme gap tra le potenzialità e gli esiti, l'apporto dei corpi liberi del moderno.
Ma questo ideale, che comprende la politica di pulizia del visivo che proponi e che sarebbe auspicabilissima, è alla portata del modus vivendi, della legislazione, della prassi? Perché funzioni, secondo me, avremmo bisogno di dare un senso non solo commerciale ai nostri spazi; è possibile? Io ho sempre il timore che lo spazio concreto, fisicamente vissuto, sia sempre più il backstage di spazi ulteriori, virtuali, mentali, remoti. E in quanto backstage, ingombro, disordinato, provvisorio, sciatto.
Per carità, lo era anche per tutta la parabola del cristianesimo, l'al di là era molto più importante dell'al di qua, però l'arte si mobilitava a far presagire l'al di là dall'al di qua ovunque nello spazio vissuto questo fosse possibile o opportuno. Gli spazi dell'antico regime erano sempre vegliati, e anche quelli borghesi, questi forse solo disciplinati. Le altre grandi promesse, quelle dei corpi liberi, quelle delle conquiste artistiche del novecento, secondo me, attendono ancora di dispiegarsi pienamente. L'architettura le ha certamente fatte proprie, ma troppo spesso per involvere nel autismo dei propri corpi e troppo raramente per rendere più accogliente il creato.