La patafisica tra letteratura, arte e gnoseologia

Uno spettro si aggira per il panorama culturale italiano. Negli ultimi tempi i suoi avvistamenti si sono fatti meno sporadici, a testimoniarne un’intensificata presenza: questo spettro risponde al nome di patafisica. Digitando tale termine o il nome del suo geniale ideatore, Alfred Jarry, nel motore di ricerca di una delle tante librerie on-line si palesa una mole di testi in aumento (tra cui la biografia di Alastair Brotchie pubblicata da Johan & Levi ndr), sicché l’interesse di pubblico pare essersi risvegliato.

 

 

In favore di chi non conoscesse ancora l’estrosa “scienza delle soluzioni immaginarie” vogliamo ripercorrerne sinteticamente la storia. Sgorgando dalla penna dello scrittore francese Alfred Jarry, individuo assolutamente sui generis, la patafisica è la specialità del dottor Faustroll, protagonista del romanzo del 1911 Gesta e opinioni del dottor Faustroll, patafisico (Adelphi, 1984). In questo libro sovraccarico di citazioni dell’ambiente artistico parigino di fine Ottocento/inizio Novecento, il bizzarro personaggio compie un viaggio in una realtà trasfigurata dalla mescolanza goliardica delle minuziose conoscenze scientifiche e dell’estro metaforico dell’autore. Una realtà in cui ai fenomeni sono date, appunto, spiegazioni (soluzioni) immaginarie, essendo il cosmo considerando non come un plesso di eventi ordinati secondo leggi stabili e conoscibili, bensì come uno stravagante insieme di eccezioni. Invidiabile inventiva di uno scrittore del secolo scorso.

 

La patafisica sarebbe certamente rimasta un mero divertissement letterario se un gruppo di artisti e di intellettuali novecenteschi non l’avesse considerata meritevole di ben altra sorte. Jarry stesso fornì un elenco di illustri quanto inconsapevoli precursori dell’atteggiamento patafisico (tra loro Rabelais, Coleridge, Mallarmé, Rimbaud) e il gioco fu fatto: in quanto atteggiamento (ora intenzionale: l’apostrofo premesso alla parola ‘patafisica vuole indicare appunto tale intenzionalità), la visione entropica del mondo divenne un modo di guardare alla realtà, praticato e praticabile in ogni tempo.

 

 

È comprensibile che l’invenzione di spiegazioni fantasiose e di fenomeni immaginifici allettò fin da subito i surrealisti (René Clair, Marcel Duchamp, Man Ray e Max Ernst in primis), per i quali l’immaginazione rappresentava l’accesso ad una realtà potenziata, la surrealtà appunto. Ma anche moltissimi intellettuali se ne interessarono e se interessano tutt’ora: tra essi lo scrittore inizialmente surrealista Raymond Queneau, il pittore (“patapittore”, come amò essere definito) Enrico Baj, il poeta Edoardo Sanguineti, il sociologo Jean Baudrillard e l’onnivoro Umberto Eco. Nel 1948 Queneau ed altri fondarono, a metà tra il serio ed il faceto, un Collège de 'Pataphysique francese; associazioni analoghe seguirono, tra cui nel ’54 l’Istituto ‘Patafisico Mediolanense.

 

   

 

Gli appartenenti a questi istituti, tutti intellettuali e artisti di spicco patiti di Jarry, giunsero a praticare la ‘patafisica in una chiave gnoseologica: inserita in una complessa rete di riferimenti culturali odierni, essa si rivela l’unico modo possibile di concepire la realtà. Il panorama della cultura scientifica e filosofica novecentesca appare, infatti, caratterizzato da una serie di istanze relativizzanti: dalla teoria della relatività einsteiniana al principio di indeterminazione di Heisenbreg, dal crollo postmoderno delle certezze ultimative alla proposta del cosiddetto pensiero debole. In questo quadro non sembrano più sussistere verità stabili ma solo opinioni fluide e tra loro equivalenti, dacché non più gerarchizzabili in base ad un principio veritativo universale. Ed ecco che la ‘patafisica, accordandosi perfettamente a tutto ciò, diviene l’unica chiave interpretativa legittima: essa concepisce, si è detto, il mondo come un insieme di casi particolari (eccezioni), per cui in assenza di una regola a cui far riferimento sancisce l’assioma dell’assoluta equivalenza di ogni teoria. Ancora, se non sussistono verità assolute, ma solo parziali, il reale stesso diventa implausibile: ciò giustifica e anzi favorisce la carica ironica e goliardica, talvolta scurrile, della scienza delle soluzioni immaginarie. Proseguendo lungo la prospettiva dell’implausibilità del reale si finisce per affermare l’indistinguibilità di realtà ed apparenza, ed ecco istituirsi il nesso tra la ‘patafisica e le ricerche sulle immagini di Jean Baudrillard, autore di un Patafisica e arte del vedere (Giunti, 2006). Si potrebbe continuare a lungo, inoltrandosi nei molteplici campi del pensiero odierno: la ‘patafisica rappresenta in effetti un serbatoio di spunti singolarmente prolifico, a cui ogni intellettuale può riallacciare i fili della propria speculazione.

 

Una menzione a parte meritano da un lato Padre Ubu, figura teatrale anch’essa frutto dell’inventiva di Jarry e connessa alla ‘patafisica, dall’altro lato l’ OU.LI.PO, il Laboratorio di Letteratura Potenziale istituito da Queneau nel 1960 e frequentato da Italo Calvino.
L’assurdo burattino Ubu rappresenta una satira del potere, col suo desiderio insaziabile di fagocitare (immettendo nella sua enorme “ventraglia” o nelle sue grandi tasche) e col suo comportamento dettato dall’insensatezza in cui, mediante l’operazione punitiva del decervellaggio, getta anche il prossimo suo. Ma il potere politico totalitario, si badi, altro non è che il tentativo di definire una verità ultima, quella stessa che nel Novecento è inaccettabile e che la ‘patafisica rigetta. Tra le tante opere d’arte ‘patafisiche, la serie dei quadri chiamata Dame e generali di Baj è l’ideale continuazione dello sberleffo di Ubu.

 

 

L’OU.LI.PO invece costituisce il tentativo di esplorare la pluralità di significati delle parole, fluidi e mai stabilizzati definitivamente, mediante l’autoimposizione di regole e costrizioni che mettano alla prova la creatività. Un esito particolarmente felice di tale sperimentazione è rappresentato dagli Esercizi di stile di Queneau (Einaudi, 1983), novantotto variazioni su un unico tema tradotte, o per meglio dire riscritte, da Umberto Eco. Ma anche Il castello dei destini incrociati e Se una notte d'inverno un viaggiatore di Calvino (Einaudi, 1973 e 1979) ne sono tributari.

 

In Italia, d’altronde, il momento di massima visibilità del movimento patafisico in Italia fu probabilmente rappresentato dalla mostra Jarry e la Patafisica. Arte letteratura spettacolo, svoltasi a Milano nel 1983, di cui sopravvive un catalogo quasi introvabile. Ebbene, la recente effervescenza editoriale intorno ad Alfred Jarry e alla patafisica fa ben sperare in una rinnovata vivacità degli estimatori della scienza delle soluzioni immaginarie.

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