Pregiudizi o conoscenza, per risanare l’Italia?

Leggo in questi giorni: “l’evasione fiscale in Italia raggiunge il 18% del Pil e colloca il nostro Paese al secondo posto nella graduatoria internazionale dopo la Grecia. Ad affermarlo è il presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, durante un’audizione in commissione finanze del Senato”. Il dato si aggiunge ai tanti del bloc-notes che immagino riempito d’appunti da chi in questi giorni tenta una strategia economica per risollevare le sorti del Paese. In clima di riassesto, mentre i leader internazionali si dicono rassicurati dal nuovo governo italiano, la fiducia fa proseliti tra istituzioni e cittadini: Istituto sondaggi Piepoli, “un italiano su due si fida di Monti”; Vaticano, “una bella squadra”; Merkel, “l’Europa ha bisogno di Monti”; Berlusconi, “siamo in buone mani” (sic!, perché prima no?), salvo poi a ripensarci per tornare ai soliti temi d’interesse generale: “quella delle intercettazioni è una vergogna”.

 

Ma nel paese delle scenate in piazza (così almeno lo vedeva E. M. Foster nelle pagine del suo A Room with a View raccontando lo sconvolgimento della bella protagonista di fronte a una rissa vociante e mortale in piazza della Signoria), nel paese delle esternazioni da Pulcinella, l’assurdità dei toni ipnotizza quasi fossimo davanti alle scene di un film, quasi ciò che vediamo nei telegiornali non avesse ripercussioni sulle nostre vite. Ed è proprio questo scollamento tra realtà e immaginazione – mi pare – ad aver permesso agli italiani di diventare sempre più poveri e screditati nel contesto internazionale. Il fenomeno si ripete. Nel giro di una settimana, il ciclo dei commenti si chiude con una formulazione alchemica di potenza sbalorditiva. L’artefice chiosa: “il mio, un gesto di generosità”.

Lo sa bene, del resto. La realtà è un concetto relativo. Le persone dimenticano. Prevale la voglia di illudersi. L’irreale è un posto confortevole. Lo diceva Witold Gombrowicz: l’uomo moderno soffre d’infantilismo. E lo dice meglio Francesco M. Cataluccio nella sua elegante prefazione al Corso di filosofia in sei ore e un quarto che Gombrowicz dettò alla moglie già sul letto di morte: “l’immaturità gli sembrava la categoria più efficace per definire la condizione dell’uomo moderno”.

Dunque, ecco il dilemma: preferire la realtà o credere ancora di trovarsi in una fiaba al lieto fine? I canali satellitari di Sky non hanno dubbi, la loro réclame neanche: “non smettere di sognare”.

 

Ma se il sogno ha pregi ansiolitici, la realtà ha il fascino della scoperta. I latitanti del reale troverebbero curiosità decisamente interessanti tra le cifre statistiche di questi tempi di crisi. Riprendiamo il dato di apertura: evasione fiscale pari al 18% del Pil. Cosa significa? Chi non ha dimestichezza coi parametri finanziari (me compreso) resta un po’ indifferente. Diciotto per cento: sarà molto? Sarà poco? Tentando una stima volumetrica che mi permetta di capire quando mi devono i simpatici connazionali che hanno eluso il fisco mi viene in soccorso un illuminante libro di Franco Coniglione. Si intitola Maledetta Università. Tra le sue pagine ritrovo un dato comparativo che mi permette finalmente di stimare la portata evasiva degli scansa-tasse. Per coglierne tutta la bellezza drammatica, tuttavia, bisogna fare prima un salto da altre parti. Stati Uniti, 1945. Vannevar Bush stila un rapporto per il Presidente Roosevelt dal titolo Scienza, la frontiera senza fine. In esso sono presenti i principi base dell’economia della conoscenza: “Il governo federale deve avere una propria politica nazionale in materia di scienza”, sostenere “la ricerca e l’educazione”, incoraggiarne non tanto i risvolti applicativi ma soprattutto la funzione di generatore di “capitale umano”. E non solo nel campo delle scienze cosiddette forti, ma in tutta la sua estensione di discipline e tradizioni: “sarebbe una follia intraprendere un programma nel quale la ricerca nelle scienze naturali e mediche fosse incrementata a discapito delle scienze sociali, di quelle umane e di altri studi così essenziali al benessere nazionale”. Truman, pochi anni dopo si avvarrà del parere del rapporto (e di altri a esso concordi) per dare vita all’NSF, National Science Foundation. Gli Stati Uniti imporranno così la propria risposta a quella tradizione di scoperte e innovazioni che era appartenuta tradizionalmente all’Europa. Una politica mai più abbandonata, sempre più attenta a strategie e soluzioni che possano rinforzare la ricerca e l’educazione nel proprio territorio. Tra queste, nel 1980, il Bayh-Dole Act: legge con cui si autorizzeranno le università a utilizzare a fini commerciali i risultati delle ricerche condotte con fondi federali o pubblici. Lo scopo: incoraggiare la cooperazione tra industria e ricerca accademica grazie alla possibilità di sfruttare in modo autonomo i ricavi di tali joint venture.

Insomma, una strada ricca di proposte quella americana e sostenuta da governi di ogni colore, dai più conservatori a quello di Obama.

 

L’economia della conoscenza è una realtà ormai galoppante. Non solo gli Stati Uniti ma anche realtà vaste come Cina, India e Corea stanno spostando la propria produzione industriale verso settori più leggeri volti a esportare “conoscenze e informazioni” piuttosto che beni materiali: la resa è maggiore, i danni ambientali più contenuti, il posizionamento strategico negli equilibri politici geopolitici ben più apprezzabile.

Per non rimanere indietro, l’Unione Europea ha definito dieci anni fa un programma di azioni mirate a trasformare l’Europa “nella più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2010”. L’obiettivo è stato bellamente mancato. Ma al suo fallimento i paesi europei hanno contribuito in misura diversa. I dati sono raccolti con meticolosa precisione da Franco Coniglione. E proprio tra questi trovo infine il parametro comparativo che mi mancava: per costruire un’economia della conoscenza in grado di competere con le altre nazioni, il parlamento europeo imponeva ai propri paesi partner di aumentare al 3%, entro il 2010, gli investimenti nella ricerca. Al tre percento di cosa? Del Pil, ovviamente. Ecco dunque l’elemento comparativo: basterebbe un sesto di tutto quello che gli italiani perdono nelle piscine, ville, motoscafi e beni di lusso degli evasori fiscali per finanziare tutta la ricerca scientifica che serve all’Italia. E per la verità basterebbe anche meno. Perché, tra i partner europei, il nostro Paese retrocede sempre più, grazie anche ai tagli spropositati compiuti dalle nostre parti in assoluta controtendenza agli accordi di Lisbona. Nella ricerca si investe infatti 1,1 % del Pil (Eurostat 2008), circa la metà di quanto fanno Germania, Gran Bretagna e Francia (rispettivamente 2,3 la prima e intorno a 2 gli altri).

 

A soffrirne è anche il mondo scolastico e dell’educazione in generale. Sul sito web L’Italia che affonda Coniglione riporta una ricchissima collezione di grafici e dati aggiuntivi provenienti da fonti autorevoli ed eterogenee in costante aggiornamento. In uno dei quadri si coglie la situazione tra i membri dell’OECD: l’Italia occupa il penultimo posto (dietro realtà considerate in genere più arretrate della nostra: Ungheria, Polonia, Messico, Cile); in percentuale, infatti, il nostro Paese investe poco più della metà di ciò che dedicano all’educazione Stati Uniti, Danimarca e Islanda e si pone così in basso alla classifica, lontano molti posti più in basso da partner europei come Francia e Regno Unito.

 

In un’epoca ormai centrata sulla conoscenza, lo sviluppo economico italiano si trova in situazione analoga agli sforzi compiuti in termini d’investimenti nel settore scolastico e universitario. “Una conferma indiretta ma significativa” – scrive Franco Coniglione – “viene dal Global competitiveness index: per l’anno 2011, tra le 31 imprese considerate pionieri della tecnologianemmeno una è italiana”. Certo, le statistiche vanno prese con cura e gli scarti tra un paese e l’altro, per quanto numerosi, sono a volte dovuti a scarti molto ridotti. Tuttavia, a voler consultare fonti aggiuntive in cerca di elementi rassicuranti non si trova nulla di buono per il Belpaese. Gli indicatori citati da Coniglione sono molti. Impossibile ripercorrerli qui per intero. Tra tutti, colpisce il Knowledge Economy Index 2009, il posizionamento nel contesto dell’economia della conoscenza: Italia in 30a posizione. Viene da domandarsi: d’accordo quei tre-quattro stati europei tradizionalmente noti per la propria forza culturale ed economica, va bene Stati Uniti, Giappone e via dicendo, ma anche a mettere insieme dieci o quindici realtà posizionate al top, quali sono le altre quindici o venti nazioni che stanno usando il “cervello” meglio di noi per costruire il proprio presente e l’avvenire delle generazioni future? Ebbene, sono paesi che nel pregiudizio provinciale tutto italiano abbiamo canzonato come retrograde in più di un’occasione: Spagna, Slovenia, Ungheria, Repubblica Ceca e così via.

 

 

Insomma, i latitanti del reale farebbero meglio ad abbandonare le suzioni glucidiche dei canali televisivi e guardare invece la realtà: siamo circondati da paesi che – carichi di ottimismo e buona volontà – stanno investendo nella propria qualità di vita. “Svegliatevi, dormienti!”, tuonava P. K. Dick, uno dei grandi artigiani dell’immaginario. E sarebbe proprio il caso. Scopriremmo allora di aver creduto in un mondo di miraggi e preconcetti. Il libro di Franco Coniglione ne svela molti. Qui, in chiusura, vorrei citarne due.

Primo. Non è vero che l’Università americana sia frutto dei privati; la ricerca statunitense sta a cuore del Governo federale, tanto che nel 2009 ha speso 705 milioni di dollari solo per l’Università di Harvard; e se il dato suona ancora una volta criptico, di nuovo torna utile ricorrere alla comparazione: per l’intera ricerca universitaria italiana lo Stato investe 136 milioni, il 19 % del budget annuale che in America è destinato a una sola università.

Secondo. I ricercatori italiani non sono malaccio. Malgrado il quadro disastroso che caratterizza la competitività delle università italiane nel contesto internazionale, se si spulcia “il top degli articoli più citati nel mondo”, si scopre che quelli prodotti da italiani si piazzano incredibilmente in alto: 7° posto.

 

Certo, l’Università in Italia non è solo da finanziare, è anche da risanare. Ma da risanare in Italia è anche l’industria, la politica, e forse – come diceva Sciascia – la società intera. Tuttavia conviene fare attenzione. Est modus in rebus. Il rischio di incontrare il gatto e la volpeè elevato per chi ha gli occhi caramellati dal torpore delle favole. L’importante non è fare sacrifici, l’importante è capire su cosa i nostri amministratori stanno pensando di investire. L’economia è in crisi. L’Italia anche di più. La ricerca e l’istruzione sono due dei motori ai quali i governi più illuminati del Pianeta stanno dando benzina per risanare le proprie economie. Da noi, una simile scelta costerebbe poco. Anzi zero. Basterebbe chiedere agli evasori di restituirci appena il 3% di quel diciotto che si sono portati a casa. Sono tempi in cui dovremmo imparare a pretendere indietro: diritti, servizi, trasparenza, pari opportunità. Chiediamo indietro. E già che ci siamo chiediamo indietro anche i nostri begli occhi alle televisioni. Ritrovata la vista, riusciremo forse a scrutare per noi orizzonti più entusiasmanti dei loro.

 

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