Terremoto nella Romagna africana

Quando stamattina la terra ha tremato, alle 6.08, epicentro al largo di Ravenna, a Punta Marina, quando stamattina il terremoto si è spostato dalla vicina cugina Emilia e ha cominciato a scuotere anche la Romagna, ci siamo tutti buttati giù dal letto. Un nigeriano dalla paura si è addirittura buttato giù dalla finestra. Ecco, è arrivato anche qui.

 

Tellus, la Dea della Terra, in un punto profondo profondo si è mossa, uno scatto improvviso di reni, della sua massa rocciosa, e le formiche là in alto han tremato insieme a lei. E a noi delle Albe ha evocato quel terremoto che fu, nel lontano 1987, la rivelazione del Professor Franco Ricci Lucchi, docente di geologia all’Università di Bologna: la Romagna è Africa, il sottosuolo antico che sorregge le città romagnole è africano.

 

Non era fantascienza, quella lezione che ci incantava, giovani teatranti alle prese con la smemoratezza degli anni ‘80, era un dato scientifico: Ricci Lucchi ci parlava della Pangea, di quando, milioni di anni fa, la Terra era un’unica immensa montagna circondata dal mare, poi avvenne la “deriva dei continenti”, la Pangea si spezzò e i continenti cominciarono ad allontanarsi tra loro e a formare i disegni che abbiamo imparato alle elementari, sulle carte geografiche a colori appese alle pareti. Ma proprio quando il disegno sembrava essere definitivo, pronto per la stampa, ecco che un’enorme zolla di terra si staccava dal continente madre, l’Africa, per veleggiare verso l’Europa e incastrarsi qui, tra le nebbie della Mitteleuropa: quella zolla è la Romagna. Figuratevi l’entusiasmo che ci colse, davanti a quella rivelazione.

 

Allora questi giovani africani che sbarcano sulle nostre spiagge a vendere accendini e elefantini, sono i nostri antenati! Allora noi romagnoli, da Raul Gardini all’ultimo dei protoleghisti che già ascoltavamo berciare nei bar contro quegli sporchi “vu cumprà” (espressione allora in auge, oggi fortunatamente dismessa), allora noi siamo i discendenti di quei profili neri e alteri! Era un terremoto epocale: l’Italia, non solo la nostra anarchica Romagna, sarebbe cambiata, il meticciato sarebbe diventato il nostro destino. E quindi, ci dicevamo, non dobbiamo voler male a questi nostri “padri” che ritornano, no! Smettiamola di nutrire rabbiosi complessi edipici!

 

Sulla teoria della “Romagna come Africa” costruimmo anni e anni di visioni e spettacoli, facendo diventare le Albe “afro-romagnole”, affiancando in scena a Ermanna Montanari e Luigi Dadina, i griots e gli arlecchini senegalesi Mandiaye N’Diaye e Mor Awa Niang, inventandoci nuove forme di “baratti” teatrali in Senegal e in Europa fino alle periferie africane di Chicago.

 

Quel terremoto si è realizzato nelle pieghe profonde che hanno cambiato la faccia del nostro paese: e la scossa “nervosa” di stamane (senza danni… per ora…) sembra un suggello a posteriori di quel terremoto storico che va creando una nuova Italia: non più la “mia”, la “nostra” Africa dei colonialisti, ma la “loro” Europa. Però, o divina Tellus, basta così: abbiamo capito. E anche gli italiani, ci pare, stanno sempre più comprendendo che il futuro ha le sue direzioni e i suoi movimenti, e che a questi bisogna rispondere con coraggio e dignità e comune senso dell’umana appartenenza a un unico grande ceppo di creature. Smettila, o divina, di tremare e di farci tremare. Pregheremo per te, ti onoreremo nei nostri pensieri e nelle nostre azioni. E in quanto Albe, ci impegniamo fin d’ora a portare la non-scuola, e un po’ di allegro sale di vitalità e di riscossa, nei campi sfollati del modenese.

 

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