Wisława Szymborska, una e trina

Ora che Wisława Szymborska se n’è andata nella sua Cracovia, all’età di ottantotto anni, e rimane già il rimpianto della sua amara ironia, dell’acutezza del suo sguardo e della grande maestria nell’uso delle parole, non ci rimane altro da fare, come quando muore un poeta, che leggere e rileggere le trecento poesie che ci ha lasciato e provare a trovare delle chiavi per le porte discrete del suo mondo. Per me, il suo epitaffio (che sintetizza, concisamente, meglio sua visione della vita) è racchiuso in una delle ultimissime poesie (Vermeer, 2009), dove si torna a ripetere, dopo tanto scetticismo, che soltanto l’Arte ci può salvare:

    

     “Finché quella donna del Rijksmuseum

      nel silenzio dipinto e in raccoglimento

      giorno dopo giorno versa

      il latte dalla brocca nella scodella,

      il Mondo non merita

      la fine del mondo”.

  

Ci si potrebbe fermar qui e non dire altro della sua grandezza, se non fosse che, a proposito della Szymborska, sembra che ci sia l’esigenza di parlar d’altro. Ma non si va lontani nella sua comprensione, e non le si fa un buon servizio, se si continua a interrogarsi sulle “sorprendenti ragioni del suo successo”, come hanno fatto la maggioranza di coloro che, in questi giorni, ne hanno scritto sulle pagine dei nostri giornali. Non so che cosa possa significare, ma certo è sorprendente che la discussione sulla sua poesia e la sua filosofia siano meno importanti delle considerazioni sulla popolarità di cui godeva in Italia. Ci si sorprende e ci si interroga sulle grandi tirature dei suoi libri, gli affollati incontri “come i concerti delle rockstar”, la sua presenza tra le scarse letture preferite di signore poco avvezze a legger libri.

 

La risposta è sempre la stessa: la Szymborska usava un linguaggio quotidiano, alla portata di tutti, trattava i grandi problemi con “leggerezza mentale” e la “capacità di spalancare al nostro sguardo, nello spazio di pochi versi, le cose prime e ultime della vita”.

Il suo editore italiano ha scritto: “Nei suoi versi molti lettori hanno incontrato percezioni elementari ed essenziali a cui non sapevano –o non osavano- dare un nome, ma che tuttavia appartenevano alla tessitura  nascosta della loro esperienza”.

 

Giusto, ma è poi facile e leggera la poesia della Szymborska? Il fatto che la sia intesa così non significa affatto che lo sia.

Szymborska ha sempre amato giocare e divertirsi con le parole e praticare con passione il bricolage, anche linguistico. Ha inventato per tutta la vita limerick, epitaffi, calembour e distici e ha saputo “giocare con le rime” con molta lucidità:

“Da un certo punto di vista è tutto molto semplice: alcune parole fra loro rimano, altre no. E quante volte si può ripetere una rima, o un gruppo di rime? Per funzionare, una rima deve sempre suonare fresca, ‘di giornata’. Ma purtroppo non esistono o quasi rime che non siano già state usate, riusate e consunte. Quindi l’allontanamento dalla rima è un fenomeno inevitabile, poiché non è possibile ripetersi all’infinito. Ecco perché la rima si recupera quasi solo nel momento in cui si desidera trasmettere al lettore un messaggio come ‘divertiamoci’, o ‘si tratta di un gioco’. Allora si rispolverano senza pudore rime anche logore, ma utilissime per dare un effetto collaterale, secondario, un timbro ironico e scherzoso”.

 

Una gran quantità delle sue poesie sono in rima. Il suo traduttore italiano, Pietro Marchesani, purtroppo di recente prematuramente scomparso (al quale si deve, tra l’altro, il merito di aver fatto conoscere la Szymborska in Italia, prima che il Premio Nobel conferitole nel 1996 la rendese nota nel mondo e di essersi poi sobbarcato la fatica di averla tradotta tutta) ha preferito di rispettare questa musicalità dei suoi versi, inevitabilmente però sacrificando il contenuto. Scelta senz’altro legittima, anche perché mantenuta con coerenza, ma che ha “semplificato” la poesia della Szymborska e l’ha resa spesso quasi una filastrocca. Perché c’è poco da fare: nell’italiano contemporaneo la rima suona come un giochetto e distrae molto dal significato delle parole. Non rafforza con la musicalità la potenza dei concetti espressi.

Facciamo un esempio comparato. Una delle poesie di vecchie -perché la gran parte di quelle prima del 1956, tra le quali un elogio per la morte di Stalin (“La scrissi col cuore più sincero; sono cose che oggi non si possono capire”), ha sempre impedito che venissero ripubblicate- e più belle è Nic dwa razy (Nulla due volte,1957), una sorta di considerazioni concentriche a partire dal frammento di Eraclito: “Tutto scorre”. Per rispettare il ritmo delle rime, e renderle anche in italiano, si è sacrificato il senso delle parole, banalizzando inevitabilmente il senso dei versi. Confrontiamo una quartina (nell’ordine: l’originale polacco; la versione più letterale, in corsivo; la traduzione italiana che rispetta la rima, in tondo):

 

    Wczoraj, kiedy twoje imię

    ktoś wymówił przy mnie głośno,

    tak mi było, jakby róża

    przez otwarte upadła okno.

  

    Ieri, quando il tuo nome

    qualcuno qui ha gridato,

    è stato, come se una rosa

    cadesse giù dalla finestra aperta.

 

    Ieri, quando il tuo nome

    qualcuno ha pronunciato,

    mi è parso che una rosa

    sbocciasse sul selciato.

 

 

Così le poesie delle Szymborska paiono semplificate in un gioco di parole assonanti e i suoi concetti perdono la precisone tagliente che hanno nell’originale. Per non dire di quando, alla musicalità, si sacrifica anche il buon senso storico, come quando, nella poesia Nagrobek (Epitaffio, 1962) la poetessa invita il passante a tirar fuori dalla borsa (invece che il cervello elettronico: mózg elektronowy) il suo “personal” (nel 1962!).

E invece Szymborska è stata una maestra nell’acchiappare la parola giusta: proprio quella che racchiude perfettamente un concetto e non lascia sbavature imprecise dietro di sé.  Si è sempre imposta e ha raccomandato di osservare bene le parole: “In fin dei conti si tratta delle stesse parole che giacciono morte nei dizionari o vivono una vita incolore nella lingua comune. Com’è che nella poesia brillano a festa come se fossero completamente nuove e appena inventate dal poeta?”.

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