Furia iconoclasta

Parte prima

Monumenti e visibilità

 

Nessuno ci faceva caso. Nessuno le degnava di uno sguardo. Nessuno leggeva i loro nomi né conosceva i loro volti e le loro storie. Le statue e i monumenti pubblici sono come i semafori, come gli spartitraffico: fanno parte dell’immagine di una città, di un paesaggio urbano efficace quanto più passa inosservato. A volte c’è un albero o un’aiuola, una fontana o un obelisco, altre volte la statua di qualche personaggio insigne o di un evento memorabile, le cui gesta sono ricordate con frasi incise su placche che rasentano il ridicolo. Sono blocchi di pietra sbucati fuori dal cemento nessuno sa più quando e perché. Lo stesso vale per i murali e altre grandi opere realizzate su commissione per spazi pubblici e hall di edifici privati: tanto grandi quanto ignorati. La loro inaugurazione ufficiale coincide paradossalmente col loro divenire invisibili.

 

Memorabile è rimasto l’aforisma di Robert Musil (Pagine postume pubblicate in vita): “i monumenti sono così palesemente irrilevanti. Nulla in questo mondo è più invisibile di un monumento”.

Finché un giorno, vuoi per un cambio di mentalità e sensibilità, vuoi per contingenze socio-politiche, vuoi per la natura intrinsecamente storica del nostro sguardo, ci si mette a guardare meglio, a osservare per la prima volta. E ci si rende conto che quell’elegante signore d’altri tempi non è un rispettabile avo, un nonno baffuto in posa come in un’ingessata foto di famiglia, ma un soldato arcigno col pastrano e il fucile. Un uomo che ha umiliato, maltrattato, imprigionato, torturato, schiavizzato e finalmente ucciso altri uomini, che si è macchiato di atti violenti per difendere un’idea di patria e di storia – quella dei vincitori ovviamente.

 

 

Una difesa speciosa

 

Sin da metà agosto è letteralmente esploso il dibattito sui monumenti della Guerra civile negli Stati Uniti, in particolare sui generali degli Stati Confederati d’America Robert E. Lee e Stonewall Jackson, che combatterono per la secessione dagli Stati Uniti e per difendere l’indifendibile: la schiavitù dei neri. Per questo si ribellarono allo smantellamento dell’istituzione della schiavitù e al diritto di rapire, comprare, vendere, schiavizzare, picchiare, uccidere uomini e donne afroamericani. Risultato: almeno 670.000 vittime tra militari e civili, 200.000 feriti o mutilati.

 

 

I propositi non andavano per il sottile. Alexander H. Stephens, vice presidente della Confederazione nonché membro del Partito democratico, dichiarava: “Che il negro non sia uguale al bianco, che la schiavitù – la subordinazione alla razza superiore – sia la sua condizione naturale e normale. Il nostro nuovo governo è il primo, nella storia del mondo, fondato su questa grande verità fisica, filosofica e morale”. Non era in malafede: lui e Lee credevano di compiere così il volere di Dio.

Di questi criminali sono state erette statue per adornare le piazze americane, non scalfite dalla lotta per i diritti civili né dalla presidenza Obama. Eclatante, al riguardo, è il caso del Campidoglio a Washington. Sin dal 1864 ogni stato americano ha donato due statue di personaggi storici da collocare nella National Statuary Hall Collection. Tra le cento statue della collezione, ci sono dodici Confederati e zero afroamericani. 12 a 0 per i Confederati. E in tutto il Campidoglio, solo quattro statue sono di afroamericani: Martin Luther King Jr, accolto nel 1986, e altri tre durante la presidenza Obama (cfr. Vivien Green Fryd, Art and Empire. The Politics of Ethnicity in the United States Capitol, 1815-1860, Ohio University Press 2001).

 

 

Sconfitta la Confederazione, cioè l’unica nazione creata con lo scopo di difendere la schiavitù, si continuò a giustificare la secessione come strumento di difesa delle libertà costituzionali, e ad esaltarne l’eroismo. È la cosiddetta Lost Cause, un perverso capolavoro politico. Le statue erano finanziate dalla United Daughters of the Confederacy (UDC), costituita da mogli, sorelle e figlie dei militari confederati. Un gruppo di anziane signore tuttora attive, con un sito internet e un messaggio della direttrice sull’home page in cui si stigmatizzano gli eventi recenti ma non si dice nulla sull’abbaglio storico su cui la loro associazione riposa.

 

 

Del resto, un fatto noto solo agli storici, le statue dei Confederati non furono erette solo a ridosso della fine della guerra di Secessione ma in tre fasi distinte: una prima (1890-1930) di commemorazione, con opere collocate in spazi pubblici, come i cimiteri vittoriani, finanziate da gruppi privati. Una seconda (1930-70) in cui i nomi dei Confederati infestano la toponomastica delle città, scuole pubbliche, base militari, immobili storici fino ai sussidiari adottati nelle scuole pubbliche. Nella terza (1970-) altre statue vengono disseminate negli ex-campi di battaglia (cfr. W. Fitzhugh Brundage, direttore del dipartimento di storia del North Carolina-Chapel Hill, autore di The Southern Past. A Clash of Race and Memory, Harvard University Press 2008).

 

Fate attenzione alle date: coincidono con l’emanazione delle leggi razziali di Jim Crow in cui neri e bianchi erano “separati ma uguali” – nei fatti un modo per legittimare la segregazione razziale –, e col movimento per i diritti civili. L’erezione di monumenti faceva insomma parte di un processo di definizione nazionale e razziale (cfr. Kirk Savage, Standing Soldiers, Kneeling Slaves: Race, War, and Monument in Nineteenth-Century America, Princeton University Press 1998).

 

 

Eppure solo nell’agosto scorso la storia è venuta a galla. A risvegliare gli animi è stata, come noto, una manifestazione organizzata il 12 agosto a Charlottesville contro la rimozione della statua equestre di Lee sita, il nome non potrebbe essere più stridente, in Emancipation Park. Nel Parco dell’emancipazione si è messo sul podio chi ha praticato la schiavitù, il razzismo e l’oppressione, chi considerava il nero un “bene mobile”. A manifestare del resto non è un barboso conservatore del patrimonio artistico della nazione americana bensì una congrega assortita, essenzialmente maschile, composta da membri del Ku Klux Klan, neo-nazisti, suprematisti bianchi e razzisti d’ogni schiatta. Prevedibile che nelle loro rivendicazioni raramente si citino i monumenti: “Questo non è un attacco al tuo patrimonio. Questo è un attacco alla tua esistenza razziale. Contrattaccare o morire [...] Battiti per i nostri monumenti” – questo il grido di battaglia.

 


Insomma questa frangia estrema non era lì per il mantenimento dell’opera scultorea ma per quello che rappresenta: la supremazia della razza bianca e la sua legittimazione. Che Lee stia lì, ritto e impavido sul piedistallo, dimostra che hanno la storia dalla loro parte. Questa, dicono, è stata ed è tuttora (e deve essere) la Storia Americana. Chi pensava che gli ultimi nazisti americani fossero quelli, dopotutto paciocconi, dell’Illinois nel film dei Blues Brothers si è dovuto ricredere.

Gli abitanti di Charlottesville e la società civile non sono rimaste a guardare e gli scontri sono costati la vita a Heather Heyer, una donna di 32 anni. Travolta da una macchina in corsa guidata da un estremista di destra di vent’anni, Heather è morta, colpevole di essere scesa in strada contro un manipolo di coetanei che brandivano bandiere naziste. Uno degli ultimi post sulla sua pagina Facebook recitava: “Se non sei arrabbiato, ti sei distratto”. Del resto se i nazisti occupassero le vostre piazze, non scendereste in strada per protestare? Solo che parliamo dell’estate 2017 in un paese democratico come gli Stati Uniti, non dell’estate 1944 in Normandia.

 

 

La scultura di Lee fu commissionata nel 1917 – due anni dopo Nascita di una nazione di D.W. Griffith – e portata a termine dallo scultore bolognese Leo Lentelli nel 1924. È ritratto eroicamente a cavallo come Marco Aurelio, i cui Colloqui con me stesso era un livre de chevet di Lee, che lo portava con sé in guerra; non a caso il traduttore inglese dell’edizione americana del 1895 glielo dedicò. Nel 1927 nel KKK si contavano quattro milioni di membri. Finora nessuno aveva avuto niente da ridire sulla statua, se non per quel piedistallo in granito, troppo piccolo e sproporzionato per sorreggere la scultura di bronzo. Fu allora che il cappellano dei Figli dei Veterani dei Confederati, H.W. Battle (ma si chiama proprio così?) se ne uscì con una perla: “Si è detto che il piedistallo è troppo piccolo per questa figura massiccia. Mettiamola così: il pianeta come piedistallo sarebbe troppo piccolo per Robert Edward Lee”.

 

Furia iconoclasta. La rimozione comincia

 

Gli osceni tweets del Presidente, a favore di quella parte più estremista del suo elettorato che ha mostrato il vero volto a Charlottesville, hanno contribuito a rendere la situazione incandescente. La furia iconoclasta si è abbattuta sugli Stati Uniti come un uragano: una statua di Lee alla Duke University (quella dove insegna Fredric Jameson, per intenderci) a Durham (North Carolina) è sfigurata il 14 agosto e prontamente rimossa, un’altra abbattuta. In un video che circola su internet una folla inferocita cinge un cappio al collo del generale, lo butta giù, scatta dei selfie, la prende a calci, mostra il dito medio, ci sputa sopra. La statua di bronzo viene giù e si sfascia, si piega su se stessa come una palla di gelato da un cono sulla spiaggia. Ad Annapolis (Maryland) viene rimossa la statua di Justice Taney che, nel 1857, scrisse la sentenza della Corte Suprema secondo la quale gli afroamericani – che fossero schiavi o meno – non erano tutelati dalla Costituzione americana e non avevano diritto ad essere o divenire cittadini americani.

 


Silent Sam, il memoriale alla University of North Carolina at Chapel Hill, eretto nel 1913 per onorare gli ex allievi che avevano combattuto nella Guerra civile, diventa teatro di atti vandalici e di proteste spontanee, al punto da essere video-sorvegliato 24 ore al giorno. “Sam stands for slavery”, si legge sui cartelli dei manifestanti che vedono in Sam un’icona, quasi un antenato, dell’attuale Presidente.

È solo l’antipasto: ovunque negli Stati Uniti vengono demolite statue, avviate procedure per rimuoverle, indette approfondite ricognizioni dei monumenti presenti sul suolo pubblico. La lista è incompleta e in continuo aggiornamento: Florida (Gainesville, Jacksonville, Tampa, St. Petersburg, Bradenton, Daytona Beach, Pensacola, Orlando), Virginia (Richmond, Portsmouth, Alexandria, Norfolk), Texas (Austin, San Antonio, Dallas), Maryland (Baltimora, Frederick, Rockville, Ellicott City), North Carolina (Durham, Chapel Hill), Massachusetts (Boston), Kentucky (Lexington, Louisville, Frankfort), Tennessee (Memphis, Nashville), Georgia (Stone Mountain), Ohio (Franklin, Worthington), California (Los Angeles, San Diego), Missouri (St. Louis), Seattle (Washington), Montana (Helena), Wisconsin (Madison, Montreal), Alabama (Birmingham), Indiana (Indianapolis).

 

Senza dimenticare la Louisiana (New Orleans), ovvero lo stato dove si sono compiuti 540 dei 4000 linciaggi dei neri (e, già che c’erano, anche degli italoamericani). Nell’abbondante documentazione fotografica che resta vediamo lugubri messinscene di comunità bianche, uomini e donne, anziani e bambini, contadini e sceriffi, raccolti sotto alberi con uno o più uomini neri impiccati a un ramo o a un palo. Il fotografo Ken Gonzales-Day ha fatto di questo materiale il cuore del suo Erased Lynchings.

 

 

A volte sono gli eredi stessi dei militari ritratti o degli scultori a chiedere la rimozione delle statue, come quelli di Stonewall Jackson per la statua di Richmond (“The Monuments Must Go”, dichiarano pubblicamente su Slate), o la famiglia Ezekiel per quella all’Arlington National Cemetery. Senza dimenticare Robert Lee IV, che di mestiere fa il pastore e cui il razzismo del suo avo deve causargli parecchio pruriti.

 

Non solo monumenti

 

Assieme ai monumenti, a essere rimosse sono anche le placche sugli alberi, come quella del 1912 sull’acero che il generale Lee (sempre lui) piantò sulla proprietà della chiesa episcopale di St. John a Brooklyn quando passò da quelle parti. O le vetrate della cattedrale di Washington – la più grande del paese dopo quella di St. John the Divine a Manhattan –, che aveva già rimosso le vetrate con le bandiere dei Confederati. La rimozione, preferita alla distruzione segue, è doveroso ricordarlo, due anni di discussioni, avviate dopo la sparatoria a sfondo razziale nel giugno 2015 in una chiesa in Charleston (South Carolina), che fece nove morti. Fino a quella data le vetrate, donate nel 1953 dalle United Daughters of the Confederacy (sempre loro), rimasero letteralmente trasparenti. Ora i fedeli si sentono a disagio a vedere immagini del genere in un luogo sacro.

 

Idem per i murali, come Parks, the Circus, the Klan, the Press di Thomas Hart Benton, realizzato per la Fiera mondiale di Chicago del 1933 e ricollocato nel 1941 all’Indiana University Art Museum (Bloomington), in cui fa bella mostra il KKK (cfr. Kathleen Foster, Nanette Brewer, Margaret Contompasis, Thomas Hart Benton and the Indiana Murals, Indiana University Press 2000, 2008). O i murali della fine degli anni trenta, con la loro rappresentazione stereotipata e grottesca dei nativi americani e altre popolazioni indigene, come Dangers of the Mail (1937) di Frank Mechau nel quartier generale della Environmental Protection Agency.

 

 

Una prima ricognizione sui monumenti dei Confederati negli Stati Uniti fornisce dati impressionanti: si tratta di un battaglione di più di 1500 unità, di cui 718 monumenti e statue sul terreno pubblico. Senza contare 109 scuole pubbliche loro dedicate e spesso frequentate da una maggioranza afroamericana. E poi ponti, parchi, autostrade, contee, laghi, dighe, strade. Mai causa persa fu più vincente.

Collocati in gran parte negli stati della Confederazione (223 in Virginia, 174 in Georgia, 140 in North Carolina, 131 in Mississippi, 128 in Texas), persino città cosmopolite come New York non escono indenni.

 

La mappatura di quelli che il sindaco de Blasio ha chiamato “simboli di odio” è ancora in corso. Sono state già rimosse le statue più controverse e imbarazzanti, a partire dai soliti busti di Lee e Jackson nella Hall of Fame for Great Americans del campus del Bronx Community College. Per mostrare che New York è sempre all’avanguardia, non ci si è fermati qui: chi è quel Dr. J. Marion Sims, tra Fifth Avenue e East 103rd St. davanti la New York Academy of Medicine? Presentato come “father of modern gynecology”, in realtà non esitò a compiere esperimenti su delle donne nere ridotte in schiavitù. E poi la fermata della metro di Times Square: presto verrà rimosso quel blasone che, con la loro croce blu e bianca su sfondo rosso, evoca inconsapevolmente la bandiera confederata. Fino alle statue di Colombo mutilate e le discussioni sulla soppressione del Columbus Day, in alcune città già ribattezzato Indigenous People’s Day, davanti la costernazione della comunità italoamericana per cui Colombo rappresenta la loro integrazione nel Nuovo mondo.

 

Ora, “When Should the Removal of Confederate Monuments Stop?”. È questo uno dei titoli del “New York Times”, un commento alla domanda posta in modo fallace dal Presidente. Ma è anche la domanda che la società civile americana si chiede da un mese a questa parte – un dibattito su cui dovremo rivenire per capire qual è la posta in gioco.

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