Gazzosa – Distributore automatico di acqua gassata

Una prima considerazione sul nome di questo oggetto: il nome con cui veniva citato tra le gente, e che lo ha consegnato alla storia, è in forma diminutiva. Non gazirovannaja voda (acqua gassata) per intero, ma gazirovka (“gazzosina”, se volessimo forzatamente tradurre alla lettera). Esattamente ciò che con i diminuitivi russi non si deve fare. Il loro valore, nella maggior parte dei casi, non è riduttivo in senso di proporzioni ma affettivo-colloquiale. Segnala il rapporto diretto e amorevole con quel particolare oggetto e con la consuetudine della funzione e dell’uso che lo caratterizza. Avremo quindi knižki (libriccini) invece di knigi (libri) anche quando le dimensioni non giustifichino, ai nostri occhi, il ricorso alla riduzione. Stakančiki (bicchierini), zontiki (ombrellini), vodička (acquetta) e così via, fino alla banočka (barattolino), senza che, a differenza di quanto avverrebbe in italiano, l’ombra di leziosità sfiori il concetto.

 

L’accesso ai caffè e ai ristoranti nell’era sovietica non era affatto scontato. Lunghe file si formavano all’ingresso, non soltanto e non sempre per l’esiguità dei posti disponibili rispetto alla domanda, ma anche per una “bizzarra” gestione degli stessi. Bizzarra agli occhi capitalistici dei turisti-visitatori, ma assolutamente consueta e regolare a quelli dei cittadini sovietici. La motivazione va  principalmente cercata nel disinteresse materiale da parte del personale stipendiato a tariffa fissa nell’avere una sala a piena e nel dover, conseguentemente, lavorare di più. Se e quando, compiuti i debiti riti iniziatici, si riusciva a ottenere accesso alla sala, spesso si scopriva che questa era vuota o semi vuota e che i camerieri, indolentemente, fumavano in gruppo chiacchierando in un angolo, indifferenti ai richiami dei clienti. Soluzioni di incentivazione furono cercate e applicate. Altre volte lo zelo e lo spirito entusiastico degli addetti ai lavori, uniti a un ammirevole concetto di servizio, smentivano queste considerazioni e, da parte degli utenti, si commentava con stupita soddisfazione l’inattesa efficienza e garbo con cui si era stati trattati. I tardi anni Quaranta e i primi Cinquanta avevano visto anche campagne di propaganda impostate in questa direzione, ma l’esito pratico nei decenni successivi avrebbe lasciato decisamente a desiderare.

 

Serviamo con garbo e attenzione ogni cliente, 1948.

 

Meritatevi una lode!, 1954.


Anche per questa ragione, forse, il ricorso al cosiddetto nomadismo gastronomico fu grande. Non solo, in realtà, frutto di una necessità trasformata in virtù ma, progressivamente, vero piacere di consumare cibo strada facendo, dopo essersi approvvigionati, previa breve e veloce coda, a uno dei tanti chioschi sparpagliati per le città o, ancora più emozionante, da una babuška spuntata inaspettatamente all’angolo di una via, munita di improvvisato banchetto-secchiello o di cesta assicurata al collo, da cui traeva deliziosi pirožki (frittelle di pasta ripiena di carne o verdure) ancora bollenti o cremosissimi gelati.

Lo stesso problema coinvolgeva la sfera della sete e delle bevande. Nei seppur brevi mesi estivi la calura raggiungeva livelli preoccupanti e la necessità di porvi rimedio spinse a cercare soluzioni. Dapprima comparvero chioschi in cui un addetto spillava acqua gassata da un contenitore alla quale, su richiesta e dietro pagamento di piccolo supplemento, aggiungeva una spruzzata di sciroppo alla frutta. Memorabile e ormai mitica è rimasta la scena di un film del 1938 in cui la grande attrice caratterista Faina Ranevskaja, nel ruolo di una bisbetica moglie piccolo-borghese, si fa servire diverse dosi di acqua alla frutta e pronuncia sprezzante una battuta passata alla storia ed entrata nel lessico familiare: “Men’še p’eny”! (Meno schiuma!), e più sostanza, si intende.

 

 

Tat’jana Jakuševič, Podkidyš (Il trovatello), 1938.


Nelle case e nei bar, in mancanza di acqua imbottigliata, ci si serviva dei sifoni da seltz, metallici e ricaricabili con le apposite bombolette. La tecnologizzazione avrebbe portato, anche in URSS, alla progressiva scomparsa dei chioschi gestiti da esseri umani e alla loro sostituzione con distributori automatici. Le città avrebbero visto le proprie strade estive popolarsi, in prossimità di teatri, parchi o cinema, di macchine grigio-azzurre, inevitabilmente immerse in una pozza d’acqua che proveniva da una qualche falla nel sistema, in file di due o anche più, seriali e anonime.

Preso posto in coda, anche lunga quando il sole batteva con particolare accanimento, si arrivava alla postazione. Una copeca, il prezzo minimo copribile con una moneta sovietica, bastava per un bicchiere di acqua; tre copeche garantivano una spruzzata di sciroppo. Il bicchiere, di vetro a faccette (v. voce specifica granënyj stakan), la plastica ancora non circolava, era uno per tutti. Lo si poteva pulire appoggiandolo a testa in giù su un’apposita spazzoletta rotante ed esercitando una leggera pressione: uno spruzzo d’acqua saliva e detergeva il bordo su cui si appoggiavano le labbra L’igiene non era certo garantita, ma l’illusione di sanità contava più di ogni altra cosa. Poi si infilava la moneta nella fessura, si poneva il bicchiere nella giusta postazione e un getto d’acqua gassata, accompagnato da un inequivocabile fruscio, lo  riempiva fino all’orlo.

 

Nonostante l’esiguità del costo non mancavano le tecniche per aggirare l’ostacolo: la moneta da una copeca lanciata con particolare veemenza tale da farla percepire alla macchina come una da tre, o l’universale strategia dello spago legato alla monetina, o ancora un più cruciale calcio o pugno ben assestato. Colpisce, invece, il fatto che fossero rarissimi i furti del bicchiere. Questo non era assicurato in alcun modo alla macchina, ma il senso civico dei cittadini sovietici faceva sì che non sparisse. Talvolta i vagabondi alcolizzati lo “prendevano in prestito” per consumare il loro rito inebriante, ma si facevano un punto d’onore nel riportarlo al proprio posto, magari confondendo un distributore con l’altro, ma senza mai appropriarsene.

 

 

Toccò a una delle poetesse-mito degli anni Sessanta, Bella Achmadulina, celebrare in tempo reale, in una poesia del 1960, l’eccezionalità quasi prodigiosa e incantata di questo apparecchio.

 

Acqua gassata

 

Ecco che al distributore di acqua gassata, 

beniamino altezzoso fra tutte le macchine,

si avvicina, come a un giocattolo a molla,

un misterioso bambino di oggi.

Poi, presuntuoso fantasticone,

infila la moneta umida nella fessura e,

avvicinando le guance ai teneri spruzzi,

raccoglie col bicchiere la fontana rosea. 

Oh, potessi per un istante possedere la sua sicurezza e familiarità con quel semplice mistero!

Ma no, questa grazia non mi è concessa;

che si sparga pure accanto alle mie mani.

Il ragazzino, invece, partecipe dei miracoli,

regge nel pugno sette sfaccettature di vetro

e il loro riflesso vola sul pietrisco rosso e colpisce dolorosamente gli occhi. 

Timidamente mi metto anch’io a giocare 

e mi concedo con beata sensazione di rischio alla seduzione del disco metallico,

e mi sento mancare, ma prendo il bicchiere.

Liberato dalle catene d’argento,

nasce un gorgo dolce e salato, 

colmo di un alito ignoto e di una fresca calca di bollicine. 

Tutti gli arcobaleni che fa nascere, 

trafiggono il cielo in una breve dolcezza e la lingua,

già intenerita dal pizzicorino, 

assaggia i sette sapori dello spettro.

E l’anima oscura della macchina contempla con bontà d’altri tempi,

come fosse una contadina che offre con la fredda mano

un ramaiolo d’acqua al viandante assetato.

 

Oggi i distributori sopravvissuti al degrado, allo smantellamento e allo scempio dell’iconoclastia sono conservati, come oggetti della memoria o portatori di nostalgia, in musei, locali alla moda, case private di collezionisti. Quando se ne trova uno ancora in funzione sono in molti a concedersi l’emozione del rito performativo anche se, a detta di tutti, il sapore “dolce e salato” di quell’acqua non è certamente più lo stesso.

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