Geografia del massacro

Sono apparsi, a distanza di circa un anno l'uno dall'altro, per i tipi dell'ottimo editore Keller, due libri importanti di Martin Pollack, scrittore austriaco nato nel 1944, al culmine della seconda guerra mondiale; la data e il luogo di nascita dell'autore non sono casuali: egli nasce sulle rovine di un mondo che le due guerre hanno distrutto e avvelenato quasi in modo definitivo, e proprio da queste rovine parte per ricostruire alcune preziose realtà, e per ristabilire la verità su episodi terribili, che hanno contaminato profondamente paesaggi in apparenza idilliaci.

 

I libri pubblicati sono, in ordine cronologico: Paesaggi contaminati – Per una nuova mappa della memoria in Europa, e Galizia (trad. it. F. Cremonesi, 2017) – Viaggio nel cuore scomparso della Mitteleuropa (trad. it. M. Maggioni, 2016). In realtà, andrebbero forse letti in ordine inverso, per immergersi lentamente in quel mondo scomparso che fu la patria di Joseph Roth, e che generò scrittori e poeti di valore assoluto come Bruno Schulz e Paul Celan. Finalmente possiamo, con la precisione ferroviaria degli itinerari descritti, muoverci con esattezza in terre sempre avvolte da una meravigliosa inafferrabilità, una perenne indeterminatezza. Joseph Roth ci ha donato un'immagine sfumata e nostalgica di queste terre sempre di confine, ora possiamo avanzare alla luce del giorno lungo le imperialregie ferrovie, così da riconoscere, ad una ad una, le città, i borghi e le campagne di ciò che furono Galizia e Bucovina, all'estrema propaggine dell'impero Austroungarico, alla frontiera dell'impero russo. La realtà del mondo di ieri ci appare immediata e rassicurante, pur nelle difficoltà oggettive della vita quotidiana di quell'epoca: il viaggio immaginario si svolge a cavallo del 1900, in regioni economicamente abbastanza depresse, se si esclude la fioritura dell'estrazione di petrolio nella zona di Drohobyc, cantata da Bruno Schulz, che provocò enormi ed improvvisi arricchimenti e scosse dal proprio torpore villaggi prima dimenticati.

 

La presenza ebraica, e la ricchezza della sua cultura, appaiono determinanti: solo pochi anni dopo, con la prima guerra mondiale, per fuggire le devastazioni, centinaia di migliaia di galiziani, soprattutto ebrei, emigrarono in Austria e in Germania, senza immaginare il futuro corso della storia, e impoverendo ulteriormente queste regioni; nel 1918 la Galizia divenne parte della Polonia, la Bucovina della Romania. Eppure, secondo Roth, ancora lo spirito dei luoghi e delle sue popolazioni non era cambiato, soltanto gli stemmi sulle uniformi e le linee di confine avevano subito mutamenti. L'intreccio inestricabile delle culture che in questi luoghi si era prodotto sarebbe sopravvissuto fecondo ed invincibile sino alla seconda guerra mondiale, sino alla catastrofe del genocidio nazista, e alla successiva glaciazione stalinista. Galizia e Bucovina scomparvero presto dalle carte geografiche, ma ancora per un ventennio quel mondo sopravvisse, quella cultura produsse grandi autori, grande letteratura. La storia si è accanita con particolare severità su queste terre, e in generale su quanto aveva costituito la Mitteleuropa, il mondo di ieri, che per decenni si era cullato sulla lieta illusione che la storia avesse trovato un approdo sereno, una solidità pari a quella dell'Impero multinazionale. Dalla distruzione di quell'ordine, dal primo conflitto mondiale, sono nate poi le energie, sostenute dallo spirito di rivalsa tedesco, che hanno portato alla nascita del nazismo, e alla più definitiva distruzione del secondo conflitto. Se ricordiamo che proprio qui passava il confine con l'impero russo, comprendiamo come lo slittare progressivo dei diversi imperi uno contro l'altro abbia portato a una distruzione quasi definitiva.

 

 

In Paesaggi contaminati, Pollack tocca con mano il vertice dell'orrore perpetrato nella seconda guerra mondiale. Il miscuglio di crudeltà, di infamia e di codarda doppiezza che emerge dalle sue ricerche è difficilmente sopportabile. L'Europa è disseminata di campi di battaglia, di luoghi di morte collettiva, ma qui l'autore insegue i luoghi dove a uomini inermi è stata data la morte, e in seguito si è cercato di cancellare e dissimulare le tracce di questi crimini. Per la maggior parte si tratta di crimini nazisti, nell'ampio scenario del genocidio ebraico, ma ci sono notevoli eccezioni, come lo sterminio degli ufficiali polacchi a Katyn per ordine di Stalin o le fosse comuni di Kurapaty, alle porte di Minsk, dove tra il 1937 e il 1941, sempre in epoca staliniana, si svolse una repressione di massa contro intellettuali e patrioti bielorussi. Anche in Slovenia, a Kocevski Rog, furono massacrati dagli uomini di Tito oppositori jugoslavi, per non parlare delle foibe dove scomparvero migliaia di italiani. In ognuno di questi casi, il tratto unificante è il disprezzo per le vittime, la volontà di sbarazzarsene nel modo più rapido ed economico possibile, e soprattutto l'intenzione di far scomparire il crimine insieme con i giustiziati, l'ignominia degli assassini insieme all'identità e all'onore delle vittime.

 

Questo mortale impasto di ferocia, crudeltà, ipocrisia, doppiezza e calcolo è ciò che ha disseminato l'Europa centrale ed orientale di luoghi di morte, dissimulati e quasi cancellati, con precisa intenzione, e calcolo accurato. Possediamo i nomi di molti tra questi luoghi, ma molti altri ci sfuggono, in anonimi boschetti, in parcheggi di vecchi kolchoz, tra pascoli dove il bestiame si muove tranquillo. L'amenità di ogni paesaggio, ogni presunto idillio naturale si confronta con il dubbio, sempre presente, che a pochi metri da quell'ingannevole mitezza si celi la morte, lo sterminio di innocenti. Come potremo guardare ancora un paesaggio, sapendo che per ogni dove queste metastasi della guerra e dell'odio più insensato si possono celare sotto le nostre suole? Questa contaminazione è definitiva, l'intenzione stessa che l'ha prodotta contamina irreparabilmente il paesaggio, quest'illusione estetica che cela la sostanza della storia.

 

È nostro dovere citare i nomi dei luoghi maledetti, almeno di quelli più tragicamente conosciuti, perché il passato non sia stato vano, perché la memoria sia nemesi per gli assassini: Rechnitz, nel Burgenland, dove gli abitanti ancora si oppongono alla ricerca delle vittime, Deutsch Schutzen, sempre nel Burgenland,  Polianka in Slovacchia, Kocevski Rog, Huda Jama in Slovenia, Rawa-Ruska, Berditschew, Peremyschljany, Rohatyn in Ucraina, il bosco di Lissinitschi a Leopoli, Babij Yar a Kiev, Berlinti, Climauti, Marculesti, Budai in Romania, Katyn in Russia, Kurapaty in Bielorussia, Bikernieki presso Riga, Ponary presso Vilnius, mentre altre centinaia di luoghi di tragedia sfuggono correndo verso l'oblio. In ognuno di questi luoghi la rottura della civiltà europea del novecento è stata definitiva, qualunque sia l'ammontare numerico delle vittime, da alcune centinaia, sino a più di centomila come accaduto a Babij Yar: l'estremo passo verso l'assoluta barbarie è stato compiuto. La tecnica ha permesso all'uomo di accelerare ed accrescere le proprie possibilità di sterminio, così come le possibilità della dissimulazione e della menzogna; per decenni il massacro di Katyn è stato falsamente attribuito ai nazisti; così come lo sterminio degli ebrei avrebbe dovuto essere un evento senza testimoni, scomparire nel passato senza traccia o memoria. Il secolo breve si è concluso poi, in Europa, con la terribile guerra yugoslava, dove si sono rivisti i campi di concentramento, atrocità medievali e il genocidio finale di Srebrenica, una ferita incancellabile e ancora aperta, che ha mostrato l'inettudine flagrante delle Nazioni Unite, e le coperture internazionali degli assassini.

 

I valori ufficiali che l'Unione Europea porta avanti e dovrebbe difendere si rifanno a quanto di meglio la cultura europea ha prodotto negli ultimi secoli; è necessario però che la vigilanza e la memoria siano mantenute sempre vivissime; questi libri di Martin Pollack aiutano a ricordare, la meraviglia del passato ed anche il suo orrore, la cultura e la civiltà così come l'abiezione assoluta. Sono libri importanti, da far conoscere.

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