Gianni Scalia. Dionisiaco anche negli errori

In quel periodo il nome che era meglio non fare a casa di Gianni era quello di Franco Fortini, suo acerrimo nemico accademico. Credo che avesse osteggiato la sua nomina a professore di alto livello ma è questione che non so e non voglio definire più esattamente.

Non conoscevo il lato accademico di Gianni, sono stato suo allievo de facto anche perché vicino di casa. Da via dello Scalo a via Riva di Reno erano cinque minuti a piedi. Salivo da lui e mi accomodavo tra i libri, che erano l’unico mobilio del grande appartamento. Non c’erano mobili in quella casa, e se c’erano erano coperti di libri, a decine e decine di migliaia, fino al soffitto e dovunque. Era in causa con il condominio per seri pericoli di crolli, tanto che il comune gli aveva offerto una sistemazione altrove.

 

Non conoscevo Fortini di persona, ma lo avevo letto, e mi era capitato di incontrarlo insieme ad altri aspiranti scrittori. Questo è il ritratto di Gianni Scalia e non voglio fargli il torto di inserirci surrettiziamente quello di Fortini! Ricordo però che pensai: “Ma caro Gianni, proprio Fortini dovevi sceglierti come nemico?!”. Di Fortini in realtà non saprei dire proprio nulla. Mi era sembrato irraggiungibile e coltissimo, per nulla interessato (e forse giustamente) a noi giovani scribacchini. E soprattutto mi era sembrato assai tosto, come persona, uno che sapeva e voleva intimidire gli altri

Per Gianni la carriera accademica consisteva in alcune notti passate in un albergo ingiustamente stellato di Siena, dove gli spifferi e l’umidità gli infliggevano notti spaventose. Soffriva moltissimo di mal di schiena, e anche di altri acciacchi alle ossa. Il suo letto assomigliava a una barella, aveva uno strano aspetto ospedaliero, e naturalmente era immerso nei libri. Il comodino, con tanto di lampada professionale sopra, era un cubo di libri, forse un’intera enciclopedia.

Spesso i nostri dialoghi (o monologhi) cominciavano con la descrizione di queste notti dantesche. Immaginavo la città che brillava nel gelo, e Gianni dolente che l’attraversava coprendosi meglio che poteva, con coperte e sciarpe, con tutto quello che sviluppava calore.

 

Ma presto l’università svaniva dai suoi pensieri e cominciava a raccontare. Le sue riviste, i convegni, gli articoli letti, si confondevano con ricordi antichi di Pasolini e Roversi. Per me era come parlare con uno che aveva passato decine di sere con i Beatles. A volte il pomeriggio si prolungava. Mi invitava a cena al ristorante e poi magari si ricordava di dover partecipare a un dibattito. Ne ricordo uno abbastanza clamoroso. Durante la cena gli era tornato in mente un appuntamento. E aveva detto a me e a Roberto Bergamini: “Dirò due parole su Pasolini…per me è un impegno morale, se mi chiamano a parlare di lui dico sempre di sì.” Roberto gli chiese notizie sugli organizzatori della serata e lui fu vago: “È una professoressa qui di Bologna, sono il circolo Europa, mi pare si chiamino…”

 

Gianni amava il momento del convivio e gli piaceva brindare. Diceva spesso: “Brindiamo e mandiamo in frantumi i bicchieri, via!” Lo diceva ad altissima voce, aprendo il suo sorriso dionisiaco, e i camerieri si allarmavano. Insomma arrivò, scortato da noi, un po’ allegro alla conferenza. Presieduta da una onorevole professoressa all’epoca molto nota, già un po’ seccata per il leggero ritardo. Mi sembra di ricordare un piccolo pubblico standard da conferenza bolognese. Guardando i manifesti appesi al tavolo degli oratori io e Roberto avevamo già colto la tragedia che si stava profilando ma non potevamo più evitarla. Gianni partì a ritmo sostenuto con un ricordo pasoliniano. Ma dopo alcuni minuti la professoressa-onorevole lo interruppe. “Scusi professore, ma qui staremmo parlando di Europa…”. E così Gianni venne a capo dell’equivoco, e sistemando la cravatta e facendo brillare il sorriso dionisiaco ammise l’equivoco e se così posso dire lo trasformò in metafisica dell’equivoco. Prendendo atto che il circolo “Pasolini” lo aveva invitato a parlare della comunità europea come istituzione, si avventurò in uno dei discorsi più oscuri e affascinanti che avessi mai sentito. Aveva una capacità di improvvisazione straordinaria, sostenuta da una memoria prodigiosa... Eh sì, ora la mitica Europa cavalcava il suo toro bianco davanti alla sala sbigottita. La professoressa si infuriò e scoppiò una lite. “Che donna stupida” disse Gianni uscendo. Sono passati decenni da quella sera e ancora la ricordo. Sono sicuro che Gianni l’avrà dimenticata il giorno dopo. Nella sua aneddotica figuravano esibizioni ben più clamorose, che qualcuno forse trovava un po’ fantasiose. In realtà posso testimoniare che Gianni non diceva il falso. Ma spesso le sue superbe invettive non le capiva nessuno! “Amici non più amici, nemici non più nemici…” aveva dichiarato a dei suoi attoniti colleghi.

 

Sono sicuro che con il suo spessore filosofico mi perdonerà se insisto ancora sul ruolo dei libri nella sua vita. Banale dire che erano la sua vita. Li leggeva e li ricordava bene. Ma non ricordava dove li riponeva. Quindi se doveva controllare una citazione si alzava e andava a comprarne un’altra copia. Con tutta la naturalezza del mondo. Inutile combattere contro di loro, sembrava dire voltando le spalle al suo infinito labirinto di libri irraggiungibili. “La Pléiade è tutta laggiù…” diceva indicando un punto non proprio preciso.

 

Mi offrì non so più quante cene, in ristoranti che mai avrei potuto permettermi. Gianni era molto generoso. Ricordo una sera, più intensa di altre. Gianni volava alto, citava Eraclito nella sua bellissima lingua, e a un certo punto (finalmente, si potrebbe dire) mi sentii in colpa e gli dissi qualcosa del genere: “Gianni stai facendo filosofia davanti a me, stai scrivendo un libro bellissimo… perché non lo scrivi davvero? Perché perdi tempo con me che sono soltanto uno studente?” Gianni non la prese come una critica, e mi rispose con grande semplicità e con un ampio sorriso da Gatto nel paese delle Meraviglie. Lo diceva a me perché voleva dirlo a me. C’era una dissipazione in tutto questo ma in fondo non c’era. Mi rispose insomma con un gioco di prestigio, con uno dei suoi trucchi verbali. Stava lavorando al De Anarchia, e sapeva che gliel’avrebbero fatto pagare. “Bere lo champagne e gettare via il bicchiere!” questo bisognava fare.

 

 

Era fatto così. Dionisiaco in tutto, anche negli errori. Gli capitava di invaghirsi di un filosofo e si metteva in treno per andare a conoscerlo a centinaia di chilometri di distanza. Quando tornava sorrideva di sé e raccontava: “Appena mi sono seduto nel suo salotto professorale dove mancavano solo le pattine mi sono detto: sto incontrando un cretino!” Il grande filosofo della settimana prima svaniva per sempre dai nostri discorsi. La scrittura poteva essere ingannevole, alcuni sviluppavano una certa abilità imitativa ma in realtà non avevano niente da dire. Il presente era melmoso e ingannevole, bisognava esser morti da moltissimo tempo per essere capiti.

 

Gianni voleva conoscere tutti quelli che scrivevano. Anche gli sconosciuti. Mi era capitato di mostrargli delle poesie di una poetessa romagnola, brava ma schizofrenica e lui se ne era innamorato e volle conoscerla a tutti i costi. Lei si chiamava Mariangela. Un vero talento, purtroppo devastato dalla malattia, che l’avrebbe portata a una fine tragica di lì a poco. Di solito Mariangela si trasformava in uomo verso sera, ma anche da Gianni volle venire nella sua versione maschile. Gianni le carpì i fogli che aveva portato e lesse, anzi interpretò, un intero poema guardando l’autrice negli occhi. Purtroppo a Mariangela sfuggivano commenti inconsapevoli. Parlava tra sé ma a voce ben udibile: “Che cazzo ci faccio qui con questo vecchio trombone!” L’incontro non ebbe seguito. Ma Gianni si commuoveva quando gli raccontavo le telefonate di Mariangela. Che si innamorava di giovani studentesse e poi le chiamava a casa, avventurandosi in dialoghi impossibili. “Amo sua figlia disperatamente…” diceva. E poi ispiratissima aggiungeva: “La prego signora, dica ancora Contronatura… la prego!” Gianni faceva un gesto con la mano verso l’alto, in questi casi, un segno alla Sraffa per capirci. Per dire che c’è sempre una variabile impazzita, nella realtà, al di là di ogni logica.

 

NdA: Preciso che questo ritratto nasce dall’esperienza di un ragazzo di ventidue, ventitré anni. Ho frequentato Scalia alla fine degli anni settanta. In seguito, lavorando altrove, ci siamo persi di vista. Non ho mai partecipato direttamente alle imprese editoriali di Gianni e non ho mai scritto nelle sue riviste. Cosa che mi sembrava normale. Ero lì per ascoltare e lo consideravo un privilegio. Non ho mai osato mandargli un mio libro.

Per scrivere un commento occorre aver letto e accettato le nostre Norme per la comunità.