Giordano Bruno tra asinità e conoscenza

“…non è sorta di scienza che non v’abbia di suoi stracci”, scrive Giordano Bruno ne La cena de le Ceneri. Pone così solo una delle molteplici ambiguità che attraversano tutto il suo inquieto pensiero e la sua irriducibile vita. Ambiguità tra la vertigine del pensiero e il ciarpame dei suoi scarti; ambiguità dell’unitas multiplex, tra l’umiltà dell’esistere e la tensione a cercare la verità, a perseguire la verità come ricerca della verità; ma anche tra l’umiltà della nostra condizione e l’appagamento impossibile. Noi che viviamo lontano dall’equilibrio, perché l’equilibrio perfetto è la morte, ma non smettiamo mai di cercarne uno, di equilibrio; noi che ci ergiamo sulla nostra umanità ma non smettiamo di fare i conti con la nostra animalità; anzi, con la nostra asinità. Quella compassione e ferocia umana e animale potrebbe aiutarci a elaborare un sentimento più umile di noi stessi, se ne prendessimo atto riconoscendoci finalmente parte del tutto, seppur distinti dalla nostra evoluzione. Potremmo deporre la presunzione di essere sopra le parti nel vivente se accettassimo, alfine, la lotta con la nostra animalità costretta a una vita soffocante e ci risvegliassimo accettandoci umilmente per quello che siamo, esseri che cercano e completano il mondo per farselo bastare, che creano e tendono sempre all’oltre, eppure finiti anche se capaci di concepire l’infinito e l’infinità dei mondi. Come nell’ossessione del Nolano. È stata la regista di Corpo e anima, Ildikó Enyedi, a mettere in scena con particolare efficacia quella lotta. 

 

 

Accedere all’umiltà sembra un compito particolarmente fuori tempo. Eppure abbiamo fin troppi segnali riguardanti una vita da ripensare. Costretti a stare costantemente al gioco dell’efficienza e dell’arroganza del successo, assorbiamo ed eseguiamo regole irte di ostacoli. Siamo valutati e valutiamo su ogni aspetto, e chiunque voglia differenziarsi è spesso ridicolizzato. Eppure la mancanza e la fragilità, la vulnerabilità interiore, sono condizione per giungere a se stessi, per riconoscere i propri limiti che sono la vera condizione della propria effettiva possibilità. Come nel film, associare in parallelo la vita umana con quella degli altri animali, una coppia di cervi maschio e femmina, conduce alla scoperta di affinità eloquenti e suggestive, capaci di ridimensionare ed esaltare allo stesso tempo il limite e il possibile della vita. 

 

L’umiltà, in fondo, è una forma di connessione all’universo e al profondo significato dei gesti di ogni giorno, un modo di riconoscersi nell’infinitamente piccolo e nell’immensità di ciò che esiste, sapendo che siamo fatti di finitudine e per continuare a cercare, ma riconoscendo l’importanza di non crederci e non credersi mai.

 

L’umiltà del resto non è il contrario dell’orgoglio, semmai lo è della superbia. Superbi furono i carnefici di Giordano Bruno, mentre esprime orgoglio la sua dichiarazione in punto di morte, al momento di essere bruciato vivo:

“Certamente voi proferite questa sentenza contro di me con più timore di quello che io provo nell’accoglierla”.

Un orgoglio che deriva dall’autonomia del suo pensiero consegnato al limite e alla finitudine e, allo stesso tempo, al riconoscimento dell’infinito. Nel teatro della vita, come evidenzia Michele Ciliberto, l’umiltà e la finitudine sono per Bruno un atto di potenza: la potenza dell’autonomia e della libertà degli esseri umani, liberi e collocati negli infiniti mondi. 

 

 

Bruciato con la lingua "in giova per le brutissime parole che diceva", Bruno aveva riconosciuto la materia come principio unico ed eterno, la metasomatosi attraverso cui l'anima universale s'incarna con vicenda perenne in forme diverse. La stretta connessione fra filosofia e biografia, che reciprocamente si illuminano nel fuoco di una drammatica vicenda esistenziale, trova nella collocazione dell’uomo nella natura, con tutte le sue contraddizioni, una delle principali componenti del pensiero di Giordano Bruno. L’unità della vita, pur nella pluralità delle forme e dei mondi, si esprime nella molteplicità e nella varietas del vivente. In questa prospettiva si inserisce il tema dell’asinità, che secondo Bruno ha una dimensione positiva e una negativa, mentre l’analisi corrosiva e portata avanti con un linguaggio a sua volta basato su una pluralità di codici, propone l’asinità come lettura dell’umanità. Come riconosce Nuccio Ordine nel suo volume La cabala dell’asino. Asinità e conoscenza in Giordano Bruno, appena ripubblicato da La nave di Teseo con la premessa di Ilya Prigogine e la postfazione di Eugenio Garin, “nel faticoso cammino verso la conoscenza è necessario tener conto di tutti i contributi metodologici che possono aprire nuovi spazi di indagine, in quanto ‘un’unica via può condurre a varie mete e un metodo solo può non condurre a un unico fine’”, come sostiene Giordano Bruno in Il triplice, il minimo e la misura. Ordine scrive che “solo così si potrà cogliere l’essenza della molteplicità e della varietas, di cui l’asino si fa testimone incarnando in se stesso, come riferisce Farra nel suo Settenario, la infinita varietà delle forme della materia e, quindi, la varietà dell’intero universo” (p. 307).

 

 

L’umiltà è una virtù che non esclude l’orgoglio di ergersi in base a ciò che si è, essendo capaci di riconoscere i propri limiti. Nella vicenda umana e nella straordinaria produzione di conoscenza, Giordano Bruno interpreta una composizione unica e originale di stile di pensiero che si distingue per la sua forza e per il richiamo all’umiltà umana allo stesso tempo. L’asinità è una categoria interpretativa che incarna molto bene questa composizione. Bruno esprime con la sua forza schietta il contrario di quella “volgarità compiaciuta” (poslost) contro cui ha preso posizione Iosif Brodskij. Quel concetto, formulato da Gogol’ e definito ed esteso da Nabokov, include il trash sentimentale, i cliché volgari, il filisteismo in tutte le sue versioni, l’imitazione delle imitazioni, la falsa profondità, i messaggi umanitari, le allegorie politiche. La poslost, scrive Nabokov, “è particolarmente vigorosa e malefica quando la simulazione non è manifesta e quando i valori cui fa il verso sono considerati, a torto o a ragione, come appartenenti al più alto livello dell’arte, del pensiero e dell’emozione” (in I. Brodskij, Conversazioni, a cura di C. L. Haven, Adelphi, Milano 2015; p. 15). 

 

 

Un intero capitolo del libro di Ordine è dedicato a “L’entropia della scrittura”, e mira a evidenziare l’originalità e la dimensione sovversiva del linguaggio di Giordano Bruno, come codice per la narrazione di contenuti altrettanto originali e complessi, in una prospettiva in cui “l’infinità dell’universo e l’infinità dei processi di sapere” procedono su binari paralleli (p. 245 e seguenti). “Bruno riscatta da una condizione di subalternità la letteratura satirica e burlesca, ponendo su uno stesso piano di dignità il ‘serio’ e il ‘comico’: in entrambe le sfere è possibile cogliere la varietas che domina l’universo” (p. 248). Il progetto del Nolano non riguarda tanto un interesse di sperimentazione letteraria, bensì la ricerca di una sperimentazione linguistica che gli consenta di creare moduli espressivi per il suo intento anticlassicistico e per portare avanti la violenta rivolta contro il dogmatismo “tolemaico” che nel Cinquecento affligge e mortifica filosofia e letteratura. “Tutti gli elementi della scrittura (dalla grammatica alla sintassi, dalla struttura dialogica alla retorica, dal lessema alla frase) devono piegarsi alla sua concezione di un universo infinito, dove la vita pulsa in ogni piccolo elemento, dove la varietas domina incontrastata” (p. 254). Se tutto può essere centro e periferia allo stesso tempo, questo deve trasparire anche nella sintassi con cui si narrano i pensieri, che sottende a un prisma a molte facce, capace di esprimere i diversi aspetti di una realtà complessa e contraddittoria, e il totale rifiuto per un universo ottenebrato dall’ignoranza. “Il linguaggio deve rivelare le sue infinite possibilità di tradurre la complessità del reale” (p. 258). Come è noto la cena e la pittura diverranno metafore per esprimere la potente immaginazione di Bruno, in grado di rappresentare la varietà di gusti che si combina con la varietà di cervelli e desideri, o la varietà di manifestazione dei colori, ma anche le contraddizioni costitutive per cui “la perversa natura umana è condannata ad aver sempre disgusti gionti a i gusti” (G. Bruno, De la causa).

 

Siccome al pittore narratore non è dato di riuscire a ricostruire la realtà nella sua interezza, ma sempre e comunque un punto di vista su di essa, come si evidenzia nella Cabala, Bruno sostiene che i “ritratti” esprimono la precarietà e la provvisorietà, non solo del dialogo, ma anche dell’esperienza umana, confermando quella prospettiva di “forza umile” con cui il Nolano legge il mondo. Le profonde motivazioni che lo animano danno vita a una visione del mondo lontano dall’equilibrio, e l’attacco alle false verità totalizzanti, mentre riconosce gli inesauribili processi del sapere, non determina un nuovo atteggiamento unidimensionale, una qualche verità assoluta da contrapporre, bensì una “verità fluida” in sintonia con un universo instabile e precario, “che vuole che le cose si vedano in parte e non nella loro totale interezza” (p. 266). La libertà del filosofo per Bruno passa anche per la concezione della lingua: “Le parole diventano materiali plastici che vanno dominati, che vanno plasmati in maniera da poter esprimere una concezione del mondo” (p. 268). Come sostiene Michele Ciliberto, in Bruno la nuova visione del mondo si intreccia a una nuova concezione della lingua. Il piano linguistico è strettamente connesso alla varietà della realtà e con essa si combina plasticamente, consentendo a Bruno di scagliarsi contro una concezione “tolemaica” della lingua che è stata alla base di una radice unidimensionale di una filosofia che dalla cosmologia al linguaggio ha negato l’esistenza della molteplicità. 

 

Sono gli asini pedanti, cultori dell’asinità negativa, che perdono tempo alla ricerca di cose futili: “in una vita che scorre così veloce, dove anche l’attimo è prezioso, sprecare intere giornate a sezionare vocaboli e frasi significa condannarsi a rimanere eternamente ignoranti” (p. 275). La letteratura per Bruno è come una filosofia-pittura, un’operazione artistica al servizio della sapienza, anche perché fu proprio del suo pensiero rigettare le categorie universali e assolutizzanti del bello, per sostenere che la comunicazione estetica si realizza attraverso un reticolo complesso di rapporti tra “soggetto che avvince” e “oggetto che è avvinto”. “E nulla è veramente et absolutamente bello”, scriverà nell’Asino cillenico. La stessa contingenza il Nolano assegna al senso. Nell’universo infinito, come commenta Ordine nel suo libro, ciò che ieri poteva essere ritenuto insignificante, oggi, osservato da una differente angolazione, finisce per assumere un senso.

 

È quello che accade in Bruno, tra l’altro, con la figura dell’asino. Fu nella Cabala e nell’Asino cillenico che l’asino divenne l’indiscusso protagonista. Lo divenne in uno spazio contrassegnato dall’ambiguità. La capacità di contenimento e elaborazione dell’ambiguità offerta dallo spazio simbolico dell’asino, dipende dalla sua polarizzazione di grandi aree di ambiguità che ne fanno un riferimento della coincidentia oppositorum. Ordine raggruppa in tre grandi coppie oppositive gli elementi dell’indagine bruniana: benefico/demoniaco; potente/umile; sapiente/ignorante. L’asino nella mitologia e nella storia è associato a straordinarie capacità, ma è anche, come nella cabala, associato all’emblema di Lucifero, la stella Remfam, che nasconde, stilizzata, una testa d’asino nelle sue cinque punte. Nell’asino si concentrano gloria e umiltà, esaltazione e disprezzo. L’asino è considerato, per le sue qualità, anche simbolo della sapienza, in ragione, ad esempio, delle sue grandi orecchie che gli consentirebbero una estesa capacità di ascolto. 

 

 

Soprattutto presso i Cabalisti ebrei l’asino è simbolo della sapienza e, inserito tra le Sefirot, indica a chi intende dedicarsi alla sapienza, l’esigenza di accontentarsi di un cibo leggero e semplice. La complementarità dei simboli che si concentra nell’asino e che Bruno elenca considerandone sia le qualità positive che quelle negative, giunge al riconoscimento della complessità del “tutto in tutti” e alla necessaria estensione della sensibilità per cogliere il senso della vita e dei mondi. Nuccio Ordine commenta, ricavando una via possibile dal pensiero di Bruno: “L’arte del suonatore costituisce l’unica possibilità per ‘navigare’ nel molteplice” (p. 37). Il molteplice e la mutazione, caratteri costitutivi dell’universo, trovano nella complessa vicenda dell’asinità una potente metafora. Per Bruno l’universo infinito è uno, omogeneo, perennemente agitato dalla vicissitudine, e questo sembra fare da codice della permanente inquietudine del Nolano. Basterebbe un brano dello Spaccio, una delle sue opere fondamentali, per comprendere il suo punto di vista: “il principio, il mezzo et il fine; il nascimento, l’aumento e la perfezione di quanto veggiamo, è da contrarii, per contrarii, ne’ contrarii, a contrarii: e dove è la contrarietà, è la azzione e reazzione, è il moto, è la diversità, è la moltitudine, è l’ordine, son gli gradi, è la successione, è la vicissitudine”. 

 

 

L’asinità per Bruno si muove all’interno di uno spazio ambiguo, dove la valenza positiva o negativa può essere decifrata di volta in volta nella contingenza della situazione. Alto/basso, bestiale/divino, bestialità umana/bestialità divina, sono oggetto di continui rovesciamenti a seconda dei contesti in cui si esprimono. Il simbolo dell’asino, nel gioco riflessivo e analitico di Giordano Bruno proietta sugli esseri umani le stesse qualità simboliche dell’asinità: “alla natura divina e bestiale dell’asino corrisponde, infatti, l’immagine dell’uomo come mediazione tra bestialità e ‘divinità’” (p. 55). La rilevanza della corporeità emerge in Bruno come fonte dell’esperienza e dei moduli comportamentali mediante cui ogni specie sceglie le forme più adeguate per mantenersi in vita. La distinzione dell’uomo, in questa prospettiva, si concretizza esclusivamente su basi naturali. “L’uomo può diventare ‘dio della terra’ attraverso l’esercizio di una sua qualità naturale. Il suo processo di ‘divinizzazione’ è racchiuso nella sua capacità di saper utilizzare, con armonia, intelligenza e potenzialità corporee” (p. 59). Tra tutte le potenzialità utilizzabili, sono la mano e la parola, quelle che più di altre distinguono l’uomo, secondo Bruno. La mano non è considerata come attributo teleologico dell’essenza dell’uomo, ma la concrezione corporea diviene ciò che culturalmente chiamiamo uomo, perché essa è dotata di tale organo. La riflessione sulla mano apre all’analisi sulle potenzialità umane che passano dall’arto, all’arte, agli artefatti, come avevamo mostrato in una ricerca sfociata in una mostra presso il Muse, Museo delle scienze di Trento, i cui contenuti sono presentati nel volume La mano. Arto, arte, artefatti, a cura di Ugo Morelli, Codice edizioni, Torino 2013. 

 

Le potenzialità umane non sono altro dalle possibilità che agli esseri umani derivano dall’evoluzione e si esprimono nella contraddizione tra positivo e negativo e, nello specifico, tra asinità positiva e asinità negativa: “dove siede l’uomo nella parte eminente, giace una bestia al fondo, un mezzo uomo e mezzo bestia discende dalla sinistra, et un mezzo bestia e un mezzo uomo ascende da la destra” (Eroici furori). Scrive Ordine: “All’arroganza e all’ignoranza degli asini-negativi, si oppone l’umiltà e la predisposizione all’impegno degli asini-positivi: senza cogliere le oscillazioni tra questi due poli sarà difficile capire come Bruno utilizzi nei suoi testi l’ambigua potenza simbolica dell’asino” (p. 67). 

L’asinità-positiva sarà allora ricondotta principalmente alla fatica, all’umiltà, alla tolleranza; mentre l’asinità-negativa è fatta soprattutto di ozio, arroganza, unidimensionalità. La fatica e l’attività sono ricondotte ancora alle mani, negli sviluppi dell’analisi delle due asinità. Senza le preziose mani non sarà più possibile “apprendere il frutto vietato dell’arbore della scienza”. Quell’apprendimento, frutto dell’espressione dell’asinità positiva, può portare dalla feritas all’humanitas. “Metamorfosi e mutazioni”, scrive Ordine, “contraddistinguono questo universo pluridimensionale, aperto, instabile, sempre in preda alla vicissitudine. Soltanto la presa di coscienza della propria asinità di fronte all’infinità del sapere universale può far scattare la molla della faticosa e perpetua ricerca di verità inafferrabili, sfuggenti e provvisorie” (p. 111). L’immagine dell’uomo protagonista del proprio destino, più e più volte riproposta da Bruno, si rinforza con l’analisi del ruolo della fortuna e con la definizione puntuale del confine tra ciò che deve essere e ciò che può essere. L’uomo può intervenire solo negli spazi che sono al di fuori del dominio della necessità, ma è proprio lì che si apre il campo del possibile in cui bisogna usare il “giudicio” per vedere “l’occasione” e poi la “diligenza” per afferrarla “pe’ capelli” e, infine, la “perseveranza” per “ritenirla”. L’armonia della conoscenza si ottiene attraverso l’uso equilibrato di tutti gli strumenti del sapere. La consonanza tra gli strumenti – è noto l’esempio della lira come riferimento dell’armonia musicale – e gli utilizzatori degli strumenti dipende sia dai primi che dalla capacità della ragione di saperli usare e cogliere l’armonia della differenza. L’asino, come i Sileni di Erasmo da Rotterdam, – una sorta di figurine a intaglio che potevano essere aperte e spiegate: quando erano chiuse riproducevano l’immagine comicamente deforme, di un suonatore di flauto, aprendosi rivelavano d’un tratto un’immagine divina – se lo apri troverai un inestimabile tesoro. “La superficie dell’asino offre poco, ma soprattutto inganna. Per chi si limita a contemplarla, senza nessun desiderio di penetrarne il senso, non ci saranno sorprese: solo qualche risata e un po’ di disprezzo”, come scrive Nuccio Ordine (p. 193). Chi però si dedichi ad un giusto livello di riflessione e approfondimento può trovarsi nella condizione di “diventare un uomo eccellente”, come dice Alcibiade a proposito dei discorsi di Socrate, nel Simposio di Platone: “Ma chi li vede aperti (i discorsi di Socrate) e vi si addentri, anzitutto troverà che sono i soli discorsi che al loro interno abbiano un intendimento e poi che sono i più divini, racchiudono in sé moltissimi simulacri di virtù e tendono al massimo obiettivo, o meglio, a tutto ciò che deve essere indagato da chi intende diventare un uomo eccellente”. 

Immerso nel labirinto della verità, Giordano Bruno ne L’immenso e gli innumerevoli pone una considerazione che distingue il suo pensiero come poche altre, mostrando che per lui la verità tende a coincidere con la ricerca stessa della verità: “Ogni volta, infatti, in cui riteniamo che rimanga una qualche verità da conoscere e un qualche bene da raggiungere, noi sempre ricerchiamo un’altra verità ed aspiriamo ad un altro bene. Insomma, l’indagine e la ricerca non si appagheranno nel conseguimento di una verità limitata e di un bene definito”.

 

Ne deriva l’impossibilità dell’appagamento. L’insoddisfazione della materia nella ricerca di nuove forme e l’insoddisfazione dell’uomo nella ricerca di nuove verità si equivalgono e si connotano di inesauribile operosità. È invece proprio dell’asinità-negativa la condizione di appagamento. La tensione a cercare si situa nella continua connessione tra “uno” e “molteplice”, tra necessità e libertà. La necessità di Bruno, perciò, non annulla la contingenza e la variabilità. Come scrive Ordine: “Tutto ciò comporta un paradosso: alla visione di un universo finito e di una scienza chiusa corrisponde la condizione degli asini-negativi, naufraghi nel “pelago degli errori”; mentre alla visione di un universo infinito e di una scienza aperta corrisponde la condizione di stabilità degli asini-positivi, guidati dalla conoscenza delle leggi della natura. Se la ricerca dinamica del sapere può condurre in salvo alla riva, l’inoperoso immobilismo, al contrario, condanna inevitabilmente a essere travolti dalle onde” (p. 173).

Bruno svolge in maniera originale la questione della veritas filia temporis e esalta la progressività della conoscenza. È l’universo infinito a diventare teatro di infiniti processi dinamici: “il tormento della materia nella ricerca di una ‘forma’ definita e il tormento degli uomini nella ricerca di una ‘verità’ totale ripropongono un’immagine unitaria della natura” (p. 300).

Umiltà e nuova alleanza tra poesia e natura caratterizzano il pensiero di Giordano Bruno: la prima alleanza era spontanea, tacita e consapevole; la nuova alleanza può essere consapevole e basata sul riconoscimento del limite dell’umano, un limite forte e fiero. La nuova alleanza si configura come uno spazio di scambi interdisciplinari in cui fisica e ascolto poetico della natura si muovono su uno stesso terreno.

Bruno parla al presente, a questo nostro presente che in quanto a crisi di pluralità di linguaggi, a profondi problemi nell’accogliere le differenze, a totalitarismi del pensiero, non ha molto di meglio da proporre rispetto ai suoi tempi. È stato ancora una volta Brodskij a cogliere uno dei principali problemi di sempre: “chiunque si dia da fare per creare dentro di sé un proprio mondo indipendente, è destinato prima o poi a diventare un corpo estraneo nella società e a essere soggetto a tutte le leggi fisiche della pressione, della compressione e dell’estrusione” (Conversazioni, p. 39). 

 

Come la farfalla di Jankélévitch, Giordano Bruno ha giocato col suo tempo in presa diretta, con un’immediatezza vertiginosa. “L’artista gioca con l’immediato, come la farfalla con la fiamma”. (…) “La farfalla non può che avvicinarsi il più possibile alla fiamma, sfiorare il suo calore bruciante e giocare alla lettera col fuoco – ma se, avida di conoscerla ancor meglio, giunge a penetrare imprudentemente nella fiamma stessa, cosa ne resterà se non un pizzico di ceneri?”. (V. Jankélévitch, B. Berlowitz, Da qualche parte nell’incompiuto, Einaudi, Torino 2002; pp. 15-16).

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