Levi, Bellow e il Re dei Giudei

Il 20 novembre 1977 il quotidiano “La Stampa” pubblica nella terza pagina dedicata alla cultura, in taglio basso, un testo di Primo Levi. S’intitola Il re dei giudei, e presenta un’illustrazione: una moneta recto e verso. È questa, in lega leggera, recante su una faccia la stella ebraica (lo “Scudo di David”), a dare il via a un racconto autobiografico. Levi ha raccolto la moneta ad Auschwitz, nel Campo grande, dopo la liberazione dal Lager di Monowitz. A partire da quel piccolo oggetto, conservato prima come portafortuna nel portamonete, poi in un cassetto, lo scrittore racconta la storia dell’uomo che l’ha fatta coniare. Chaim Rumkowski, questo il suo nome, era un industriale ebreo fallito, posto dagli occupanti tedeschi a capo del ghetto di Lodz, città polacca, nel 1940, una sorta di sovrano della popolazione ebraica del ghetto, esausta e affamata, destinata all’eliminazione, non senza però aver prima prodotto, negli impianti tessili della città, la tela necessaria all’esercito tedesco. Insieme carnefice e vittima, questo personaggio è assunto da Levi quale esempio di quella che di lì a nove anni, nel suo ultimo libro pubblicato in vita, I sommersi e i salvati (1986), definirà la “zona grigia”: la zona intermedia tra il bianco e il nero, tra le vittime e i carnefici. Rumkoswki assumerà posture da re e sovrano assoluto, con tanto di corte e aedi. Levi fornisce nel pezzo su «La Stampa» vari dettagli circa la folle megalomania del personaggio.

 

Nel racconto apparso sul quotidiano torinese l’icastica espressione “zona grigia”, che grande successo avrà in seguito, non c’è ancora. Levi scrive: “vasta fascia di coscienze grigie che sta tra i grandi del male e le vittime pure”; il concetto è già ben delineato. Si tratta di un tema che l’ex deportato ha trattato un anno prima nella prefazione a un libro di Jacob Presser, La notte dei Girondini, pubblicato da Adelphi e da lui stesso tradotto. Le espressioni e formule utilizzate nel breve testo del 1976 per definire la “zona grigia” sono addirittura più precise e circostanziate di quelle utilizzate nel racconto dedicato a Rumkowski. Tuttavia la personalità del capo del ghetto di Lodz (la carica era di Presidente o Decano), che ha fatto battere moneta e stampare francobolli come un sovrano, è per Levi molto più interessante: il suo ambiguo rapporto con il potere. Rumkowski, carnefice ebreo di ebrei, finirà anche lui nella camera a gas. Levi racconta con dovizia di dettagli, seppure in modo stringato, l’intera vicenda. Dopo quell’esordio sulle pagine del quotidiano, il racconto apparirà altre due volte: raccolto nel volume Lilít e altri racconti, uscito nel 1981, e poi incastonato nel capitolo La zona grigia di I sommersi e i salvati.

 

Nella ripresa in volume del 1981, il testo è identico a quello apparso su «La Stampa», ed è posto a chiusura della sezione “Passato prossimo” che raccoglie 12 racconti legati al Lager e alla persecuzione nazista, alcuni dei quali risalenti agli anni Cinquanta. Nella pubblicazione all’interno di I sommersi e i salvati (1986), il testo subisce invece diverse modifiche; prima di tutto non c’è più l’immagine della moneta presente sul quotidiano e in Lilít, che fa cadere ogni riferimento autobiografico. Numerose sono poi le correzioni, per la maggior parte di tipo lessicale, così com’è diverso l’attacco del testo, che ora, nel libro, serve a connettere la vicenda di Rumkowski alle pagine precedenti, dove Levi tratta il tema dell’“ambiguità umana provocata fatalmente dall’oppressione”. Nelle prime righe l’autore avverte i lettori che si tratta di una storia già narrata altrove. Aggiunge un riferimento a Gabriele D’Annunzio là dove parla di Rumkowski come imitatore degli autocrati dell’epoca (Mussolini e Hitler); lo scrittore e poeta italiano è per Levi il creatore del modello dell’“eroe necessario”, da cui provengono gli stilemi dello pseudo-colloquio con la folla praticato da Mussolini e Hitler, e quindi anche dal decano di Lodz. In un altro punto del testo, importante all’interno del ragionamento sulla figura dell’autocrate del ghetto, Levi aggiunge una rapida riflessione sul rapporto tra fallimento e capacità di ricavare “forza morale” dall’esperienza di disfatta e rovina personale – Rumkowski era fallito due volte nella sua attività industriale. Lo scrittore fa anche una considerazione sulle lotte interne ai gruppi di potere nel momento del crollo dei regimi politici; cita due esempi: i ministri di Salò e la corte di Hitler; si tratta di un ulteriore dettaglio di tipo storico-psicologico sulle dinamiche interne del potere.

 

Ci sono anche altre piccole correzioni che servono a Levi per rendere più netto il giudizio su Rumkowski e su figure similari, frasi che richiamano la prefazione a La notte dei Girondini. Perché lo scrittore torinese ha voluto scrivere di Rumkowski a tanti anni di distanza dal ritorno da Auschwitz? Naturalmente è la questione della “zona grigia” a sollecitarlo. Inoltre, scrive, ha trovato di recente notizie in varie fonti, che gli hanno permesso di ricostruire almeno in parte la storia, “una storia non comune, affascinante e sinistra”. Non è quindi un’illuminazione improvvisa a spingerlo a raccogliere informazioni su Rumkowski, ma un movimento progressivo, lento e tuttavia evidente, in parte documentabile, almeno sin dal 1975, che culmina nella stesura finale del capitolo dedicato alla “zona grigia”. Le tracce di tutto questo, se si vuole, rimontano addirittura alla metà degli anni Cinquanta e all’inizio dei Sessanta.

 

In un testo del 1955, intitolato Anniversario, redatto per il decennale della fine della guerra mondiale e del ritorno dei deportati dai campi di concentramento e di sterminio, Levi ha scritto esplicitamente dell’appartenenza dei carnefici alla medesima famiglia umana delle vittime; non personaggi lontani o abnormi, sottolinea, bensì uomini, come gli stessi deportati: uomini, donne e bambini. In un altro testo del 1961, Testimonianza per Eichmann, ha poi parlato di “contagio del male”, in riferimento ai Sonderkommando, i corvi del crematorio, ebrei che collaboravano alla eliminazione degli altri ebrei, lavorando presso le camere a gas al fine di prolungare la propria vita anche di pochi mesi. Sulla loro vicenda si soffermerà nel capitolo dedicato alla zona grigia, là dove figura anche Rumkowski. Il “contagio” è un tema che riguarda da vicino il Presidente del Ghetto di Lodz, il suo rapporto con il potere e con la sua ambiguità.

 

Che il tema sia per Levi molto importante lo documenta la lettera che spedisce nel novembre del 1979 a Luciana Nissim, sua amica, deportata con lui ad Auschwitz, e al marito, l’economista Franco Momigliano. La missiva contiene una fotocopia dell’articolo apparso su «La Stampa», da cui si capisce che Levi ha raccontato in precedenza a voce a Luciana e Franco la storia di Rumkowski. L’amica non è solo la persona con cui ha condiviso l’esperienza partigiana e la deportazione ad Auschwitz, in quanto ebrei. Laureata in medicina, al ritorno da Auschwitz Luciana Nissim ha lavorato alla Olivetti, come pediatra, poi ha fatto un’analisi con Franco Fornari, e quindi con Cesare Musatti, ed è diventata psicoanalista. Con lei Levi ha mantenuto un colloquio molto stretto già dagli anni Sessanta, e con la storia di Rumkowski, primo tassello completato del trittico de La zona grigia, si avvicina a due delle questioni cruciali della sua ultima riflessione di ex-deportato: il coinvolgimento delle vittime nelle strategie di potere dei carnefici e il “contagio del male”. Luciana Nissim era sopravissuta nel Lager grazie alla sua professione di medico; dopo aver pubblicato al ritorno una testimonianza della deportazione (Ricordi della casa dei morti), ha taciuto per lungo tempo sull’esperienza del Lager.

 

In un ampio saggio intitolato Variazioni Rumkowski: sulle piste della zona grigia, Martina Mengoni ha documentato le fonti da cui Levi ha tratto le informazioni per il suo racconto. Si tratta di tre libri: The Final Solution di Gerard Reitllinger, edito nel 1953, tradotto in italiano da il Saggiatore nel 1962; Bréviare de la haine. Le troisième Reich et les Juif di Léon Poliakov, del 1951, pubblicato invece da Einaudi nel 1955 con il titolo Il nazismo e lo sterminio degli Ebrei; e The Destruction of European Jews di Raul Hilberg edito in originale nel 1961, poi da Einaudi, ma solo nel 1995. In particolare il testo di Poliakov doveva essere ben conosciuto da Levi, avendolo tradotto la sorella Anna Maria, inoltre esce nella collana “Saggi”, dove tre anni dopo, nel 1958, apparirà la nuova edizione ampliata di Se questo è un uomo.

 

Martina Mengoni cita poi un articolo comparso sulla rivista americana «Commentary» nel dicembre del 1948, scritto da Salomon F. Bloom, intitolato: Dictator of the Lodz Ghetto. The Strange History of Mordechai Chaim Rumkovski. Questo testo sarebbe la fonte principale per le parti dedicate a Rumkowski nei libri di Poliakov e Reitlinger, essendo il primo resoconto della vicenda apparso fuori dalla Polonia. Dettagli di questo articolo, specifica Martina Mengoni, ritornano nella descrizione che lo scrittore torinese fa del personaggio di Rumkowski, in particolare riguardo la sua fine (Levi riporta la citazione di un verso composto in onore di Rumkowski da uno dei poeti della sua corte, tratto da «Commentary»).

 

 

L’autrice ipotizza che Levi possa aver letto il pezzo nella traduzione francese apparsa sulla rivista «Les Temps Modernes» nel 1949, diffusa in Italia e in particolare a Torino, mentre «Commentary» era di più difficile reperimento. In ogni caso Levi era al corrente dell’esistenza di questo articolo sin dagli anni Cinquanta, in quanto citato in una nota della traduzione del volume di Poliakov fatta da Anna Maria (il titolo dell’articolo di Bloom è tradotto in italiano). Quella della lettura diretta di «Commentary» in anni lontani è un’ipotesi, per altro i dettagli della storia erano già reperibili nei libri citati; da lettore attento Levi potrebbe essersi procurato l’articolo di Bloom in seguito, nel momento in cui ha scritto il racconto pubblicato su “La Stampa”. Martina Mengoni suggerisce un’altra fonte successiva: il racconto di uno scrittore polacco, Adolf Rudnicki, Il commerciante di Lodz, compreso nel volume I topi, pubblicato da Mondadori nel 1967. Qui è tracciato un profilo storico e psicologico di Mordechai Chaim Rumkowski. Levi potrebbe averlo letto, dato che altri dettagli del suo scritto combacerebbero con quelli riferiti da Rudnicki.

 

C’è anche un’altra possibile fonte, non di prima mano, eppure in ogni caso molto interessante, che Martina Mengoni non cita, ma che potrebbe aver attirato l’attenzione di Levi su Rumkowski, e spinto lo scrittore torinese a riguardare la moneta raccolta ad Auschwitz. A differenza degli autori citati, forse salvo Poliakov, per via della sua importanza nello studio del nazismo, questo autore è molto noto, anzi notissimo, tanto che sarebbe strano che le sue opere fossero sconosciute a un lettore curioso come Levi. Si tratta di Saul Bellow, romanziere americano, premio Nobel nel 1976. In uno dei suoi romanzi più noti, Mr. Sammler’s Planet, libro che ha contribuito a consolidare la sua fama, compare Rumkowski. Il romanzo è stato pubblicato negli Stati Uniti nel febbraio del 1970 e tradotto solo un anno dopo dalla Feltrinelli.

 

Il Pianeta di Mr. Sammler è il settimo libro dello scrittore ebreo, nato in Canada, ma vissuto a Chicago, pubblicato sei anni dopo il suo capolavoro, Herzog (1964). Il protagonista, Arthur Sammler è un ebreo polacco, poco più che settantenne. Vive da vent’anni a New York, ma è ancora uno “straniero”. Come si apprende nel corso della narrazione, Sammler è scampato a un massacro nazista; rimasto sepolto sotto un cumulo di cadaveri, ha perso un occhio. Poi ha combattuto i nazisti; in un flash back ricorda la scena dell’uccisione di un soldato tedesco (questo dettaglio fa pensare a un romanzo successivo di Levi, Se non ora, quando?, del 1982, dove si narra la storia di una banda di partigiani ebrei, ma forse è solo una coincidenza).

 

Sammler è stato giornalista, ed è vissuto in precedenza a Londra negli anni Trenta, dove ha conosciuto H.G. Wells. Colto dallo scoppio della guerra in Polonia, dove con la moglie si è recato per liquidare le proprietà del suocero morto, è stato salvato da un custode di cimitero, che l’ha nascosto in una tomba e nutrito con pezzi di pane raffermo. Uscito indenne dalla guerra, Sammler finisce in un campo profughi, da cui lo trae fuori un ricco nipote, Elya Gruner, che lo porta in America e lo mantiene a sue spese. Elya, a cui Sammler è legato affettivamente, sta per morire. Tutta la storia, compresi i vari flash back, si svolge nell’arco di tre giorni, e comprende alcune vicende occorse al protagonista a New York, sullo sfondo la guerra dei Sei giorni in Israele.

 

Il nome di Rumkowski compare nel romanzo già nelle prime pagine. Margot, nipote acquisita di Sammler, intavola un discorso sulla formula utilizzata da Hannah Arendt, “banalità del male”. Il tema è quello della collaborazione degli ebrei con i nazisti. La donna ricorda che Rumkowski era stato oggetto di varie discussioni tra Sammler e il suo defunto marito. Perciò gli chiede: “E tu e Ussher facevate tanti di quei discorsi su quel vecchio pazzo – Re Rumkowski. L’uomo di Lodz… Che cosa ne pensi?”. Mr. Sammler non risponde subito. Si dilunga invece sul tema della “banalità del male” che critica, imbastendo un discorso complesso, e a tratti persino contradditorio, dove un po’ dà ragione a Hannah Arendt e un po’ polemizza con lei (“L’idea di far sembrare il grande crimine del secolo una cosa poco interessante non è banale”). Sappiamo da una biografia di Bellow, Vita di Saul Bellow, opera di James Atlas, che lo scrittore americano era molto critico verso la filosofa, ed era arrivato fino a detestarla, avendola conosciuta di persona.

 

Il pianeta di Mr. Sammler è un libro pieno di riflessioni filosofiche, una lunga meditazione travestita da romanzo, secondo una definizione dello stesso Atlas, in cui vengono passati in rassegna, grazie al personaggio dell’ebreo scampato all’Olocausto e rifugiato in Usa, vari aspetti della società americana, a partire dalla contestazione studentesca. Sammler è l’ennesima incarnazione dell’intellettuale americano che si trova in conflitto con la cultura del suo tempo, polemico e smarrito. Il tema di Rumkowski, che aleggia nel romanzo, non ne diviene tuttavia il centro.

 

Dalle conversazioni con i parenti americani, apprendiamo che Sammler sarebbe pronto a scrivere un articolo sul Decano di Lodz. L’idea gli è venuta quando è stato convocato come testimone al processo Eichmann – da qui il tema della “banalità del male” –, dove tuttavia non ha accettato di recarsi. A trattenerlo dal dare corpo al personaggio di Rumkowski sarebbe un altro progetto che lo tiene invece occupato da anni: un libro su H.G. Wells. Sarà proprio questo il motivo che indurrà la figlia di Sammler, Shula, a rubare il manoscritto di uno scienziato indiano, il dott. Lal, dedicato alla vita sulla Luna, nella falsa convinzione di poter aiutare il padre nella stesura dell’opera dedicata a Wells. Il manoscritto è restituito al legittimo proprietario dopo alcune peripezie, e nella parte finale del romanzo Sammler si trova a discorrere con lo scienziato indiano, uomo di grande cultura, che ha immaginato di trasferire sulla Luna l’umanità.

 

Qui c’è il più ampio riferimento a Rumkowski. Il discorso, quasi un monologo dell’ebreo polacco, ruota intorno a temi filosofici. Sammler cita De Sade e Brecht e altri, fino a che non rivela al suo interlocutore di essere stato deformato dall’esperienza del massacro nazista e delle vicende che ne sono seguite. A ossessionarlo, ora che è approdato nella caotica città di New York, è il ruolo che ciascuno sceglie per rappresentare se stesso. Per questo pensa spesso a Rumkowski, “il folle Re ebreo di Lodz”. Lal non lo conosce. Sammler gli racconta la storia. Le informazioni che il protagonista del romanzo fornisce allo scienziato ricordano molto da vicino quelle narrate da Primo Levi nel racconto  apparso su «La Stampa» (un esempio: “direttore di un orfanotrofio” in Bellow; “direttore di opere pie ebraiche” in Levi).

 

Lo stile dello scrittore americano è ovviamente diverso. Nella versione narrata da Bellow la storia è resa in modo sincopato, per brevi frasi. Tuttavia il giudizio è netto: Rumkowski è “un uomo che aveva qualcosa da recitare, come tanti individui moderni”. Per una pagina intera Sammler descrive la situazione nel ghetto di Lodz. Ci sono altri particolari che fanno ritenere che Bellow abbia consultato le medesime fonti di Levi, in particolare il testo apparso su «Commentary», rivista che gli era ben nota avendovi collaborato, ma anche per l’importanza che il periodico ricopriva nei circoli intellettuali ebraici americani.

 

L’argomento su cui insiste Bellow è la teatralità; è la recitazione di Rumkowski, la sua appartenenza a un genere clownesco e insieme tragico, alla Ubu Roi, che, secondo Mr. Sammler, piaceva molto ai tedeschi. L’esposizione del caso del Decano di Lodz e le riflessioni che il protagonista del romanzo ne trae non risultano molto chiare all’interlocutore indiano. Bellow insiste qui sul motivo dell’ebreo in rapporto alla sua comunità d’appartenenza, che ritorna in molti altri libri precedenti, e anche nei successivi. Uno dei temi portanti del romanzo, che esprime l’aspetto conservatore e a tratti persino reazionario di Saul Bellow, è proprio la contraddizione, che Sammler vive a New York, tra la sua estrazione di ebreo polacco e la condizione di cittadino americano; la società americana gli appare piena di contraddizioni, nevrosi, eccessi e superficialità.

 

Sammler dice a Lal di essere attratto da Rumkowski, vuole infatti capire quale sia la vera statura di un essere umano: “Non parlo soltanto dell’esigenza morale, ma anche dell’esigenza da parte dell’immaginazione affinché produca una figura umana di statura adeguata. Qual è la vera statura di un essere umano? È questo, Dr. Lal, che intendevo dire parlando della gioia degli assassini nel degradarsi nella parola – in Rumkowski, re degli stracci e dello sterco, Rumkowski, governatore dei cadaveri. Ed è questo che mi arrovella nella teatralità dell’episodio Rumkowski”.

 

Il punto di vista di Saul Bellow è solo in apparenza diverso da quello di Primo Levi. Ce lo fa capire la parte finale del testo dedicato a Rumkowski in La zona grigia. A Bellow interessa il rapporto tra quello che il decano di Lodz pensava di se stesso e la recitazione che sosteneva davanti ai nazisti. Un tema shakespeariano, che Levi introduce nel finale. Qui arriva a definire Rumkowski: “figura simbolica e compendiaria”; così come Bellow scrive del suo personaggio: “Mr. Sammler aveva un carattere simbolico”. Il motivo della recitazione è importante anche per Levi, che si domanda: dove dobbiamo collocare Rumkowski, uomo che appartiene alla “fascia di mezze coscienze” della zona grigia? In alto o in basso? Lo potremmo sapere, risponde, solo se il Decano di Lodz potesse parlare davanti a noi, dal momento che solo lui potrebbe dire se mentiva – aggiunge: potrebbe fare questo proprio mentendo. Sarebbe una menzogna integrale, anche con se stesso, ma che, tutto sommato, aiuterebbe a comprenderlo: “come ogni imputato aiuta il suo giudice, anche se non vuole, anche se mente, perché la capacità dell’uomo di recitare una parte non è illimitata”. Questo tema della recitazione è dunque per Levi decisivo.

 

Martina Mengoni ha sottolineato come ciò che accomuna Levi e una delle sue fonti, Rudnicki – entrambi “ritrattisti” di Rumkowski –, è proprio l’ossessione dello sguardo, ovvero comprendere cosa Rumkowski pensasse di sé, come si vedesse, come ragionasse sulle proprie scelte, anche se poi Rudnicki sembra sottolineare maggiormente l’importanza della “retorica del lavoro di Rumkowski”. Nella prima pagina del suo saggio-racconto, “Il commerciante di Lodz”, Rudnicki parla espressamente della recitazione: “Terribile non era Hitler, terribile era il farmacista del paese che aveva subito ritrovato Hitler in se stesso recitando questa parte in una versione per tutti i giorni” (si tratta di una citazione da Leopold Buczkowski, direttore di cabaret a Varsavia).

 

Primo Levi fa un passo in più rispetto allo scrittore polacco, e anche rispetto a Bellow, perché guarda la vicenda da un altro punto di vista: la sua possibile attualità. Dopo aver detto che la capacità di un uomo di recitare non è illimitata, scrive: “Ma tutto questo non basta a spiegare il senso di urgenza e di minaccia che emana da questa storia”. Gli interessa capire quanto ci si può riconoscere in Rumkowski, dal momento che in lui ci rispecchiamo tutti: “la sua ambiguità – scrive –  è la nostra, connaturata, di ibridi impastati di argilla e di spirito”. Non si tratta solo di un problema individuale, ma che riguarda l’intera civiltà occidentale, la quale “scende all’inferno con trombe e tamburi” (l’espressione è ripresa da Berlin Alexanderplatz di Alfred Döblin).

 

La figura della follia dell’Uomo presuntuoso e mortale, con cui Levi chiude il testo su Rumkowski, è tratta da una citazione di Shakespeare. Si tratta di un passo di Misura per misura, dove Isabella, la protagonista, descrive la condizione di chi si trova nella medesima posizione del Decano di Lodz: autorità precaria, errore di valutazione, debolezza intrinseca. Simile a una scimmia arrabbiata, costui compie buffonate tali “da far piangere gli angeli”. Ritratto dell’uomo dissennato, abbagliato dal potere e dal prestigio, tanto “da dimenticare la sua fragilità essenziale”, Rumkowski è venuto a patti con il potere. Levi include nel ragionamento se stesso, e anche chi legge. Non a caso il soggetto grammaticale dell’ultima proposizione del saggio è: noi. Scrivendo dell’ex industriale, capo del ghetto, lo scrittore torinese, a differenza del personaggio di Bellow, non si pone fuori dal quadro. Ne è totalmente dentro.

 

D’altro lato, come ha visto Philip Roth in una lettura del Pianeta di Mr. Sammler, non si sa se nello sviluppo del libro sia nata prima la condanna da parte di Bellow della società americana degli anni Sessanta, oppure la storia del sopravvissuto all’Olocausto. I due temi si mescolano nel romanzo, e più in generale nella sua narrativa, sin dagli anni Quaranta, quando appare La vittima (1947), libro nel quale si trova il primo riferimento alla strage nazista in Europa, sino ad arrivare a Il circolo Bellarosa (1989), in cui il tema è affrontato con maggior ampiezza rispetto a Il pianeta di Mr. Sammler.

 

Al centro della narrazione del Circolo Bellarosa è Harry Fonstein, un altro ebreo polacco, sfuggito alle grinfie della Gestapo e delle SS in modo fortunoso attraverso l’Europa, grazie a un ricco americano, Billy Rose, produttore di Broadway, promotore e finanziatore di una rete clandestina denominata appunto “Operazione Bellarosa”. Giunto in America grazie al matrimonio con una donna statunitense, di nome Sorella, dopo esser transitato per Cuba, Fonstein, diventa benestante grazie alla sua attività e all’intelligenza pratica della moglie. L’ex ebreo galiziano vuole ringraziare Billy Rose, parlargli solo brevemente, ma il produttore si sottrae a ogni contatto. Fonstein non prende mai la parola nel romanzo: la voce narrante è quella di un altro personaggio, anche lui un ebreo, fondatore dell’Istituto Mnemosine, dove ha insegnato tecniche per ricordare, attività che l’ha reso molto ricco.

 

La storia raccontata da Bellow ruota intorno a due centri focali: da un lato, il rapporto tra memoria e oblio; dall’altro, l’identità ebraico-americana dei sopravvissuti, e più in generale degli ebrei che non si sono trovati ad affrontare il problema dello sterminio attuato dai tedeschi nel corso della Seconda guerra mondiale, motivo presente anche in Il pianeta di Mr. Sammler.

 

Tra Levi e Bellow non sembrano esserci molte cose in comune, a parte la loro origine ebraica. Certo c’è la frase dettata dallo scrittore americano per la fascetta (“blurb”) dell’edizione americana del Sistema periodico, su insistenza del traduttore, Raymond Rosenthal, frase che contribuì alla popolarità dell’opera di Levi negli Stati Uniti. Poi c’è una testimonianza di un incontro che non sembra sia stato troppo entusiastico tra i due scrittori, nel corso del viaggio americano di Levi. Ma proprio in relazione al Circolo Bellarosa, Bellow ebbe modo di citare lo scrittore italiano in una lettera indirizzata a Cynthia Ozick alla fine degli anni Ottanta, in occasione della pubblicazione di un libro della scrittrice, Il messia di Stoccolma.

 

Ozick, ebrea americana, era stata accusata di non aver affrontato direttamente il tema dell’Olocausto da un recensore, Robert Alter. In questa missiva lo scrittore riflette sul fatto che gli scrittori ebrei d’America non abbiano affrontato quello che è stato invece l’avvenimento centrale della loro epoca: lo sterminio degli ebrei d’Europa, termine che Bellow preferisce a Olocausto, entrato oggi nel linguaggio comune. Si tratta di una riflessione personale, autobiografica, che rimonta alla situazione degli anni Quaranta e ai libri che Bellow ha scritto a partire da quella epoca. Qui fa il nome di Levi, l’unico autore nominato. Scrive, riferendosi allo sterminio: “solo pochi ebrei hanno saputo comprenderlo (per esempio Levi)”.

 

La cosa curiosa è che nel finale della lettera alla Ozick anche Bellow cita Shakespeare, un’espressione proveniente probabilmente da Macbeth (“Aiuto metafisico”). In effetti, come ha notato Martina Mengoni, la frase di Shakespeare, con cui si chiude lo scritto di Primo Levi su Rumkowski in entrambe le versioni, è una possibile chiave per interpretare la storia di Rumkowski. Vi si parla di fragilità dell’uomo, come si è detto, ma anche del suo aspetto ridicolo, una ridicolaggine che si mescola alla tragedia, sino a produrre il tragicomico. Levi scrittore tragicomico o almeno attento all’aspetto tragicomico dello sterminio? Ci si potrebbe stupire di quest’accenno al comico e al ridicolo, se non fosse che, come ha scritto Massimo Mila, musicologo, in occasione della morte dello scrittore torinese, proprio su “La Stampa”, Levi è stato un umorista, attento al lato ridicolo degli uomini e dei loro comportamenti. La sua prima opera, Se questo è un uomo, contiene momenti comici, rari, e tuttavia presenti, almeno nell’edizione del 1958. E così La tregua (1963).

 

È la pietas di Levi a permettergli di accedere a questi aspetti e di restituirli in ciò che scrive. Di questa comicità c’è evidente traccia nei racconti raccolti in Lílit, cui appartiene anche Il re dei giudei. La figura di Rumkowski finisce per interessare Bellow e Levi anche per questo suo aspetto tragicomico, per le insulse buffonate, di cui si dice nel passo di Misura per misura. Chissà se non sia stata proprio questa insistenza sul tragicomico, presente in tutti i romanzi dell’ebreo americano Saul Bellow, a indurre il chimico torinese a leggere appena tradotto Il pianeta di Mr. Sammler, e a fargli incontrare di nuovo Chaim Rumkowski e a convincerlo una volta di più che poteva tirar fuori dal cassetto, dove l’aveva riposta, la vecchia moneta, e raccontare la storia terribile e tragicomica del decano di Lodz? Un’ipotesi da non scartare a priori.

 

Nota bibliografica

 

Il dattiloscritto originale del Re dei Giudei reca la data del 23 ottobre 1977; è consegnato a “La Stampa” all’inizio di novembre; esce il 20 del medesimo mese. Ian Thomson nella biografia dello scrittore (Primo Levi, Hutchinson, London 2002, p. 474) attribuisce titolo e argomento a Leslie Epstein, autore del volume King of the Jews, dedicato a Rumkowski, pubblicato nel 1979 in inglese, cui Levi si sarebbe ispirato; in realtà l’articolo di Levi è uscito due anni prima; l’errore è ripreso da Adam Brown nel suo libro Judging “Privileged” Jews (Berghahn, London-New York 2013). Come spiega Martina Mengoni, la fonte di Epstein è la medesima di Levi: il libro di Reitlinger, The Final Solution del 1953. Per i testi di Levi citati si rinvia all’edizione delle Opere (vol. I e II, Einaudi, Torino 1997) da me curate, salvo per Testimonianza per Eichmann, non incluso nella edizione 1997 delle Opere; si trova su “il Ponte” (anno XVII, n.4, aprile 1961); la storia della stesura di La zona grigia si legge nelle “Note al testo” delle Opere, dove ho raccontato come Levi sia arrivato a scrivere I sommersi e i salvati. La lettera a Luciana Nissim si trova riprodotta nella biografia che gli ha dedicato Alessandra Chiappano (Luciana Nissim Momigliano: una vita, Giuntina, Firenze 2010). Il testo di Martina Mengoni, Variazioni Rumkowski sulle piste della zona grigia si trova nel sito del Centro Internazionale di Studi Primo Levi di Torino. I libri di Saul Bellow si leggono in traduzione italiana: Il pianeta di Mr. Sammler (tr.it. di Letizia Ciotti Miller, Feltrinelli, Milano 1971) e Il circolo Bellarosa (tr. it. di Pier Francesco Paolini, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 1990). La biografia dello scrittore americano citata è James Atlas, Vita di Saul Bellow (tr. it. di Anna Bottini, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2003); la recensione del Pianeta di Mr Sammler di Philip Roth si trova ora in Chiacchiere di bottega (tr. di Norman Gobetti, Einaudi, Torino 2004). L’articolo di Massimo Mila s’intitola Il sapiente con la chiave a stella (“La Stampa”, 14 aprile 1987) ed è ora raccolto in Scritti civili, a cura di Alberto Cavaglion (Einaudi, Torino 1995).

 

Questo pezzo è apparso in versione ridotta oggi su La Stampa

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