Giovanni Arpino

Giovanni Arpino è stato uno scrittore totale, che ha osservato e narrato un pezzo di società italiana, dal Dopoguerra agli Anni Ottanta. A novant’anni dalla nascita e trenta dalla morte, è giusto (e necessario) ricordarlo.

 

Giovanni Arpino sembra aver perso contatto con il gruppo di testa degli scrittori del secondo Novecento, quello più illuminato dall'attenzione di pubblico e critica, per ingrossare la fitta schiera finita nell'ombra. Eppure la sua più che trentennale carriera è stata piuttosto in evidenza. Aveva cominciato bene, come esordiente venticinquenne, con Sei stato felice, Giovanni (1952), compreso nei neonati «Gettoni» di Einaudi, o meglio di Vittorini, sicuro sigillo, a partire dal 1951, di una consistente giovane promessa, come hanno dimostrato in effetti Fenoglio e Testori, Lucentini, Lalla Romano e Rigoni Stern per fare qualche nome.


Nemmeno ad Arpino i successi sono del resto mancati, sanciti anzi dai premi più prestigiosi: lo Strega del 1964 per L'ombra delle colline, senz'altro tra le sue opere maggiori, il Campiello nel 1980 per Il fratello italiano; da ricordare anche il film Profumo di donna, uscito nelle sale nel 1974 con la regia di Dino Risi, Gassman mattatore, tratto dal suo romanzo Il buio e il miele di cinque anni precedente. Contribuiva alla popolarità del narratore la contemporanea presenza da inviato, e da giornalista sportivo cui si deve l'immagine ciclistica del nostro incipit, per varie testate - «La Stampa», «Il Giorno», «Paese Sera», «Il Giornale» e «Il Giornale nuovo» -, compresa la breve stagione (1954-56) da condirettore de «Il Tempo». Del giornalista aveva dunque la facilità di scrittura, che l'ha portato ad accumulare un gran numero di romanzi e racconti, prefazioni e collaborazioni.

 

 


A dire di ciò la testimonianza personale per cui, scorrendone i titoli, mi sono sentito curiosamente sollecitato su diversi fronti intellettuali e biografici. Arpino ha scritto infatti di Resistenza in un librino a più mani per le scuole piuttosto introvabile che ho recuperato nella biblioteca dell'Isrec locale, ha introdotto un libro fotografico di un mio concittadino (Pepi Merisio, Paesaggio italiano 1984) e perfino di un mio lontano parente, Alberto Fumagalli, architetto che si è dedicato alla curatela di svariati volumi, nonché a comparsate con l'amico Olmi, di cui La casa e il contadino (Fertimont gruppo Montedison 1984). Forse troppo e con troppi alti e bassi; sarà allora opportuno in una sede ristretta come questa ricercare qualche punto fermo.

 

Uno dei punti fermi resta certamente La suora giovane (Einaudi 1959). Si tratta del diario che il protagonista, Antonio Mathis, tiene dalla domenica 10 dicembre 1952 al martedì 2 gennaio dell'anno successivo, per far chiarezza nello sconvolgimento della propria vita abitudinaria, per “controllare avvenimenti e sentimenti”. La struttura ottimamente equilibrata del romanzo vede nei primi giorni la delineazione urgente, inedita, affilata di sé da parte di Antonio, che così si presenta al lettore; seguono tre ampie campiture, incentrate sul dialogo con gli altri personaggi e ambientate a Torino e, l'ultima, nella campagna di Mondovì. Il primo dialogo lunghissimo, sussurrato e talvolta un po' surreale nei toni, è con Serena, la novizia occhieggiata a lungo alla fermata dell'autobus, fantasticata e finalmente abbordata; la seconda scena rappresenta l'allontanamento disgustato nella notte di (presunta) baldoria prenatalizia dal collega di lavoro, dalla fidanzata di lunga data Anna e pure dall'altra collega - “amante da corridoi” - con cui avvenivano quotidiani, estenuanti palpeggiamenti.


Chi è dunque Antonio Mathis? Sembrerebbe un everyman di quarant'anni, che si chiede: “Quanti saranno come me?”, e che potrebbe rispondersi: tantissimi nella vita e tanti pure nella letteratura italiana procedente lungo la linea degli inetti morali e affettivi di Svevo, Tozzi, Moravia. Niente politica (tre anni di guerra e poi imboscato), sport o viaggi, dentro l'ordine del ragioniere che scrive lettere commerciali in inglese e francese, vive da celibe in una stanza d'affitto al di là del Po, porta più o meno avanti una lisa relazione con una maestra coetanea, gratificato dal sesso domestico e dalla commozione che prova per lei. Antonio si sente tuttavia rispettato e sicuro fino all'incontro, alla fatale fermata del 21, con una giovane suora bianco-rosa nel viso, “immobile, minuta, nera”, che sembra ricambiare da settimane, da mesi, il suo stesso movimento interiore e paralizzato. La relazione con la ragazza accende all'improvviso una luce di cruda consapevolezza sulla sua vita, sul suo “travestimento da uomo comodo”. O addirittura affaccia il dubbio radicale di non essere mai stato propriamente un uomo, non avendo “mai capito, imparato, vissuto”, restando con ottusa inconsapevolezza e tenace malafede “sempre nascosto”, mentre gli anni gli scivolavano addosso e “tutto è successo pigramente”.


Una situazione certo non molto originale letterariamente ma che Arpino, tramite il suo protagonista, sa rileggere in modo convincente, anche per mezzo dell'altrettanta già vista irruzione femminile che afferra “al collo come un coniglio” Antonio cominciando a scrollarlo. I riferimenti a Piovene e a Manzoni sono scontati (e per il secondo anche esplicitati con un'inutile lettura delle pagine dedicate a Gertrude da parte di Antonio), ma la coprotagonista vive di luce propria. È lei in fondo ad agire, dando appuntamento al goffo innamorato in un palazzo dove sta curando un malato molto grave: parlano a lungo i due tramite la porta socchiusa. La novizia ventenne, tranquilla, sorridente, appena colorita da un leggero rossore, avanza subito la proposta di matrimonio, dichiara la sua curiosità (“come fanno le donne a camminare con i tacchi alti?”) e fame per il mondo (comprare, vedere il mare, guidare...) come fosse una ragazza degli annunciati anni Sessanta. Invita perciò “Antonino” a “non essere timido”, ma quando lui tentenna scompare, ritirandosi in quell'alone di ineffato che ha reso fascinosi molto personaggi femminili della grande letteratura. Seguirà il viaggio a Mondovì, dalla famiglia contadina di lei, per cercar notizie, in una efficace tematizzazione sociologica del rapporto, allora ancora caldo, tra città e campagna, con i ritratti puntualissimi dei genitori. E un finale aperto.


Insieme alla caratterizzazione a tutto tondo del personaggio, questa letteratura sanamente tradizionale di Arpino, pare assai versata per lo schizzo dell'ambiente. Sono parti di transito e di sfondo che s'impongono tuttavia all'attenzione:


Così, film da solo poi il ritorno a piedi, per queste strade che portano al Po, sparse di globi bianchi che segnano piccole osterie traversate da tubi di stufa, strette tra grandi muri luridi di nebbia, sprangati da truci inferriate rugginose: mi sono sentito privo di tutto, il ricordo di Anna era insopportabile.  


Il paesaggio, strade, colli e fiume, notturno e caliginoso, o gli interni solenni di Torino, costringe ad innalzare il linguaggio, forse oltre le possibilità del personaggio narratore, verso un'esigenza profonda dell'autore: “i fanali aureolati da un fumo cangiante, le auto ammiccano da lontano”; “ le costole delle colline”; “il fiume mandava densi sospiri”; “la nebbia schiacciava un velo sull'erba e sul Po”; “le targhe d'ottone mandavano tenui barbagli a ogni piano”, la prensile sensorialità di Arpino, che sfocia naturalmente in metafora, appare soprattutto visiva, ma pure uditiva “pozza calda di luce”; “tutta la città ronza come un vino”; “ribollire lugubre e tiepido” (dei colombi).

 

All'occhio e alla sensazione del paesaggio, letto anche in chiave sociale d'ascendenza neorealistica, si devono probabilmente la propensione per i grandi realisti fiamminghi Bruegel il Vecchio e Rembrandt, che Arpino ha introdotto sagacemente negli anni Sessanta, nonché il commento alle fotografie dei libri citati in precedenza, a quelli di Berengo Gardin (Obiettivo Italia, White Star 1987), di Marcello Bertinetti e Angela White Bertinetti dedicato alla sua Torino (ancora White Star, 1984). Un ambito che sembra essersi sviluppato con curvatura ambientalista proprio negli anni precedenti alla morte del 1987: «Cos'è “un” paesaggio? Dov'è il “vero” paesaggio? E gli uomini d'oggi sono ancora capaci di “amare un paesaggio”, di “sostare davanti a un paesaggio”? Gli interrogativi sono non soltanto leciti, ma obbligati. L'uomo corre e non guarda, fotografa (da dilettante) per memorizzare attimi e cose e angoli che non ha pazienza di vedere nel momento esatto. E così il paesaggio diventa subito un fantasma del passato. Ma tutto il paesaggio italiano è il Passato. Maiuscolo, sublime, non imitabile, singolare in ogni zolla, miracoloso e travagliatissimo, però Passato […] Ciascuno di noi sa perfettamente che “perdere un paesaggio” (dal chiudere una finestra, all'alzare un muro, a rubar acque al mare, al distruggere un campanile, ad abbattere un albero centenario) significa perdita di umanità. […] Finché dura un paesaggio durerà l'Italia.»


Tale vocazione di intellettuale in difesa del paese sfigurato meriterebbe uno studio più approfondito, qui dobbiamo tornare però ancora a La suora giovane. Il paesaggio, strade, colli e fiume, notturno e caliginoso, o gli interni solenni di Torino, costringe ne La suora giovane ad innalzare il linguaggio, forse oltre le possibilità del personaggio narratore, verso un'esigenza profonda dell'autore: “i fanali aureolati da un fumo cangiante, le auto ammiccano da lontano”; “ le costole delle colline”; “il fiume mandava densi sospiri”; “la nebbia schiacciava un velo sull'erba e sul Po”; “le targhe d'ottone mandavano tenui barbagli a ogni piano”. La prensile sensorialità di Arpino, che sfocia naturalmente in metafora, appare soprattutto visiva, ma pure uditiva: “pozza calda di luce”, “tutta la città ronza come un vino”; “ribollire lugubre e tiepido” (dei colombi).


Le impennate delle immagini s'inquadrano in uno stile che è stato in ogni libro, anche il meno felice, sempre nitido, accessibile ma scioltamente elegante. In particolare nel già citato L'ombra delle colline spicca la definitiva maturazione stilistica di pari passo con la strutturazione più complessa della trama. Anche Sefano è come Antonio un quarantenne, ma che vive a Roma e torna nelle natie Langhe per mettere ordine dentro di sé. Si tratta di un viaggio fisico, con diverse tappe sul tragitto verso nord, e memoriale, con puntate al periodo del Regime legate alla figura del nonno antifascista, e soprattutto a quello cruciale del 1943-45. Se Antonio restava irresoluto, l'irrequietezza di Stefano viene agita in più impetuosi gesti di rottura, ben rappresentati dalla fuga: dalla famiglia per arruolarsi nella Guardia Repubblicana e poi nella Decima Mas, dalla milizia verso i partigiani in compagnia dell'amico d'infanzia Francesco, figlio di contadini, una specie di Nuto pavesiano meno saggio e sapienziale. La fuga, topos della Resistenza antiretorica di Meneghello, Caproni e Zanzotto, apre anche il primo capitolo sotto le parole introduttive “sapevo di sognare”: si passa dai boschi al proustiano sentiero Millemosche, lungo “l'onda delle colline” e poi, con misteriosa transizione onirica, alla città, dove un grande albero pare coperto di usignoli canterini e subito dopo di piccoli teschi tintinnanti. Segue la veglia e la rievocazione dell'uccisione di un tedesco con la pistola rubata al padre (il Colonnello distrutto dall'8 settembre), in un episodio capitale vissuto “come gli agguati visti nei film”. Da tale approfondimento psicologico e storico, mediato da una struttura più stratificata, mossa e varia, deriva la convinzione che L'ombra delle colline sia l'altro punto fermo nella produzione di Arpino, naturale sviluppo del romanzo di cinque anni prima.
Piace concludere allora con un paio di ultimi prelievi relativi al paesaggio. Il primo, ad inizio di romanzo, dove appunto nell'atmosfera è verificabile anche la suddetta pienezza stilistica, quasi traboccante di sole e di movimento pronti però a volgersi nell'incertezza onirica. Il successivo, più smorto nei colori ma comunque lievemente allucinato, prende nel giro sintattico, accostabile sembra al Parise più maturo, sfumature psicologiche e apprensione sensoriale del mondo: 

 

"Sul sentiero, isolate o a mucchi, secche nel fango, erano le forme biforcute e larghe dei buoi, e altre, appena accennate, minuscole, forse di cani, di volpi. E ogni tanto, tra i fili d'erba asciutta, apparivano i coni leggeri, granulosi, dei formicai. La luce era ancora alta, morbida come il pelo di un coniglio, ben tesa nella sua celeste uniformità di dopo il tramonto.

[…] scoprii l'accelerato notturno per Savona, poi Ceva, fino a Torino... Dopo ore di un viaggio immenso, sepolto nella notte, lacerato da brani di sonno che mi costringevano a risvegliarmi più stravolto da freddo e stanchezza, sbarcai alla stazione del paese, il mattino invernale già distillava le sue luci tra la nebbia, la piazzetta oltre la stazione apparve deserta, col chiosco dei giornali sbarrato, i tigli del giardino pubblico che balzavano nudi nel grigio, decapitati d'ogni ramo."

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