Giovannino Guareschi. Lo sguardo del nemico

Se il Sessantotto rappresenta simbolicamente una svolta sociale e politica nel nostro paese, la morte di Giovannino Guareschi, avvenuta il 22 luglio di quello stesso anno, può assumere un qualche non casuale significato. Lo scrittore di Parma si spegne al tramonto ormai certificato del suo mondo rurale e post-quarantottesco, da profonda per quanto umanizzata Guerra fredda anni Cinquanta; e in effetti l'ultimo romanzo del ciclo del Mondo piccoloDon Camillo e i giovani d'oggi – appare il meno convincente, già fuori tempo massimo. «L'Unità» scrisse impietosamente alla scomparsa dell'avversario: “È morto Guareschi, così, tra una vignetta e l'altra, aprì un ristorante tipico a Busseto. La battaglia finiva ancora una volta in pastasciutta. Melanconico tramonto dello scrittore che non era mai sorto.” È indubbio che negli anni 1946-48 tra Guareschi con il suo «Candido», agile “nave corsara” (così Gnocchi e Palmaro in una biografia del 2008 per Piemme) battente con fierezza la bandiera della reazione (ad esempio contro la riforma agraria o l'istituzione delle regioni), e il mondo delle sinistre uscite dalla Resistenza, l'inimicizia era stata profonda. 

 

Certo, arroccato sulle proprie posizioni nazional-monarchiche, Guareschi picchiava duro, specie in prossimità delle elezioni del 1948 con vignette, corsivi e raccontini, slogan celeberrimi quali quello su Dio e Stalin, riprodotti dai manifesti della non molto amata Democrazia cristiana. I colpi arrivavano talvolta anche sotto la cintura, spesso a scapito di bersagli deboli e tradizionali. “L'UDI è qui?”, chiede una signorina in cappotto, “Sì”, rispondono due donnone con avambracci pelosi, una che fuma la pipa, l'altra con la sigaretta in bocca. “Vorrebbe indicarmi la sezione femminile?” conclude la prima («Candido», 23 marzo 1946). Un soldato nero dell'esercito alleato piange perché non vuole tornare in America, dato che ormai è “divendado milanese” e non solo: “Io bono broledario. Io abbonado Bolidegnigo e barlare come il gompagno Elio Viddorini.” Al che le ragazze dell'UDI, intenerite, lo soccorrono: una introducendo una grossa noce nella scollatura, stringendola tra i seni e offrendogli infine il gheriglio; l'altra, che si alza da un muricciolo per andare incontro al compagno disperato, con “un grosso sasso rimasto incastrato nel solco del suo virile posteriore.” Un'altra vignetta del 3 agosto 1946 riporta due omini che confabulano e indicano un'enorme virago: “Quella è la deputatessa Teresa Noce, marito del deputato Longo.”

 

 

Eppure ancor prima, a seguito della sua cattura post-8 settembre ad Alessandria, Guareschi aveva a suo modo fatto resistenza, rifiutandosi come militare di collaborare alla Rsi e di continuare come autore la vita del fortunato «Bertoldo» secondo l'invito dei comandi tedeschi. Fu insomma un internato militare consapevole, che aveva animato in vari campi di prigionia in Germania attività culturali: si veda il capitolo Regia università di Sandbostel nel Diario clandestino. Un'operetta originale questa nel trovare una chiave umoristica nel dramma dei campi d'internamento; specie quando riesce a tenere insieme comico e tragico: “La fame c'è, e grava sulle nostre spalle in ogni azione della giornata e, la notte, popola i nostri sogni di visioni dolorose, e tutti l'accettano con rassegnazione come cosa fatale, come un morbo inguaribile. Ma per costoro la fame è diventata pazzia. Parlano continuamente di mangiare. Descrivono pranzi, cene, cenette, colazioni, merende. Descrivono panini imbottiti. Redigono in collaborazione ponderatissime liste di pranzi storici da celebrare al ritorno. C'è chi raccoglie indirizzi di locande con distinte di piatti caratteristici e compila guide gastronomiche d'Italia. Altri annota accuratamente migliaia dei più complicati ammennicoli culinari.”

 

Solo oggi consideriamo Resistenza quella dei militari, degli internati come dei partigiani, dei civili; dopo il '45 la prevalenza assoluta era stata comprensibilmente dei combattenti. E del resto lo stesso Guareschi, in una lettera comparsa sul «Candido» dell'8 marzo del 1947 e rivolta all'onorevole Cino Moscatelli, famoso comandante delle Garibaldi in Val Sesia che aveva auspicato in un discorso del dopoguerra un'alleanza tra combattenti e reduci, scriveva: “C'è un abisso tra la mentalità del reduce dall'internamento e dalla prigionia e la mentalità del partigiano: mentre il prigioniero ha avuto modo di liberarsi di ogni risentimento, il partigiano, braccato di giorno e di notte, dopo aver trascorso una vita infernale ha i nervi perennemente tesi, non può essere oggi sereno.” Tuttavia sarebbe interessante oggi considerare, al di fuori di ogni pelosa melassa revisionista, le parole di Leonardo da Vinci: “Ascolta pazientemente tutte le critiche fatte al tuo quadro, soppesale e giudicale; chiediti se esse siano fondate, e se lo sono correggi gli errori, se non lo sono fingi di non aver udito, e soltanto di fronte a gente degna della tua stima dimostra in che cosa ritieni errata la loro critica.” E il grande pittore aggiungeva che “il giudizio d'un nemico è spesso più giusto e più proficuo di quello d'un amico, perché lo sguardo di colui che ti odia è sempre più chiaroveggente di quello di colui che ti ama.” La seconda parte dell'affermazione, seppur discutibile, può essere ampliata dall'ambito artistico ai più svariati campi dell'agire umano, quale quello della politica. 

 

Vediamo allora le meno grossolane e più acutamente politiche vignette che affiancano le rubriche “Messico d'Italia” e “Via Emilia”, denuncianti violenze e soprusi di ex-partigiani e comunisti. “Spariamo anche al cavallo?”, dice uno dei due appostati con doppietta dietro l'albero al passaggio di un probabile possidente per le strade della Bassa Padana, “No, è un compagno” risponde l'altro (14 settembre 1946). Date tali premesse con fuoco unilaterale non era certo facile seguire il consiglio di Leonardo sul nemico quale specchio fedele dei propri difetti; proviamoci ancora con il racconto Liberazione, apparso sul «Candido» del 27 aprile 1946, incunabolo del “mondo piccolo” della serie di don Camillo. Siamo appunto al giorno dopo la Liberazione, allorché Peppone, ancora fabbro ma già capopopolo, vuol far giustizia cominciando con il bruciare la Casa del fascio. Qui l'episodio, che fa da preambolo, è puramente umoristico; primo problema: solo il pianterreno era adibito a sede littoria, al primo piano ci abitava lo stradino comunale ed anche facendo un trasloco da sottosopra, il tetto distrutto avrebbe fatto danni al vinaio, proprietario dell'immobile che ancora doveva riscuotere l'affitto dai fascisti. Anche la mobilia, portata in strada per far da sacrificio in forma di sineddoche, si scopre non mai pagata al falegname Antonio che se la porta via. 

 

Peppone il fabbro era furibondo.

“In tutta Italia s'impicca, si spacca, si brucia!” gridava sventolando il giornale. “E qui a Roccapezza non si riesce a concludere niente. Dobbiamo proprio essere noi la vergogna della nazione?” “Impicchiamo il segretario!” gridò la vecchia Borlai. E la folla stava movendo verso il municipio, quando apparvero il maresciallo e due carabinieri della stazione di Roccapezza seguiti dal sindaco, dal parroco, dal dottore, dal farmacista e dal veterinario.

“Altolà” disse il sindaco. “La fase rivoluzionaria è finita e si rientra nella legalità. la forza pubblica passa agli ordini diretti del CLN nel quale sono rappresentati tutti i partiti locali. Entra anche tu, Peppone: ti abbiamo riservato un posto.” 

 

Questa seconda parte del racconto è già più storico-politica: in poche pennellate stanno le vendette e il ruolo frenante del CLN, che pare orizzonte lontano dalle denunce di Guareschi, il quale però subito maliziosamente lo dipinge come luogo del compromesso e della spartizione del potere; ma si potrebbe intravedere anche la verità del mancato salto da liberazione nazionale a “rivoluzione” sociale, stoppato dalle stesse nuove classi dirigenti. Ancor più rivelatore il finale, quando la vecchia Borlai insiste per “l'epurazione del segretario”. Il narratore ricorda che a Roccapezza arrivarono nel marzo 1944 bravacci neri a imporre l'apertura di una sede comunale del fascio, e quindi si tirò a sorte, sotto la supervisione del segretario divenuto fiduciario, i quaranta iscritti necessari. Il segretario resterà al suo posto nel dopoguerra, invocando un referendum democratico tra gli ottocento abitanti, per poi svelare in chiusa alla moglie che tutti i cittadini erano sgattaiolati di nascosto nel suo ufficio l'anno precedente per iscriversi. “E il registro so soltanto io dov'è e non lo mollo.” 

Assai bruciante allora per i resistenti tale satira; eppure la mancata epurazione secondo realpolitik internazionale da Guerra fredda, gli armadi della vergogna ben serrati sui crimini nazisti ma anche fascisti, l'abile riciclo di personaggi a capo dell'Ovra come Guido Leto (probabilmente in possesso di documentazioni assai più cospicue di un segretario di paese e contenenti prove forse di vaste compromissioni), si spalancano dalla finestrella angusta di Guareschi. A conferma che alla critica lucida del nemico talvolta tocca anche guardare con sguardo dritto e mente fredda. 

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