Giuseppe Berto, Il male oscuro

Una volta, parlando di David Foster Wallace, un tale di mia conoscenza, con voce contrita, mi domandò: “Ma perché si è ucciso?”. Me lo chiese come se io fossi l’esecutore testamentario di David Foster Wallace, o il suo miglior amico, o – cosa ancor più improbabile – il suo psicanalista. “Immagino perché stava molto male”, furono le uniche parole che mi uscirono di bocca. Poi ci pensai un po’ e lo invitai alla lettura di Una cosa divertente che non farò mai più (in Italia è pubblicato da minimum fax con la traduzione di Gabriella D’Angelo e Francesco Piccolo), il più comico, stralunato, angoscioso, farsesco reportage letterario moderno, la cronaca umoristica di una settimana di crociera ai Caraibi commissionata dalla rivista «Harper’s» in cui Wallace, attraverso l’osservazione della fenomenologia dell’industria delle crociere extra-lusso, arriva a toccare il cuore marcio dell’America e, con esso, il cuore marcio di tutti noi accoliti dell’internazionale dei depressi. 

 

In realtà lo stesso Wallace, in Infinite Jest, aveva scritto: “La persona in cui l’invisibile agonia della Cosa raggiunge un livello insopportabile si ucciderà proprio come una persona intrappolata si butterà da un palazzo in fiamme”, donandoci quella che reputo una delle più azzeccate descrizioni dello stato d’animo di un depresso terminale. Ma se avessi portato ad esempio questo passaggio di Infinite Jest, probabilmente non avrei fatto centro. Capii che il mio conoscente mi aveva rivolto quella domanda, con quella precisa modulazione vocale, non perché si aspettasse da me una spiegazione ad effetto – niente teatro, né melodramma – ma perché ravvedeva in me una sorta di autorità in materia di depressione (non ho ovviamente, e per fortuna, alcuna autorità in merito, se non l’autorità che mi deriva dall’essere un habitué di lungo corso dei cosiddetti “scompensi depressivi”). O, insomma, seppure inconsciamente, sentiva che, riguardo al rapporto fra scrittura e depressione, avrei potuto forse avere qualcosa di interessante da dire, un mistero da svelargli, e non – si badi bene – un mistero qualsiasi, ma il mistero dei misteri, che avrei potuto portare insomma la luce nel profondo mattatoio emotivo di uno scrittore affetto dal male di vivere.

 

Sono convinto che oggigiorno ci sia in giro una gran voglia di ridere, più che in ogni altro tempo. Io stesso passo le giornate ad avere voglia di ridere, a cercare il comico in ogni cosa. Ma questo non significa che siamo persone allegre. Anzi, secondo me significa l’esatto contrario. Robert Musil, in Pagine postume pubblicate in vita, ha scritto: “Il cavallo, se così si può dire, ha quattro ascelle e perciò soffre il solletico il doppio dell’uomo”. C’è un risvolto nella depressione che spesso è sottovalutato quando si tenta di definire la depressione, e che a mio giudizio è invece essenziale. È qualcosa che ha a che fare con la disillusione, ma che rappresenta in fondo la principale difesa del depresso dalla canicola insopportabile del palazzo in fiamme: è la profonda, a volte feroce, inestinguibile, sete di ironia attraverso cui il depresso filtra la propria visione del mondo. Gli scrittori depressi ricorrono all’ironia più spesso degli scrittori non depressi. Questo è un dato di fatto. Lo scrittore depresso, in un certo senso, ha quattro ascelle. Come il cavallo.

 

Ph Joel-Peter Witkin.

 

Non è quindi un caso che due tra le opere letterarie che rispondono meglio alla domanda cos’è la depressione, o se si preferisce, com’è il mondo visto attraverso gli occhi di uno scrittore depresso, siano in buona sostanza – tra le altre cose – due testi potentemente comici. L’uno, appunto, il famoso reportage sulle crociere di David Foster Wallace, l’altro uno dei massimi capolavori in controcanto del Novecento italiano: Il male oscuro, di Giuseppe Berto. 

 

Il protagonista de Il male oscuro – recentemente ripubblicato da Neri Pozza con una postfazione di Carlo Emilio Gadda e una nota di Emanuele Trevi – è un intellettuale di provincia che, in seguito alla morte del padre avvenuta per tumore, entra in una fase di depressione acuta. Il pensiero del padre morto diviene il suo assillo principale, ma anche l’innesco di un’ossessione più ampia che riguarda i due diversi ambienti in cui il male può attecchire: il corpo, sottoposto alla minaccia-fantasma del cancro; e la psiche, insidiata da nevrosi di ogni genere. I due mali di cui soffre (o di cui crede di soffrire) arrivano a fondersi in uno solo, e trovano sfogo in un violento disturbo psicosomatico che lo conduce in sala operatoria, da cui poi uscirà senza che nulla gli venga riscontrato. La scrittura del libro diventa allora un procedimento di indagine su se stesso, la prima terapia contro quel particolare male che Gadda, ne La cognizione del dolore, ha definito oscuro.

 

La prima volta che lessi il romanzo di Berto lo feci su suggerimento di un amico scrittore, il quale me lo consigliò come farebbe un medico che prescrive a un paziente un farmaco contro l’insonnia. Ero naturalmente alle prese con uno dei miei periodici scompensi e avevo raggiunto quel fondo senza nome che noi depressi crediamo di toccare ogni giorno, con la stessa sorpresa dell’astronauta che conquista un pianeta vergine convinto di essere il primo nell’universo a metterci piede, salvo poi scoprire che sotto la polvere è pieno delle ossa degli astronauti che l’hanno preceduto. Il mio motivo sconfortante era direttamente legato ai tentativi di cimentarmi nell’arte del romanzo, tentativi che vado ripetendo da anni senza successo. Ciò che mi demoralizzava, tuttavia, non era – come nel racconto di Berto – l’assillo della gloria che non veniva (non sono questi i tempi che un giovane sano con delle aspirazioni letterarie possa vagheggiare una cosa tanto inconseguibile come la gloria); era tutt’altro: era la sopraggiunta sfiducia nelle possibilità del romanzo, la sostanziale convinzione che questo genere letterario non fosse lo strumento più adatto per disseppellire le mie pulsioni emotive, il magma che sentivo ribollire nel profondo della mia psiche e che aveva la pesante responsabilità di rendermi, per così dire, inabile alla vita. 

 

Quindi, ecco, ero depresso per colpa del romanzo, perché non credevo più nella sua funzione. Facile. Ma, a pensarci bene, mi sembrava già allora una colossale boiata con cui tentavo di chiudere gli innumerevoli conti che avevo in sospeso fin dalla più tenera età, e che giudico essere gli autentici responsabili delle mie nevrosi. Senonché, su quello che reputavo un pianeta vergine, erano sepolte nientemeno che le ossa di Francis Scott Fitzgerald, il quale – come riporta proprio Trevi nella nota di chiusura di quest’ultima edizione de Il male oscuro – nel 1936 pubblicò un reportage per «Esquire» in cui denunciava la propria malattia (guarda caso la depressione), additandone come principale causa proprio il genere letterario del romanzo, genere che – a lui sì – aveva già ampiamente garantito la gloria, e dichiarandolo ormai inadatto a “trasmettere emozioni e pensieri da un essere umano all’altro”.

 

E cosa trovai di salvifico ne Il male oscuro? A dire il vero niente. O niente di strettamente salvifico, ma forse tutto ciò che poteva essermi utile a distribuire il contenuto del mio personale vaso di Pandora in tanti vasetti più piccoli e maneggevoli. Poiché il romanzo di Berto non è che un’ossessiva ricerca della radice infetta che determina la disgrazia dell’io, ma è anche e soprattutto una gigantesca messa in discussione dei canoni della scrittura, o meglio, un’abdicazione della scrittura artistica in favore della scrittura terapeutica; vale a dire uno stravolgimento delle finalità del romanzo, e quindi la sua definitiva messa in discussione. La genesi stessa dell’opera, scritta in due mesi a Capo Vaticano in una casetta sospesa sul mar di Calabria, ci dice che Berto, su suggerimento del proprio terapeuta, tentò di sfidare un classico blocco creativo cimentandosi in un altrettanto classico tema psicoanalitico, ossia la “lunga lotta col padre” di cui si legge fin dall’incipit. E lo fece scardinando punteggiatura e sintassi com’era di moda nei medesimi anni presso gli scrittori beat. L’opera è quindi il resoconto di questa duplice lotta, da una parte contro il romanzo dall’altra contro il padre (è possibile perfino che il romanzo e il padre, alla fine, siano la stessa cosa). E tutto ciò per che cosa? Berto dice per la gloria.

 

“Io punto alla gloria che può venirmi anche dopo morto però lo saprò bene anche da vivo se mi verrà la gloria dopo morto”. Questo genere di gloria è la capacità che hanno i veri artisti di tramandare ai posteri il modo di pensare e di vivere della propria epoca, di condensare in una capsula l’odore del presente, di eternare se stessi e il proprio tempo; la gloria cioè è la capacità di ognuno di trasformare un ricordo diretto in un ricordo collettivo. Gloria quindi come liberazione, nominanza che corre per il mondo, fine d’ogni pena (o, di converso, riproposizione ad aeternum di quella pena).

 

Ph Joel-Peter Witkin. 

 

Ma la faccenda, nel caso de Il male oscuro, si tinge di sfumature grottesche. Perché la gloria a cui Berto puntava, qui transita per il racconto di un’ossessione, l’ossessione del padre morto di cancro, e per il cancro stesso che Berto teme sia passato dalla pancia del padre alla sua (come poi effettivamente succederà nel 1978, ponendo fine alla sua vita terrena), innervandosi come una condanna decretata a causa delle proprie distrazioni di figlio. “Vuoi vedere” – scrive Berto – “che io sono proprio così ho il mio cancro letale racchiuso nella pancia, santo cielo m’ero già accomiatato dal mondo e dalle disgrazie mie ed ora eccomi di nuovo qua a ricominciare da capo, chissà mai in quale modo tremendo avrà architettato di farmi morire colui che vuole la mia morte, ma che male gli ho fatto in fin dei conti, va bene l’ho abbandonato nel trapasso però lui ostentatamente non sapeva che farsene di me quando gli stavo vicino”. 

 

Trovo curioso il fatto che, sostituendo “il mio cancro letale” con “la mia depressione”, si otterrebbe una lettura diversa ma ugualmente sensata del sopraccitato periodo. O rimpiazzando “colui che vuole la mia morte” – qui inteso come il padre – con un riferimento al genere del romanzo, o al blocco dello scrittore, o ai tre capitoli dell’opera rimasta abortita a cui Berto allude continuamente nel corso del racconto autobiografico, si toccherebbe il senso profondo di questa colossale paralisi artistica: lui [il romanzo] ostentatamente non sapeva che farsene di me quando gli stavo vicino. Ed ecco servito il Novecento in tutto il suo splendore! 

Lessi quindi il romanzo di Berto in questa chiave, cioè mentre cercavo la cura per guarire dalla sfiducia nelle possibilità del romanzo, non facevo che trovare conferme al mio sentimento di inadeguatezza. Vale a dire, cinquant’anni prima di me, nelle pagine de Il male oscuro, Giuseppe Berto aveva sfidato il drago viso a viso, lo aveva combattuto e sconfitto (davvero sconfitto?), e in ogni caso adesso mi spingeva al cospetto della sua enorme carcassa purulenta. Fatto sta che, da allora, Il male oscuro è diventato per me il drago dai cento volti, l’incarnazione letteraria di tutti i miei fantasmi, i fantasmi letterari e quelli psicoanalitici.

 

Nell’appendice a Il male oscuro Berto scrive: “Della mia nevrosi potrei dire come del suicidio di Pavese: non mi è venuta per questo, ma sicuramente m’è venuta anche per questo. La nevrosi è una malattia basata sulla paura. Paura di tutto: della morte, della pazzia, della gente, della solitudine, del movimento, del futuro. Per uno scrittore è, particolarmente, paura di scrivere”. Non c’è al mondo, credo, un mestiere più legato alla depressione, di quello dello scrittore. La depressione è, semplificando all’estremo, la fatica di essere se stessi (Achille Campanile definiva così lo scrittore: “Spettatore di se stesso. Spesso, l’unico spettatore”). Ma solo dopo aver incrociato nella mia vita l’opera di Berto ho capito come avrei potuto replicare alla domanda di quel conoscente su David Foster Wallace – “Perché si è ucciso?”. 

Risposta: per la paura di scrivere. 

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